Voto in Spagna, lo tsunami degli anarchici che blocca Barcellona

Lo tsunami degli anarchici che blocca Barcellona

06/11/2019 00.00.00

Lo tsunami degli anarchici che blocca Barcellona

Tra le tende la regola è niente sesso nè alcol: «Disciplina». «Non siamo ideologici, ma lo spagnolo per noi è straniero»

EmailGli anarchici son tornati, questa volta disarmati; non faranno rivoluzioni, ma possono decidere le elezioni. Perché se davvero — di questo sta discutendo l’assemblea — bloccassero Barcellona sabato, «giorno di riflessione» prima del voto, potrebbero mobilitare la Spagna di destra. L’

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acampada— un po’ accampamento, un po’ campeggio — è davanti alla sede dell’università. Barricate con transenne e vecchi mobili bloccano la Gran Vía, per la gioia degli automobilisti. Su un lenzuolo è scritto a mano: «Vietato bere alcolici dopo mezzanotte». Un altro specifica: «No sex». Non l’hanno messo i poliziotti, ma i ribelli. «Ci vuole disciplina; altrimenti gli spagnoli diranno che siamo qui per ubriacarci e divertirci», spiega uno dei leader del movimento, studente al terzo anno di università, due orecchini, che chiameremo Pau.

Il nome del movimento è Tsunami Democràtic.È nato all’indomani delle condanne inflitte ai leader separatisti. «È stato allora che l’abbiamo capito: manifestare pacificamente non serve a nulla — racconta Pau —. D’ora in poi la nostra linea sarà la disobbedienza civile. Bloccare strade, treni, l’aeroporto. Non saremo violenti; ma se la polizia ci carica, se ci manganella, se tornerà a spararci proiettili di gomma come questi, ci difenderemo». I proiettili sono custoditi come reliquie, accanto alle foto con il re Felipe accostato a Franco, il ritratto di Federica Montseny e la bandiera nera che sventola sopra le tende, a evocare una stagione lontana ma non remota nella storia di Barcellona. headtopics.com

Questa è l’unica città in cui gli anarchicipresero il potere, e come prima cosa dipinsero i tram di nero e rosso. Federica Montseny progettò di abolire la prostituzione per legge, convertendo le «demoiselles» dipinte da Picasso in sarte. Non funzionò. I suoi compagni intuirono che solo una rivoluzione sessuale avrebbe potuto risolvere la questione, e proposero una tassa sulla verginità.

Pau però sostiene che i richiami anarcoidie i riferimenti alla guerra civile sono più che altro un modo per suggestionare l’opinione pubblica. «Noi non siamo ideologici. C’è gente che vota a sinistra, io ad esempio voterò Podemos perché è l’unico partito nazionale disposto a riconoscere il nostro diritto all’autodeterminazione; ma c’è gente che viene da destra. Ci sono i nipoti degli immigrati andalusi e i figli di quelli marocchini. Ci sono gli anti-sistema e i ragazzi di famiglia borghese, come me del resto. Noi siamo per l’indipendenza. Abbiamo studiato in catalano dall’asilo all’università. Pensiamo in catalano, sogniamo in catalano. Lo spagnolo è una lingua straniera. E il re è il monarca di un Paese occupante. Per questo abbiamo bruciato i suoi ritratti. Sua figlia Leonor, la futura regina di Spagna, ha parlato in catalano perfetto, è vero. Non aveva neppure l’accento castigliano. Una sorpresa. E allora? Chi se ne frega. Guarda qui, piuttosto».

Pau mostra sul telefoninoil video di un gruppo di incappucciati che escono da un supermercato pachistano nel centro di Barcellona e salgono su un blindato della polizia, accolti come amici: «Sono agenti provocatori. Vogliono far credere all’Europa che siamo violenti. E noi vogliamo mostrare all’Europa il volto della repressione spagnola».

