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“Quella volta che in collina trovai un tartufo da 3,20 etti” - La Stampa

Il trifulau Luca Bannò li cerca nel Torinese. E ce ne sono anche alla Pellerina e a Superga

09/11/2019 10.34.00
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Il trifulau Luca Bannò li cerca nel Torinese. E ce ne sono anche alla Pellerina e a Superga.

Il trifulau Luca Bannò li cerca nel Torinese. E ce ne sono anche alla Pellerina e a Superga

gianni giacomino09 Novembre 2019TORINO. Il bracco tedesco Zagor quando capisce che è arrivata l’ora propizia per fare un giro in cerca di tartufi nei boschi del Rivalbese quasi impazzisce. E il suo padrone Luca Bannò, architetto 39enne di Sciolze, fatica a frenare l’entusiasmo del cane che ha addestrato in maniera certosina per la ricerca del prezioso «tuber magnatum pico», che oggi viene venduto a 370-400 euro l’etto. Perché qui, in questa fetta della collina Torinese che degrada verso l’Astigiano, il «business» dei tartufi è una passione travolgente. Che fa svegliare di notte «perché è meglio che nessuno venga a sapere i posti dove un altro cerca», fa litigare i trifulè, ma regala so

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ddisfazioni immense.«Una volta ne ho tolto uno da tre etti e venti grammi» ricorda orgoglioso Bannò, presidente dell’associazione «Trifole&Trifolè» dell’Area Metropolitana di Torino che conta circa 120 soci. L’iscrizione annua costa 40 euro e i soldi vengono impiegati anche per creare delle nuove tartufaie ed effettuare la manutenzione di quelle esistenti battute dai trifulè che per esercitare devono sostenere un esame e pagare poi un bollettino di 140 euro ogni anno. L’associazione – che oggi ha sede a Rivalba – è nata nel 1991 e, come si legge nel decreto costitutivo, «ha lo scopo di tutelare, difendere e promuovere, nella accezione più ampia, il tartufo e per esso ogni risorsa che ne sia coinvolta: i fondi, l’ambiente, la conoscenza e la tecnica, i raccoglitori, il mercato ed i suoi operatori, i consumatori, la cultura scientifica e della tradizione».

«Infatti puliamo i boschi perché sono di tutti, chiunque può provare a cimentarsi nella ricerca del tartufo, qui non abbiamo riserve recintate perché noi siamo un’associazione di liberi cercatori – puntualizza ancora Bannò, rappresentante dei tartufai piemontesi in Regione – affittiamo o acquistiamo aree che poi “prepariamo” per coltivare il tubero, ma solo quello nero con le sue sei qualità, innestando querce, pioppi, noccioli, salici, tigli e carpini, le cosiddette “piante da tartufo”. Occorrono anni di sacrifici e passione». E terreni adatti, headtopics.com

ricchi di carbonato di calcio, umidi e a fondo valle. Alla fine, però, perché sia una buona stagione tutto dipende dalle piogge e dal caldo. Comunque fino al prossimo 31 gennaio la stagione del tartufo bianco è aperta.«È come una malattia – ammette Bannò che è anche proprietario della ditta “I sapori della collina di Torino” –. L’amore per tutto il mondo che ruota intorno al tartufo me l’ha trasmesso mio nonno Alfredo Bertolin che era anche un

cacciatore e un abile addestratore di cani». E non dovete stupirvi se, a qualunque ora, vedete qualcuno lungo la Dora, al parco della Pellerina, nei boschi intorno a Superga o lungo i viali alberati va in cerca di tartufi. Perché questi funghi ipogei ci sono grazie proprio agli alberi che vengono curati. «Invece nei boschi intorno alla città, dove non esiste una regolamentazione precisa, vengono abbattute, ogni anno, migliaia di piante, danneggiando tutto l’ecosistema. Senza parlare dei cinghiali, quelli sono un vero disastro. Sono ghiotti di tartufi, dove passano e rivoltano il terreno poi, per cinque o sei anni non cresce più nulla».

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