Il regime si nasconde in un interno piccolo borghese

La quotidianità opprimente di una dittatura ha sempre l’odore e gli arredi di un interno piccolo borghese, senza che questo implichi tuttavia la dimensione del privato, perché la vita &e ... Le recensioni 📖 di Tuttolibri .

04/06/2020 00.58.00

La quotidianità opprimente di una dittatura ha sempre l’odore e gli arredi di un interno piccolo borghese, senza che questo implichi tuttavia la dimensione del privato, perché la vita &e ... Le recensioni 📖 di Tuttolibri .

La quotidianità opprimente di una dittatura ha sempre l’odore e gli arredi di un interno piccolo borghese, senza che questo implichi tuttavia la dimensione del privato, perché la vita è tutta un’interminabile e routinaria ripresa di esterni: le scuole, le fabbriche, gli uffici, i tram. È questo lo sfondo de La Volpe era già il cacciatore, il primo romanzo compiuto scritto da Herta Müller, pubblicato a Berlino nel 1992, storia di una Romania mai esplicitamente nominata eppure inconfondibile. Qui si muovono le vite di Adina, giovane maestra di scuola, della sua amica Clara, che lavora in una fabbrica di fili metallici, di Paul, medico e musicista e di Pavel, un uomo sposato che diventa l’amante di Clara e che fa del doppio la sua cifra: dice di fare l’avvocato, ed è una spia della polizia segreta. Ma la trama di questo romanzo si snoda a una sola condizione: che la si legga come se fosse una sequenza di poesie. La prosa è un risultato, un esito quasi involontario, ma la struttura è saldamente nelle mani della poesia. «È una contraddizione – pensa ad un certo momento uno dei personaggi – che la finestra fuori, sulla strada bagnata, sia solo una finestra. Che ogni giorno e ogni notte e il mondo si dividano fra quelli che interrogano e tormentano, e quelli che tacciono e tacciono. Ed è una contraddizione quando un bambino d’estate in cortile, davanti alla vasca arrugginita dove crescono i gerani, accanto all’arnia delle api, chieda alla madre dov’è il padre». Chi direbbe – leggendo pensieri così - che ci troviamo nel pieno di un interrogatorio della Securitate? Allo stesso tempo, la potenza di questo libro è esattamente nella capacità di tenere insieme, con la poesia, i pezzi di una storia, di una trama fatta di disperazione e voglia di libertà, di rabbia repressa e urli che squarciano la notte. Proprio come la volpe-tappeto che si trova nel soggiorno di Adina, e che Herta Müller nell’intervista ci ha raccontato essere la sua. Adina-Herta capisce di essere spiata il gior

aquotidianità opprimente di una dittatura ha sempre l’odore e gli arredi di un interno piccolo borghese, senza che questo implichi tuttavia la dimensione del privato, perché la vita è tutta un’interminabile e routinaria ripresa di esterni: le scuole, le fabbriche, gli uffici, i tram. È questo lo sfondo de

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La Volpe era già il cacciatore, il primo romanzo compiuto scritto da Herta Müller, pubblicato a Berlino nel 1992, storia di una Romania mai esplicitamente nominata eppure inconfondibile. Qui si muovono le vite di Adina, giovane maestra di scuola, della sua amica Clara, che lavora in una fabbrica di fili metallici, di Paul, medico e musicista e di Pavel, un uomo sposato che diventa l’amante di Clara e che fa del doppio la sua cifra: dice di fare l’avvocato, ed è una spia della polizia segreta. Ma la trama di questo romanzo si snoda a una sola condizione: che la si legga come se fosse una sequenza di poesie. La prosa è un risultato, un esito quasi involontario, ma la struttura è saldamente nelle mani della poesia. «È una contraddizione – pensa ad un certo momento uno dei personaggi – che la finestra fuori, sulla strada bagnata, sia solo una finestra. Che ogni giorno e ogni notte e il mondo si dividano fra quelli che interrogano e tormentano, e quelli che tacciono e tacciono. Ed è una contraddizione quando un bambino d’estate in cortile, davanti alla vasca arrugginita dove crescono i gerani, accanto all’arnia delle api, chieda alla madre dov’è il padre». Chi direbbe – leggendo pensieri così - che ci troviamo nel pieno di un interrogatorio della Securitate?

Allo stesso tempo, la potenza di questo libro è esattamente nella capacità di tenere insieme, con la poesia, i pezzi di una storia, di una trama fatta di disperazione e voglia di libertà, di rabbia repressa e urli che squarciano la notte. Proprio come la volpe-tappeto che si trova nel soggiorno di Adina, e che Herta Müller nell’intervista ci ha raccontato essere la sua. Adina-Herta capisce di essere spiata il giorno in cui si rende conto che qualcuno era entrato in casa sua e aveva tagliuzzato un pezzo di coda, poi una zampa, poi l’altra, a distanza di giorni, fino a che la paura del disossamento e della manomissione non era entrata a far parte della sua vita più intima, facendola sentire tagliuzzata, fatta a pezzi.

Di brandelli è pieno il libro: biglietti strappati, ricomposti, che non vogliono affogare nell’acqua del water e che vanno allora ripescati, ripiegati, occultati: «Stanno arrestando gente ci sono liste devi nasconderti da me non ti cerca nessuno». Ci sono biglietti in cui si annotano nomi, orari, appuntamenti, addirittura biglietti che una volta scritti finiscono in mani di chi non sa leggere.

Si accende anche la speranza, tuttavia, e non è un caso che si appunti su una canzone. Parla di notte e di oscurità. «È il presidente del paese, si riferisce a lui», chiede l’agente della polizia segreta. «Non si riferisce a nessuno di preciso», gli risponde l’interrogato. «E allora perché la cantate, se non si riferisce a nessuno?». «Perché è una canzone»

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