La fissazione per il trauma in ogni storia - Il Post

La fissazione per il trauma in ogni storia

11/01/2022 14.02.00

La fissazione per il trauma in ogni storia

È diventato un tòpos letterario che tende ad appiattire trame e personaggi trasformandoli in stereotipi, sostiene il New Yorker

Anna dai capelli rossiNew YorkerA sostegno della tesi di una mutazione della percezione più che del vissuto delle persone, Sehgal fa riferimento all’evoluzione del rapporto del senso comune con i primi tipi di PTSD nel corso della storia. Cita il lavoro di John Eric Erichsen, chirurgo britannico della seconda metà dell’Ottocento, che individuò un insieme di sintomi particolari in alcuni passeggeri coinvolti in incidenti ferroviari, definendo la loro condizione sindrome della “colonna vertebrale ferroviaria” (

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Cita anche la protagonista di Chiamatemi Anna , recente adattamento di Netflix del romanzo Anna dai capelli rossi , che rivive attraverso una serie di flashback atti di violenza sessuale e di bullismo subiti quando era in orfanotrofio. La predominanza del trauma come tòpos letterario e dispositivo alla base delle trame non dovrebbe sorprendere, secondo il New Yorker , tenendo conto di quanto questa nozione sia familiare anche fuori dall’universo della finzione letteraria. Il 5 gennaio la Corea del Nord aveva invece dichiarato di avere testato «con successo» un missile ipersonico, cioè un missile che viaggia molto più veloce del suono ed è molto difficile da intercettare. Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), noto in ambito medico fin dagli anni Ottanta e da Sehgal considerato la «tipica incarnazione clinica» del trauma, è la quarta malattia psichiatrica più diagnosticata negli Stati Uniti. Già nel suo discorso introduttivo Draghi ha spiegato inoltre che «la scuola è fondamentale per la nostra democrazia», mentre nelle sue prime risposte alle domande dei giornalisti ha sottolineato che «il governo ha la priorità che la scuola resti aperta, in presenza» e che «non ha senso chiudere la scuola prima di tutto il resto». Rispetto agli anni Ottanta, la definizione clinica è stata inoltre progressivamente estesa fino a comprendere oggi decine di migliaia di combinazioni possibili di sintomi riconducibili al PTSD. Secondo l’agenzia stampa giapponese Kyodo , che cita fonti governative, il missile sarebbe atterrato nella zona economica esclusiva del mare del Giappone. Sehgal si è quindi chiesta in quali termini interpretare questa crescita delle diagnosi di PTSD, ipotizzando che ad aumentare non siano state le possibili cause di traumi nella vita moderna quanto la nostra capacità di individuarli e, in generale, la nostra attenzione alla «sofferenza umana in tutte le sue gradazioni». L’allarme antincendio avrebbe ripetutamente suonato negli altri appartamenti, ma non sarebbe stato subito preso sul serio, dato che suona molto di frequente anche quando non ci sono incendi: un’inquilina dell’edificio al New York Times che suona cinque o sei volte al giorno.

In «un mondo fissato con il vittimismo», il trauma sarebbe diventato una sorta di «status» distintivo. Nel suo discorso di fine anno il dittatore nordcoreano Kim Jong-un aveva comunque sottolineato la necessità di continuare a concentrarsi sui sistemi militari del paese. Oltre la metà delle regioni aveva deciso di posticipare l’apertura al 10. A sostegno della tesi di una mutazione della percezione più che del vissuto delle persone, Sehgal fa riferimento all’evoluzione del rapporto del senso comune con i primi tipi di PTSD nel corso della storia. Cita il lavoro di John Eric Erichsen, chirurgo britannico della seconda metà dell’Ottocento, che individuò un insieme di sintomi particolari in alcuni passeggeri coinvolti in incidenti ferroviari, definendo la loro condizione sindrome della “colonna vertebrale ferroviaria” ( ). Grazie all’avanzamento nella tecnologia delle armi, possono essere trasformati. Quelle persone sostenevano di essere rimaste ferite pur non presentando prove evidenti di lesioni, e riferivano di provare stati di confusione, allucinazioni uditive e paralisi. – Leggi anche: Durante la Prima guerra mondiale, la condizione di alcuni soldati traumatizzati dall’esperienza dei bombardamenti e dei combattimenti in trincea – quella di Septimus Warren Smith, personaggio del romanzo La signora Dalloway shell shock )..

