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Usa, l’anno del doppio referendum - La Stampa

Usa, l’anno del doppio referendum

12/11/2019 08.22.00
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Usa, l’anno del doppio referendum

Dal 1868, quando il presidente Andrew Johnson fu rinviato a giudizio dalla Camera e poi assolto dal Senato, per un solo voto, fino al 1998, quando la stessa sorte toccò a Bill Clinton, anche lui prosciolto, passarono 130 anni e solo nel 1974, minacciato a sua volta di «impeachment», Nixon preferì dimettersi. Il ritmo si infittisce inesorabile, nel 1974 Nixon, nel 1998 Clinton, ora Trump accusato dai democratici alla Camera per aver forzato il presidente ucraino Zelensky a riaprire l’inchiesta contro l’ex vicepresidente Biden, in cambio di aiuti economici. Le battaglie politiche sono classiche in America, F.R. Roosevelt sfidò Wall Street, Truman ed Eisenhower i vertici militari, Kennedy e Johnson antichi alleati in favore dei diritti civili, Carter la Cia, Reagan potenti burocrazie, ma l’America di oggi, divisa in due, sembra preferire il processo politico dell’impeachment alla politica delle idee. Sarà il Senato, secondo la Costituzione, a giudicare Trump, serve la maggioranza di due terzi dei 100 senatori, i democratici contano su 45 voti più due indipendenti, il quorum di 75 è lontano. Il leader della maggioranza McConnell, come l’influente senatore repubblicano Graham, fanno sapere in privato che in effetti ci può esser stato scambio di favori in Ucraina, magari equivoco da un punto di vista diplomatico, ma non reato da incriminare. In realtà Trump consegna a tre livelli di giudizio il proprio destino alle urne tra un anno. Deve impedire che al Senato arrivino una prova schiacciante, o una testimonianza perentoria contro di lui, ma anche difendersi dai tribunali ordinari che, a New York, lo incalzano. Infine, deve ottenere, laddove assolto dai senatori, che la maggioranza degli elettori lo bocci al voto. Trump è il solo presidente a non aver mai ottenuto il consenso del 51%, è rimasto in minoranza per tutto il mandato. Intende ribaltare la storia ed essere rieletto con una strategia a «testuggine»: portare compatti i propri elettori fedeli e, grazie al Collegio e

GIANNI RIOTTA12 Novembre 2019Dal1868, quando il presidente Andrew Johnson fu rinviato a giudizio dalla Camera e poi assolto dal Senato, per un solo voto, fino al 1998, quando la stessa sorte toccò a Bill Clinton, anche lui prosciolto, passarono 130 anni e solo nel 1974, minacciato a sua volta di «impeachment», Nixon preferì dimettersi. Il ritmo si infittisce inesorabile, nel 1974 Nixon, nel 1998 Clinton, ora Trump accusato dai democratici alla Camera per aver forzato il presidente ucraino Zelensky a riaprire l’inchiesta contro l’ex vicepresidente Biden, in cambio di aiuti economici. Le battaglie politiche sono classiche in America, F.R. Roosevelt sfidò Wall Street, Truman ed Eisenhower i vertici militari, Kennedy e Johnson antichi alleati in favore dei diritti civili, Carter la Cia, Reagan potenti burocrazie, ma l’America di oggi, divisa in due, sembra preferire il processo politico dell’impeachment alla politica delle idee.

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Sarà il Senato, secondo la Costituzione, a giudicare Trump, serve la maggioranza di due terzi dei 100 senatori, i democratici contano su 45 voti più due indipendenti, il quorum di 75 è lontano. Il leader della maggioranza McConnell, come l’influente senatore repubblicano Graham, fanno sapere in privato che in effetti ci può esser stato scambio di favori in Ucraina, magari equivoco da un punto di vista diplomatico, ma non reato da incriminare. In realtà Trump consegna a tre livelli di giudizio il proprio destino alle urne tra un anno. Deve impedire che al Senato arrivino una prova schiacciante, o una testimonianza perentoria contro di lui, ma anche difendersi dai tribunali ordinari che, a New York, lo incalzano. Infine, deve ottenere, laddove assolto dai senatori, che la maggioranza degli elettori lo bocci al voto.

Trump è il solo presidente a non aver mai ottenuto il consenso del 51%, è rimasto in minoranza per tutto il mandato. Intende ribaltare la storia ed essere rieletto con una strategia a «testuggine»: portare compatti i propri elettori fedeli e, grazie al Collegio elettorale, rivincere, come nel 2016, con meno voti dello sfidante dem. headtopics.com

È possibile? A prima vista no, un candidato capace di mobilitare i democratici, che anche al Sud, dal Kentucky alla Virginia, crescono a ogni turno elettorale con le nuove generazioni, è imbattibile. Ma, e qui Trump scommette, questo leader carismatico manca all’opposizione. Biden è fuori fuoco con i militanti, Sanders e la Warren rischiano di alienare centristi e indipendenti indispensabili per vincere. La Warren propone mutua sanitaria nazionale, che lascia scettico il ceto medio, e tassa patrimoniale per i ricchi denunciata a destra come «comunista». Per questo scende in lizza il miliardario Bloomberg: mai, dal 1976, un leader poi nominato si è candidato meno di 16 mesi prima delle elezioni: in Iowa si vota già il 3 febbraio 2020. Bloomberg è perfetto per attrarre i repubblicani scontenti, ma non appassiona i militanti delle primarie democratiche, che non vogliono solo scalzare Trump, ma soprattutto spostare a sinistra partito e Paese. Nei prossimi 12 mesi l’America ha due storici referendum davanti, uno su Trump, l’altro su se stessa. Chiunque vinca, il Paese e i due partiti storici ne usciranno rivoluzionati.

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