Regeni, la versione della prof di Cambridge davanti alla Commissione d'inchiesta: 'Non l'ho mai spinto a fare ciò che non voleva'. E respinge le accuse di scarsa collaborazione - Il Fatto Quotidiano

Regeni, la versione della prof di Cambridge davanti alla Commissione d’inchiesta: “Non l’ho mai spinto a fare ciò che non voleva”. E respinge le accuse di scarsa collaborazione

04/12/2021 13.29.00

Regeni, la versione della prof di Cambridge davanti alla Commissione d’inchiesta: “Non l’ho mai spinto a fare ciò che non voleva”. E respinge le accuse di scarsa collaborazione

“Non è mai stata esercitata alcuna pressione su Giulio Regeni riguardo al tema della sua ricerca e non gli è mai stato imposto il nome di Rabab el-Mahdi dell’American University del Cairo come sua supervisor nel Paese”. I vertici dell’università di Cambridge e soprattutto Maha Abdelrahman, la tutor del ricercatore di Fiumicello sequestrato, torturato e …

Fratellanza Musulmanao, addirittura, di aver usato il ricercatore per svolgere attività d’intelligence per iservizi segreti britannici, senza che sia mai emersa alcuna prova a sostegno di queste tesi, l’hanno gettata in una condizione diforte depressione e sofferenza emotiva

dalla quale ancora fatica a tirarsi fuori. “In quel periodo stavo davvero malissimo – ha raccontato – Stavo andando da un terapeuta. Prendevo dei farmaci, in seguito sono stata in cura per depressione eho preso congedo per malattia. C’era già un’enorme attenzione dei media sul caso. Ricevevo molte richieste. C’erano tanti giornalisti che bussavano alla mia porta. Così mi sono trasferita nei

Paesi Bassicon mio marito”.Una fuga dalle attenzioni della stampa che però, sostiene, non ha mai compromesso la sua collaborazione con la giustizia: “Sono stata ascoltata dai magistrati per la prima volta in Italia il giorno delfunerale di Giulio headtopics.com

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. È stato uno dei giorni più difficili della mia vita e quello in cui ho incontrato per la prima volta la sua famiglia e gli amici con cui ero stata in comunicazione quando lui era scomparso. Non immaginavo che sarei stata ascoltata,non c’era stato alcun preavviso

. Sono stata avvicinata subito dopo la funzione, mi hanno fermata al cimitero e mi è stato detto che mi volevano per essere ascoltata dai magistrati.Non c’era un traduttore, uno dei poliziotti ha fatto la traduzione. Mi hanno fatto molte domande ed ero molto angosciata. Non ho mai visto una trascrizione di questa testimonianza, quindi non ricordo tutto.

Ho dato informazioni sbagliate, ero così travolta dalle circostanze che non avevo, così su due piedi, i dati chiari e fondamentali da dare.Non riuscivo a ricordare i nomi, né le date esattee così via. Come ho detto, non sapevo che ci fosse una trascrizione in italiano e mi è stato detto ‘C’è scritto questo e questo, per favore lo firmi’. Così ho firmato”. La prof, per provare la sua buona fede, ha poi aggiunto di essere stata convocata a sorpresa anche il giorno della

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commemorazionein onore di Regeni a Cambridge, quando ha fornito risposte scritte a causa delle sue condizioni psico-fisiche, e, infine, nel gennaio 2018. Ma ciò che i magistrati le contestano è soprattutto il fatto che nel corso di questi tre incontri la donna ha manifestato headtopics.com

scarsa disponibilità nel raccontarei particolari che, invece, gli inquirenti intendevano approfondire.Alle resistenze della docente, si aggiungono leincongruenzetra la sua versione, ribadita anche di fronte alla commissione, e le evidenze emerse nel corso delle indagini. Una di queste riguarda la

scelta del tema per la ricercadi Giulio: il ruolo dei lavoratori nella rivoluzione nell’era post-Mubarak e in particolare quello deisindacati autonomi degli ambulanti. Tutto parte da una confessione fatta dal giovane diFiumicelloalla madre nel corso di una chiamata