All’epoca, ricorda Sehgal, quei soldati erano a volte etichettati come «invalidi morali» e processati dalle corti marziali. Fu soltanto a partire dalla Guerra del Vietnam e dallo studio delle condizioni dei reduci negli Stati Uniti che il trauma diventò un motivo di esteso interesse sociale e culturale, con l’introduzione del PTSD nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Nella letteratura, l’attenzione al trauma corrispose a un incremento di interesse per la forma della «testimonianza» in ogni sua forma, interesse che dura ancora oggi. Tutto – autobiografie, racconti dei sopravvissuti, interviste nei talk show – ha contribuito a elevare il trauma «da segno di difetto morale a fonte di autorità morale, persino una sorta di competenza». È probabile che la popolarità del trauma come fonte di storie abbia portato a un condizionamento dei termini stessi con cui descriviamo i traumi fuori dalla finzione letteraria.

«Le parole che ci vengono sulla punta della lingua quando parliamo della nostra sofferenza sono sempre e soltanto nostre?», si chiede Sehgal. Forse no. E forse non è un caso, da questo punto di vista, che non esista una nozione di «flashback traumatico» precedente l’invenzione dei film, come se quell’espressione artistica avesse dato forma a una condizione clinicamente significativa ma priva di un nome specifico. Per Sehgal, il personaggio di Jude del romanzo del 2015 Una vita come tante , scritto dall’americana di origini hawaiane Hanya Yanagihara, rappresenta il modello di estrema incarnazione del trauma. Abbandonato in un convento da neonato, Jude è poi stato vittima di violenze sessuali da parte dei frati, costretto a prostituirsi da ragazzo, rapito e torturato da un medico, prima di finire investito e subire danni permanenti alle gambe.

La dimensione del trauma, secondo Sehgal, prevale su qualsiasi altra identità: «evacua la personalità e la ricostruisce a propria immagine», mentre il lettore è chiamato a partecipare come «testimone delle infinite mortificazioni di Jude». – Leggi anche: Solitamente i racconti che richiamano un trauma – anche quelli che non si spingono fino ai livelli di Una vita come tante – lo evocano seguendo uno stesso schema, e cioè promettendo al pubblico l’accesso a una qualche «camera insanguinata ben custodita», accesso che viene rimandato continuamente. Solo che man mano che lo schema diventava familiare al pubblico nel corso degli anni, sostiene il New Yorker , quella camera insanguinata ha finito per somigliare a una stanza generica e piuttosto anonima di un motel. Il trauma infantile di Ted Lasso svelato nella seconda stagione della serie, per esempio, appiattisce quella sua positività «quasi sinistra» rendendola un banale meccanismo di difesa. Che la storia dei personaggi sia in buona sostanza diventata la storia di un trauma, secondo Sehgal, è un fenomeno con origini relativamente recenti.

Lo scopo di molti dei personaggi dei romanzi di Woolf, di Jane Austen, di George Eliot o di Henry James, per esempio, non era colmare le lacune di ricordi parziali e per loro ossessivi: dal passato quei personaggi importavano soltanto i dettagli che potevano servire nel presente. E lo stesso valeva per molti personaggi del cinema classico hollywoodiano, che non erano tormentati da flashback, a differenza dei personaggi di oggi, continuamente «spediti nel passato in cerca di traumi». L’attenzione al trauma come categoria e la tendenza letteraria a ricondurre ogni vissuto a una precedente esperienza traumatica, prosegue il New Yorker , hanno avuto tra le altre cose l’effetto di «appiattire» e omologare quelle esperienze, quando le narrazioni e le ricerche sui sopravvissuti e sulle persone che hanno subìto violenze indicano in verità una maggiore eterogeneità e complessità rispetto alla finzione. In contrasto con la narrazione letteraria tipica degli eventi traumatici, per esempio, alcuni studi i traumi come eventi in grado in molti casi di generare non soltanto stress ma anche nuove prospettive individuali e cambiamenti psicologici positivi definiti “crescita post-traumatica” ( Post-Traumatic Growth .