I diciotto pescatori di Mazara prigionieri in Libia da due mesi

I diciotto pescatori di Mazara prigionieri in Libia da due mesi

31/10/2020 01.37.00

I diciotto pescatori di Mazara prigionieri in Libia da due mesi

Protesta dei familiari davanti a Montecitorio: «Non hanno violato le leggi»

EmailIl vescovo paga le bollette della luce, il presidente dell’Assemblea regionale fa arrivare duemila euro a famiglia, sindacati e Federpesca raccolgono altri mille euro a testa, ma i familiari dei 18 pescatori di Mazara del Vallo arrestati due mesi fa dai libici, ancora detenuti in una caserma di Bengasi, non ce la fanno più a sopportare il silenzio calato su un intrigo internazionale sfociato in un processo del quale si ignora tutto.

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DisperazioneSarà per Covid ed emergenze connesse, ma pochi si accorgono della disperazione di Rosetta Ingargiola sfiorando questa donna di 74 anni raccolta in sé, per terra, davanti a Montecitorio, un cartello in mano per protestare e ricordare il figlio Pietro Marrone, 44 anni, comandante di uno dei due pescherecci sequestrati il primo settembre dai libici di Khalifa Haftar, il «maresciallo» in lotta contro un altro pezzo del Paese: «Loro si combattono e mio figlio è da 60 giorni in carcere senza capire perché. Come non lo capisco io che un figlio di 24 anni ho perso in mare per una tempesta e che adesso, vedova, aspetto solo il ritorno dell’altro». Parla accanto a una bella ragazza tunisina di 24 anni che la conforta, Insaf, lo stesso dolore, la stessa ansia: «Io voglio solo che mio padre torni a casa. Ho il terrore che tutti dimentichino, qui a Roma. Anche premier e ministri». Lo dice in perfetto italiano, ben integrata in Sicilia dove il padre, Jemmali Farat, lavora come secondo motorista da anni per Marco Marrone, l’armatore di uno dei due pescherecci trascinati con la minaccia delle armi nel porto di Bengasi. Marrone, un ragazzone di trent’anni, sta pure lui in trasferta di protesta a Roma insieme con un’altra ragazza, Maoires, anche lei senza notizie del padre, Maomed Ben Haddata, un marinaio che definisce «un sequestrato». Come fanno Cristina Amabilino per il marito Salvo Bernardo e Rosaria Giacalone per il suo Onofrio, stesso cognome, direttore di macchina del «Medinea».

Palazzi romaniEcco la pattuglia che con tenda e sacchi a pelo prova a scuotere i Palazzi romani, mentre gli altri familiari rimasti nell’isola assediano il municipio di Mazara con il secondo armatore, Leonardo Gangitano, proprietario dell’«Artemide». Per tutti il dramma è esploso con gli accorati allarmi lanciati via radio dagli equipaggi di altri sette pescherecci di Mazara arrivati quel giorno con i primi due a 60 miglia dalla costa libica. Per pescare il gambero rosso. «Rispettando quindi la norma di non violare le dodici miglia dalla costa di altri Paesi», spiega Marrone. Ma c’è un pezzo di Libia che ha allungato a 74 miglia la linea delle «sue» acque «territoriali». Autonomamente. Rivendicando un diritto da nessuno riconosciuto. Anche sparando colpi di mitragliatrice. E bloccando «Medinea» e «Artemide» mentre gli altri natanti riuscivano a disperdersi e tornare a Mazara. Dove adesso sono tutti terrorizzati perché qualcuno sussurra che alla violazione di ipotetici confini potrebbe aggiungersi la presunta presenza a bordo di un po’ di droga. «Un’accusa infamante, se prendesse corpo», assicurano armatori e familiari temendo una trappola di milizie infide. Di qui l’appello al premier Conte e al ministro Di Maio di scuotere i loro interlocutori dall’altra parte del Mediterraneo.

Servizi all’opera«Ma il premier ci ha ricevuti solo il 29 settembre in fretta assicurando il possibile. Si parla di “Servizi” all’opera. Ma nulla accade», ripetono per telefono la mamma, le due ragazze e le due mogli a chi è rimasto a Mazara. «Qui ogni tanto passa un deputato, poi niente», si lamenta Marrone, preoccupato anche da una ipotesi inquietante: «La cosa peggiore è sentir dire che possano diventare merce di scambio per barattarli con quattro libici detenuti in Italia». Un riferimento chiaro ai quattro partiti da Bengasi nel 2015, condannati a 20 e 30 anni di carcere a Catania come assassini e trafficanti. Ma indicati come vittime di un clamoroso errore «perché si tratta solo di calciatori in cerca di fortuna», sostengono parenti e tifosi in contatto con l’avvocato Cinzia Pecoraro che spera nella Cassazione, negando però ogni negoziato: «Mai dalla Libia si è parlato di ostaggi. Una bufala». A ben altra trattativa si affidano invece tutti. Compresi i due armatori che, «ovviamente mettendo al primo posto le vite umane», sperano anche nella restituzione delle imbarcazioni. «Perché senza non si può lavorare e vivere».

© RIPRODUZIONE30 ottobre 2020 (modifica il 30 ottobre 2020 | 21:04) Leggi di più: Corriere della Sera »

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