Tutto su Rula Jebreal, e sua madre - VanityFair.it

Chi è la giornalista italo-israeliana che all'Ariston ha commosso l'Italia

05/02/2020 14.00.00

Chi è la giornalista italo-israeliana che all'Ariston ha commosso l'Italia

Volete sapere tutto su Rula Jebreal, la giornalista italo-israeliana che all'Ariston ha commosso l'Italia? Su Vanity Fair si è raccontata senza filtri

Silvia BombinoSul biglietto da visita di Rula Jebreal l’intestazione verde arancio dice: «University of Miami».La giornalista italo-israeliana lavora alla facoltà di Scienze politiche e vive tra New York e la Florida. «Ogni due mesi vengo in Italia a trovare mia figlia Miral». Il cartoncino che ho tra le mani me lo dà a fine intervista, «è comodo», dice.

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Come è riapparsa al Festival di Sanremo?«A ottobre ero a Bologna per Miral, che ha 23 anni e si è appena laureata in Storia dell’arte. Mi chiama Amadeus: non lo conoscevo, mi voleva incontrare.Ero sicura che mi cercasse perché lo aiutassi con i personaggi internazionali, non so, Michelle Obama…».

E invece?«Mi ha detto: magari, ma voglio te. E io: sei sicuro?».Come ha reagito alle critiche di chi non la voleva al Festival?«Ero sorpresa. Era inizio gennaio, c’era una crisi pazzesca tra Iran e Stati Uniti, si temeva una terza guerra mondiale e in Italia si parlava di Sanremo e Rula Jebreal, ricevevo minacce di morte. Non solo: si proponeva di affiancare al mio monologo contro la violenza sulle donne un contraltare, e quale? Un molestatore che esaltasse lo stupro? Incredibile». headtopics.com

Alla fine è soddisfattadel suo monologo?«A Sanremo, nel posto della canzone d’amore, ho letto i tristi dati italiani: negli ultimi tre anni tre milioni di donne sono state molestate sul lavoro, e sono quelle che hanno avuto la forza di denunciare. Ho parlato al cuore delle persone, non è un discorso di destra né di sinistra».

Che cosa ha detto ad Amadeus, invece, della sua frase sulle donne che «fanno un passo indietro»?«È stata una frase fraintesa, credo davvero che fosse in buona fede. Lo ammiro perché ha fatto la scelta coraggiosa di chiamare dieci donne a condurre con lui, e mi auguro che per le prossime edizioni ci siano direttrici artistiche».

Che cosa risponde, a chi, in Italia, dice che è diventata famosa in tv grazie al suo aspetto?«Gli amministratori delegati delle cento società più importanti del mondo sono tutti uomini: nessuno si chiede se abbiano avuto successo perché sono belli. Nessuno può essere selezionato in un sistema come quello americano – scrivere per il

Washington Post, apparire sulla Cnn, Msnbc, Cbo, Hbo, Cbs, o diventare un docente universitario – per l’aspetto fisico. Sarebbe un insulto a queste organizzazioni. Sa che cosa mi ha aiutato? Il duro lavoro, raccontare la verità».Chi sono i suoi idoli? headtopics.com

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«Alcuni dei miei amici, e colleghi. Marie Colvin, dell’Independent, uccisa in Siria nel 2012, mentre raccontava la guerra. Jamal Khashoggi, conosciuto a un evento delWashington Post.Aveva letto il mio pezzo, sullo stesso giornale, che prevedeva l’elezione di Trump già nel 2015. Mi chiese: “Assomiglia a Berlusconi, quindi?”. E io: “Guarda, secondo me Berlusconi è uno statista in confronto”. Siamo diventati subito amici».

Come è stato il suo arrivo negli Usa?«Con Julian (Schnabel, suo compagno tra il 2007 e il 2011, ndr) vivevamo a New York. È stato uno shock culturale, perché gli americani sono diretti, schietti, “io ti do questo, tu mi dai questo”. Ma, certo, ho avuto il vantaggio della visibilità del film, Miral, tratto dal mio romanzo e girato da Julian, che era stato proiettato all’Onu».

È in quell’occasione che ha conosciuto Michelle Obama?«No, prima. Avevo consigliato a Julian di finanziare la campagna elettorale di Barack, eravamo sostenitori. In più un mio caro amico, James Costos, ex-direttore di Hbo, era diventato, sotto Obama, il primo ambasciatore gay, in Spagna. Suo marito, Michael Smith, è quello che ha arredato la Casa Bianca. Quindi ho conosciuto gli Obama, che sono splendidi».

Come ha iniziato invece a fare la giornalista negli Stati Uniti?«Ho chiesto un colloquio con Tina Brown, nel 2011 direttrice da un mese di Newsweek. Mi riceve e dice: hai cinque minuti per convincermi a metterti sotto contratto. Ho risposto: parlo l’arabo e l’ebraico, posso portarti un’intervista a Ruth, la vedova di Moshe Dayan, la storia di Israele di ieri e di oggi, delle interviste con delle donne siriane stuprate, posso scrivere degli scandali di Berlusconi… Lei ha detto subito: l’Italia non mi interessa. Voglio le donne siriane e Moshe Dayan, quando puoi partire? Dopo Newsweek hanno iniziato a chiamarmi le tv, il headtopics.com

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