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Skype: “Me stago addentrando nel tema. E go de capir de più. Xe importante perché nesun ga fatto questo prima. Perché Maha insisteva che lo fasesi mi”.“Maha insisteva che lo facessi io”, una frase che suggerisce un ruolo decisivo della docente nella scelta del tema, ma che lei nega fermamente. “I dottorandi partono o da argomenti molto vasti o da argomenti molto ristretti – ha spiegato la docente – Quindi, la mia prima serie di commenti sulla sua prima bozza è stata che era molto ampia. Gli ho chiesto ‘qual è esattamente il tema della tua ricerca?’. Ho visto varie bozze della proposta di Giulio che non sono cambiate molto. Ha proposto un obiettivo più ristretto e un tema di ricerca più chiaro, focalizzato sui sindacati indipendenti in Egitto”. A sostegno della sua versione, Abdelrahman ricorda che Giulio aveva proposto lo stesso tema ad altri docenti di fama internazionale, come

Gilbert Achcarche, anche lui sentito dalla commissione, ha spiegato di essere stato contattato da Giulio nel 2012 a proposito del suo progetto di tesi di dottorato incentrato sul nuovo movimento dei lavoratori e sui sindacati indipendenti. Inoltre, tutti i rappresentanti dell’università ascoltati a Cambridge, come il vicerettore headtopics.com

Stephen Toopeo l’allora direttore delCentre of development studiesPeter Nolan, hanno spiegato che, per come avviene il processo di selezione e accettazione dei dottorati, è altamente improbabile che un tutor possa imporre uno specifico tema di ricerca a uno dei candidati: i giovani, spiegano in sostanza, devono

presentarsi con un’idea chiara e già ben strutturata, sostenuta da una pregressa conoscenza del tema e del Paese che si vanno a trattare, nella speranza di trovare un docente con le dovute conoscenze e la disponibilità a guidarlo nel suo lavoro. “Penso che l’area generale su cui stava lavorando Giulio, ovvero lo

sviluppo della società civiledi cui i sindacati fanno parte, siaun’area di ricerca molto comune– ha affermato Nolan – Non era in alcun modo insolita, per nulla,era un argomento abbastanza normale“. E questo contribuisce a giustificare anche le valutazioni sulla

sicurezza: “L’Egitto era nella lista ‘verde’ del ministero degli Esteri – ripetono tutte le persone sentite – e il tema non era considerato sensibile. Lo sapeva anche Giulio e lo aveva specificato nella documentazione necessaria per il dottorato. Inoltre, Regeni dimostrò grande conoscenza del Paese, dove aveva studiato e lavorato già in passato, e aveva già un’ottima conoscenza della lingua araba”. E anche quando in lui è iniziato a crescere il timore di essere

pedinato, dopo aver visto unadonna velata che lo fotografavaper strada, alla sua tutor non avrebbe detto niente: “Lui non me l’ha riferito, né mi ha riferito alcuna preoccupazione su questioni di sicurezza le volte che ho parlato con lui o che gli ho scritto nei mesi in cui era in Egitto”.

Nei racconti del periodo che precede la scomparsa di Giulio c’è però un altro nome che ricorre frequentemente e che potrebbe aver attirato l’attenzione degli apparati di Sicurezza egiziani su Regeni. È quello diRabab el-Mahdi, docente dell’

American University of Cairoe supervisor di Giulio in Egitto. Una figura tutt’altro che neutra, per stessa ammissione di Giulio,un profilo da “attivista”fastidioso per il regime diAbdel Fattah al-Sisi. Anche in questo caso, parte tutto da una confidenza fatta il 15 luglio 2015 dal ragazzo di Fiumicello a un amico: “Ieri se semo trovai per decider la struttura del mio report de fine anno e anche per discuter del nome del supervisor in Egitto. Ela me ga proposto Rabab El Mahdi che xe una politologa egiziana conosuda anche perché