In assemblea si discute che fare il 9 novembre, vigilia delle elezioni. Per approvare le proposte si applaude come fanno i sordomuti, agitando le braccia; per bocciarle si battono le mani. L’applauso vuol dire no. Molti ad esempio non condividono l’idea di provare a impedire ad Albert Rivera di votare. headtopics.com

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Anche Albert Rivera è catalano. Viene dal quartiere un tempo popolare di Barceloneta. Ma è contro l’indipendenza, e contro l’acampada. Ha chiesto alla magistratura di sgomberarla per «turbativa elettorale». Il giudice gli ha dato torto: i manifestanti non hanno partito; basta che non disturbino il voto. Ma l’idea è proprio questa: contestare al seggio Rivera e gli altri intransigenti. La sua capolista Inés Arrimadas. Il rappresentante della destra estrema di Vox, Ignacio Garriga, «el medio negro», il mulatto di origine cubana. E la candidata del partito popolare, l’odiatissima Cayetana Álvarez de Toledo y Peralta-Ramos, marchesa di Casa Fuerte, detta familiarmente «la Rubia», la bionda.

L’impressione è di una rivolta generazionale, destinata a essere spazzata via, se non dalla Guardia Civil, dall’inverno. I più ottimisti sono ancora in bermuda, ma ieri sera la temperatura è scesa. Chi è qui per protestare contro la corruzione, chi denuncia la precarietà del lavoro, e chi è venuto dall’Argentina in bici con le bandiere delle «patrie senza Stato», compresi il Kurdistan e la Sardegna. Ci sono l’ambulatorio, gli avvocati a disposizione dei denunciati, la biblioteca catalana, la cassa per le donazioni ai prigionieri ovviamente «politici», la lista delle richieste: materassini, cipolle, sacchi a pelo, peperoni, prosciutto, acqua potabile, frutta, formaggio, hummus, pasta senza glutine... «Spagna siediti con noi a parlare» invita un cartello, cui qualcuno ha aggiunto «e a fumare»; perché l’alcol sarà vietato, ma a giudicare dall’odore lo spinello è libero.

Sul telefonino di Pau si nota l’App di Tsunami. «Quando la polizia ci fermava, entrava nei gruppi WhatsApp e Telegram per identificarci tutti. Così ci siamo fatti questa applicazione, per coordinare i nostri spostamenti e informarci su quelli della Guardia Civil. Ci stanno provando, ma finora l’App non l’hanno scoperta. Quando ci riusciranno, ne faremo un’altra». Molti anziani di Barcellona vengono a solidarizzare. Una signora lascia un cartello in catalano scritto con il pennarello verde: «I vostri nonni sono stati condannati da Franco. I vostri nonni vi vogliono bene. I nostri nonni vi raccomandano: prudenza».

L’altra volta non finì bene.Il presidente indipendentista, Lluis Companys, fuggì in Francia; preso dalla Gestapo, fu consegnato al Caudillo, che si affrettò a farlo fucilare; è sepolto sul Montjuich, lo stadio olimpico porta il suo nome. A fucilare gli anarchici pensarono gli stalinisti. I più radicali, gli headtopics.com

incontrolados, bruciarono le chiese, uccisero i preti, e dove non trovarono i preti spararono ai crocefissi: anche questo offrì il pretesto alle sinistre francesi e inglesi per non intervenire contro Franco.E stavolta come finirà?«Secondo me sabato non succede nulla di clamoroso — prevede Pau —. Sarebbe un errore. Un autogol». Però si ha quasi l’impressione che i secessionisti si augurino una mobilitazione della Spagna di destra, e una vittoria del Pp e di Vox, quasi per giustificare un ulteriore strappo della Catalogna. «Per noi in effetti il socialista Sánchez è quasi peggio del neofranchista Abascal. Si dice di sinistra, ma vuole solo piegare la Catalogna. La situazione si è avvitata su se stessa, e il voto può complicarla ancora di più. L’indipendenza è difficile, lo sappiamo. Ma solo l’Europa può ristabilire il dialogo. L’alternativa è la disperazione».

5 novembre 2019 (modifica il 5 novembre 2019 | 21:31) Leggi di più: Corriere della Sera »

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