Oscar 2020, Cinema

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Una notte degli Oscar tra i sensi di colpa e la battaglia studios-Netflix - La Stampa

Le statuette per «parasite» potrebbero essere il risultato dello scontro a Hollywood più che una vera rivoluzione

10/02/2020 10.20.00

Le statuette per «parasite» potrebbero essere il risultato dello scontro a Hollywood più che una vera rivoluzione.

Le statuette per «parasite» potrebbero essere il risultato dello scontro a Hollywood più che una vera rivoluzione

La qualità dei film si è rispecchiata nello spettacolo, che è iniziato con uno strepitoso numero musicale di Janelle Monae, la quale è passata con scioltezza tra vari generi musicali trascinando con sé l’intera audience, ed è continuata con Eminem ed Elton John, il quale ha vinto anche l’oscar per la migliore canzone. È stata un’edizione caratterizzata dalla grande attenzione per la diversità, al punto che Shia La Beouf si è fatto accompagnare sul palco da un ragazzo con la sindrome down. Grande il senso di colpa per la carenza di candidature di artisti di colore e l’assenza di registe donne: Nathalie Portman ha indossato un vestito con i nomi delle cineaste ignorate e Sigourney Weaver, prima di presentare la prima direttrice d’orchestra degli oscar, ha scatenato un’ovazione proclamando «tutte le donne sono supereroi».

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Non c’è stato passaggio in cui i presentatori non siano tornati su queste assenze: Steve Martin ha ironizzato sul fatto che in 92 edizioni l’Academy è passato da zero a una candidatura di artisti neri e Chris Rock è arrivato a lamentare la mancanza di «vagine».  Se il risultato più rivoluzionario è stata la vittoria di quattro oscar per

Parasite, tra i quali quella di Bong Joon Ho come regista, il momento più emozionante è dovuto proprio a lui, quando ha citato Martin Scorsese come modello, scatenando una standing ovation per il maestro italo-americano. È troppo presto per capire se questo risultato rivoluzionario sia dovuto ad un’apertura dell’Academy a nuove proposte (il numero dei votanti è stato aumentato radicalmente, con grande attenzione alla diversità) o invece sia dovuto a una divisione di voti tra le due squadre contendenti che ha favorito l’ottimo headtopics.com

Parasite.Nonostante ciò, si è assistito a una vittoria degli studios, che è iniziata con il trionfo di Brad Pitt come attore non protagonista: successo meritato per un attore spesso sottovalutato, ma le interpretazioni di Al Pacino e Joe Pesci in The Irishman non erano inferiori. Da leggere in maniera analoga la vittoria del pur bravissimo Joaquin Phoenix per

Jokersu Adam Driver, mentre l’altrettanto brava Renee Zellweger, premiata perJudy, ha vinto una partita tutta all’interno degli studios. Tra le poche vittorie Netflix si registra quello, impeccabile, di Laura Dern come migliore attrice non protagonista per

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La fine di “The New Pope” una meraviglia, “Locke and key” invece delude - La StampaSu Sky Atlantic è andata in onda l’ultima puntata di “The New Pope” di Paolo Sorrentino (ora recuperabile, se volete, su Sky on demand e su NowTv). E che meraviglia che è stata: Sorrentino ha chiuso tutte le storie, tutte le trame, ha mandato via i due papi, quello giovane e quello nuovo, e ne ha creato un altro: uno, ci permettiamo di dire, perfetto. Ha preso di mira gli estremismi, ha ironizzato su un certo modo di essere fedeli, e ha usato Silvio Orlando come campione: prima come ago della bilancia tra i due pesi massimi John Malkovich e Jude Law, poi come centro del racconto, come unica, vera soluzione per una storia che meritava un finale come questo, un finale preciso e curato, in cui tutto, anche se molto sorrentinianamente, è andato al suo posto. Probabilmente – ma è quasi sicuro, via – non ci saranno altre edizioni del Vaticano immaginato dal regista napoletano, e va bene così: ci possiamo deliziare con quello che abbiamo, con la prima e la seconda serie, e possiamo riscoprire i vari personaggi seguendoli – come nel caso di Voiello – nella loro crescita e nella loro trasformazione. “The New Pope”, più e meglio di “The Young Pope”, ha raccontato la storia di un gruppo di uomini soli e spezzati, che nella chiesa e nella fede hanno trovato una casa, un motivo per andare avanti, un antidoto alla solitudine. La cosa migliore resta il lavoro fatto alla scrittura da Sorrentino, Umberto Contarello e Stefano Bises, e l’interpretazione di Silvio Orlando, che s’è dato al cento per cento, in italiano, napoletano e inglese. “Locke and key”, disponibile da ieri su Netflix, comincia bene. Ha un buon andamento, dei personaggi interessanti, una storia – che si basa sull’omonima serie a fumetti – che ha i suoi punti di forza e di originalità. In breve: una famiglia, orfana di padre, si trasferisce in una vecchia case, dove ad aspettarla ci sono delle chiavi magiche e una serie infinita di segreti e di misteri. Gli unici a poter “sentire”, perché gli parlano, queste chiavi so E chi se ne frega dove lo scriviamo?