la xe una grande attivista. Mi go fatto il codardo eghe go ditto che ero un po’ preoccupàdel fatto che la ga molta visibilità in Egitto e no volesi esser tanto in primo piano.E la xe rimasta mal. La mega ditto ‘finirà che dovremo metterte con qualchidun che fa parte del Governo’. Dopo sono tornà nel suo ufficio e ghe go ditto che me andava ben el suo nome ma no la sembrava troppo convinta”. Parole che, sostiene la prof, non tengono però conto delle settimane precedenti di confronto sulla figura più adatta ad affiancare Regeni durante il suo lavoro al Cairo: “Ho lavorato all’università americana, ho suggerito un paio di accademici del Dipartimento di sociologia dove lavoravo e ho sentito la preside di Antropologia Sociale. Discutendo fra noi sono venuti fuori altri nomi di studiosi, tra cui la professoressa Rabab Al-Mahdi, che alla fine è diventata il suo supervisore locale. Giulio

ammiravail lavoro di Rabab Al-Mahdi da molto tempo. L’ha citata e ha usato il suo lavoro nella sua tesi di master nel 2011 e nel 2012 e ha detto che sarebbe stato interessato ad averla come supervisore sul campo.Ho detto che era un’ottima scelta“. Poi, però, contraddice la versione del ragazzo: “Se Giulio ha mai espresso preoccupazioni circa il fatto che la professoressa Rabab Al-Mahdi fosse

politicamente espostain Egitto? Mai. Lei non era stata scelta per lui. In realtàera lui che ci tenevaa che il supervisore fosse lei. Ricordo molto chiaramente che diceva ‘è una delle migliori nel suo campo, quando più tardi farò domanda di lavoro la sua lettera di raccomandazione farà la differenza’”.

Fonti vicine al dossier che hanno potuto ricostruire le dinamiche che hanno portato alla scelta di al-Mahdi come supervisor di Regeni in Egitto raccontano aIlfattoquotidiano.itche le parole contenute nel messaggio di Giulio all’amico sono la conseguenza di un più lungo processo avvenuto attraverso un confronto costante e quasi paritario tra docente e dottorando e che, dai materiali in possesso di chi indaga, non emerge alcuna forzatura da parte della professoressa.

Chissà se a far scattare l’allerta sulla figura di Giulio nei Palazzi della National Security sia stato proprio il nome di al-Mahdi, oppure quello dellaAntipode Foundationche la professoressa di Cambridge aveva suggerito a Giulio di contattare per chiedere un

finanziamento di10mila sterlineper la sua ricerca. Soldi oggetto della conversazione registrata di nascosto dal capo del sindacato autonomo degli ambulanti,Mohammed Abdallah, che si scoprirà poi essere un collaboratore dei servizi egiziani. Oltre al rifiuto del giovane di girare una parte del denaro ad Abdallah per scopi personali, si scoprirà che la Antipode contribuirà a far scattare l’allarme della Sicurezza sulla figura del ricercatore. Lo disse anche il maggiore della National Security,

Magdi Ibrahim Sharif, uno dei quattro imputati nel processo, parlando a un collega kenyota dell’arresto di Regeni: “Era appartenente alla Fondazione Antipode chespingeva per l’avvio di una rivoluzione in Egitto“. Quel finanziamento, in realtà, non c’è mai stato, ma si sta parlando di una fondazione che promuove ricerche “partecipate”, dall’interno dei

movimenti di lottanel mondo. Questo almeno è quello che sostenevano gli agenti della Nsa egiziana. E a proporre a Giulio di rivolgersi alla Antipode, secondo quanto raccolto, era stata proprio la professoressa:“È un bando che Maha mi ha inviato un po’ di tempo fa”

, scrisse a sua madre. Ma Abdelrahman dichiara: “Antipode è una nota rivista accademica di geografia che tratta questioni di lavoro e così via. È così che l’ho conosciuta. Non avevo capito che c’era una fondazione vera e propria, ma sono andata a cercare. È una fondazione pubblica che finanzia ricercatori e istituzioni.

Non ricordo di averne parlato con Giulio“.Ci sono infine le accuse scarsa collaborazione mosse nei confronti dell’università, secondo le quali anche i vertici di Cambridge avrebbero deciso di chiudersi dietro a unsilenzio sospetto. Tanto che fu l’allora presidente del Consiglio,

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