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Il male che gli altri non vedono - VanityFair.it

E poi ci sono i figli, che vedono le madri picchiate, violentate, uccise #VF25novembre

25/11/2020 18.41.00

E poi ci sono i figli, che vedono le madri picchiate, violentate, uccise VF25novembre

Si chiama «violenza assistita»: le vittime sono i figli, testimoni delle brutalità subite dalle madri. E Fondazione Pangea pensa a loro

Valeria VantaggiMagari non c’è nemmeno un livido, nemmeno un graffio, né un arrossamento. Ma danni ne hanno subiti tanti. E fanno così male che il dolore e l’angoscia non passano: è per quello che sono così depressi, che hanno l’autostima a zero, che soffrono d’ansia, che sono incapaci di socializzare con i propri compagni di scuola. Perché hanno visto le loro mamme picchiate, insultate, violentate. Perché non hanno potuto fare nulla davanti a un padre manesco e aggressivo. La chiamano «violenza assistita»: è quella che subiscono i bambini quando sono spettatori di un maltrattamento fisico, verbale, psicologico, sessuale ed economico su figure di riferimento.

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Di solito la madre. «Purtroppo in questi tempi di pandemia i casi sono aumentati», spiegaLuca Lo Presti(nella foto), che ha creato Pangea Onlus, la Fondazione che dal 2002 si occupa di difendere, nel mondo, i diritti delle donne. «Ci siamo impegnati a costituire

Reama, una grande rete di persone e associazioni che hanno come obiettivo l’applicazione della Convenzione di Istanbul, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a istituire un quadro normativo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. Ma molte donne sono anche mamme, più della metà: era impossibile non pensare ai loro figli, che quando non subiscono violenza diretta vengono sempre e comunque tirati in mezzo, utilizzati come arma per distruggere l’avversario. È così che è partito il nostro progetto “Piccoli Ospiti”». headtopics.com

Come sono questi figli?«Tendenzialmente hanno grandi difficoltà nel relazionarsi con la madre, sono incapaci di sviluppare un rapporto affettivo con chiunque perché non hanno mai compreso né sperimentato che cosa sia l’amore. Hanno sempre vissuto all’interno di un conflitto, dove loro, qualsiasi cosa facessero, sbagliavano. Stiamo seguendo un ragazzo di 17 anni, completamente confuso dal punto di vista emotivo, tanto che per lungo tempo ha smesso di parlare, è caduto in un mutismo selettivo che non è stato semplice sbloccare. Poi ci ha spiegato. Se si schierava dalla parte del papà – sperando che così il padre, sentendo di avere un alleato, stesse più tranquillo con la mamma – otteneva l’effetto contrario: il papà si faceva forte di questa alleanza e picchiava ancora più duro. Se si schierava dalla parte della mamma, allora il papà menava tutti e due».

Che cosa fate con i ragazzi nei vostri centri?«Per lo più psicoterapia e attività molto semplici, per insegnare la relazione. Attraverso giochi di ruolo, sessioni di lettura e pet therapy creiamo dei campi di pace là dove ci sono sempre state solo guerre. Guerre invisibili, ma distruttive. Questi bambini, o ragazzi che siano, non hanno mai vissuto momenti di intimità, per loro sono esistiti solo momenti di paura: “Stai buono, altrimenti papà te le dà”. Ecco, noi proviamo a recuperare la possibilità di una relazione differente. Cerchiamo di fare piani terapeutici che abbiano una durata sufficiente per rivedere negli occhi di questi figli un minimo di serenità. Di solito ciò accade non prima di un anno di incontri costanti».

Quanti casi seguite?«Un centinaio. Siamo, ahimè, molto legati al costo dei servizi: il numero dei casi dipende da quanti soldi abbiamo a disposizione. Gli operatori, psicologi ed educatori, sono tutti professionisti retribuiti, ma il servizio che offriamo è gratuito. La nostra regola però è quella della continuità: se prendiamo in carico un ragazzo vuol dire che abbiamo le forze per andare fino in fondo».

Come avviene l’aggancio con i figli?«Di solito domandiamo alle donne che ci chiedono aiuto quale sia la situazione familiare. Purtroppo, capita sovente che i genitori nemmeno si accorgano dei danni creati nella mente dei ragazzi. Se c’è una violenza fisica è più facile che la mamma sia protettiva verso il figlio, non foss’altro che per una questione istintiva. Ma se si tratta “solo” di una violenza verbale o psicologica, allora lì è più difficile: è come se non ci fosse la percezione che quelle frasi, quelle parole, quelle dinamiche possano minare la salute dei figli. Non è raro che la mamma giustifichi il padre: “Il papà fa così perché è stanco”. Ma per i figli vedere umiliate le madri è un dolore misto a rabbia. Questi ragazzi sono emotivamente devastati. E, purtroppo, succede anche che il padre insulti la madre, e poi violenti la figlia». headtopics.com

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Seguite solo i minori?«Sì, anche se pure i maggiorenni avrebbero bisogno di un grande aiuto. Un’avvocata penalista che lavora con noi mi ha detto che si ritrova spesso a difendere ragazzi che finiscono in prigione perché hanno massacrato di botte la madre. La incolpano di non essersi liberata di quel padre violento. Intanto, però, hanno interiorizzato quella violenza e sono carichi di rancore. Nasce una relazione di odio e amore che diventa difficile da gestire».

Quando avete cominciato con il progetto «Piccoli Ospiti»?«Ormai parecchi anni fa: il primo bambino vittima di violenza assistita l’abbiamo visto nel 2008. Da allora ci siamo dedicati a questo problema, tanto che abbiamo scritto un protocollo europeo coordinandoci con associazioni in Spagna, Ungheria e Romania. Purtroppo la violenza assistita, anche se classificata tra gli abusi all’infanzia, è ancora molto sottovalutata, sia dal punto di vista del riconoscimento sociale sia sotto il profilo legale: occorrono leggi specifiche e politiche adeguate».

Alla fine si arriva sempre a una denuncia?«No, non tutte le donne denunciano, anzi. Chiedono di essere messe in sicurezza, di essere aiutate, ma quando riescono a uscirne preferiscono non avere nulla a che fare con quel tizio che le ha pestate. Vogliono mettere un punto. Noi le assistiamo con un’équipe legale di altissimo livello ed è capitato più volte che Pangea si sia costituita parte civile. L’importante è che sappiano che non sono sole».

Come mai lei, uomo, ha iniziato a dedicarsi così tanto ai diritti delle donne?«In realtà non è che io abbia deciso di dedicarmi alle donne, è che c’è un’enorme violazione dei diritti riguardante una parte del genere umano, e questo è profondamente ingiusto. L’ho visto accadere nel mondo intero, indipendentemente dal livello di educazione, dallo status economico, dalla religione, dalla classe sociale o dall’etnia di appartenenza. Quando è nata Pangea, mi sono chiesto quale fosse un tema che toccasse tutto il mondo, quale violazione fosse così trasversale che, se l’avessimo affrontata, avremmo risolto un problema centrale per l’intero pianeta. Ecco, erano le donne, con i loro diritti violati, semplicemente perché sono parte di un genere. Ed è per questo che, anziché femminicidio, io userei – consentitemi la provocazione – la parola genocidio». headtopics.com

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