Un popolo in cammino

Un popolo in cammino

21/02/2021 14.58.00

Un popolo in cammino

La città moderna è immaginata per il non camminare. Il pedone è un clandestino

Hosempre pensato che camminare (e correre) sia un atto deliziosamente conservatore. Di più: gioiosamente reazionario. La modernità, il progresso, la tecnologia, gli innumerevoli mondi nuovi che continuamente aggiorniamo sono costruiti sulla velocità che è il rifiuto del tempo lento del camminare: l’automobile il treno gli ascensori le scale mobili, tutto è stato creato perché stiamo fermi, perché ci lasciamo trasportare.

Cinque azzurri (e tutto il Galles) si inginocchiano prima del fischio di inizio: non era mai successo Primarie a Roma e Bologna, Letta e il Pd: «Grande affluenza, una festa della democrazia» Giustizia, l'attacco di Marta Cartabia: “Crisi di credibilità e fiducia, ci vorrebbero tanti Livatino”

E invece. Fantasticare camminando nella campagna o sulle chine del monte, riempiendo i declivi con la cadenza della marcia, lasciando alla deriva la immaginazione e la memoria. Con qualcuno al fianco che ti difenda come un sostegno dalle esuberanze sconfinate, dalle vertigini di cui corre il rischio il camminatore solitario in un paesaggio esaltante. Ma sai che puoi astrarti a lungo, quando vuoi, e seguire, ognuno per sé, le volute leggere del ricordo e dell’attesa che si depositano in spire trasparenti.

Niente poi eguaglia il camminare nel deserto, monotono come il mare e mutevole come lui. Lasciare segni sulle sabbie piatte che il vento subito ricopre ed annebbia in polvere fine, farina di montagne polverizzate dal tempo. O risvegliare le vibrazioni delle pietre secche in lunghi echi nel nulla sonoro. La città moderna è immaginata per il non camminare: segnato da spazi delimitati, insidiato dalle automobili che ne sono i veri padroni, il pedone è un clandestino a cui è centellinata la riserva indiana della zona pedonale, ambiguo apartheid del moto. Non ci sono piste, tracce visibili sull’asfalto, solo ordini e divieti. In città attraversare la natura è un privilegio limitato ai ricchi che vivono in oasi verdi e fiorite nascoste da muri. Nella rivoluzione industriale, nelle città dei romanzi di Dickens, chi cammina è sospetto, irregolare: il vagabondo che non ha casa, il medicante, le “passeggiatrici’’ che vanno avanti e indietro per offrirsi. Il re o il presidente cammina nei giardini reali. Anche i parchi “pubblici’’ all’inizio erano a pagamento, per tener fuori poveri, accattoni, viandanti. headtopics.com

Andare a passeggio: non è espressione buffa, che sottintende qualcosa di inutile, di infantile? I bambini vanno a passeggio perché non hanno nulla da fare se non guardare il mondo che sfila intorno. Andare a passeggio è un po’ perdere tempo. E chi può oggi perdere tempo senza sentirsi in colpa?

È il mondo antico che cammina. I contadini camminano. Ho fatto ancora in tempo a vedere e ricordare i contadini di quaranta, cinquanta anni fa che percorrevano i campi per seminare, per falciare, per mietere. I pastori, i nomadi camminano. Per trovare, passo dopo passo, il pascolo verde, l’acqua che disseta. Oggi non ci sono contadini che camminano. Viaggiano anche loro su trattori e congegni meccanici. Un tempo, a piedi nudi, sentivano la terra. Lo stesso gesto del toccarla con la vanga. Perché questo è camminare: lasciare impronte, trovare il contatto fisico con il suolo. In fondo un atto religioso, un gesto sacro. Oggi camminare è una prescrizione medica, o scorciatoia estetica per non metter su pancia. Si cammina per diletto, per sciccheria, per nulla.

È stata infatti necessaria la pestilenza, ovvero qualcosa di premoderno, di primitivo, che come antidoto o stratagemma contro la quarantena, in città improvvisamente senza auto, ha moltiplicato turbe improvvisate e temporanee di camminatori e podisti. Che non sognano altro che ritornare alla mobilità comoda e artificiale del moderno.

Non è un caso che l’inizio filosofico sia Rousseau, con le sue Fantasticherie di un passeggiatore solitario: «…. non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo non penso più e la testa se ne va in sincronia con i miei piedi…». Rousseau: il creatore dell’anti-modernità, della decrescita più o meno felice, l’inventore dello stato di natura, dell’uomo innocente che erra nella foresta, felice, senza industria, senza tecnologia, senza domicilio, senza guerra, senza bisogno dei propri simili. Una invenzione reazionaria. Appunto. headtopics.com

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I filosofi, si dice, camminavano per riflettere. I peripatetici ovvero “persone che camminano”, gli stoici con il loro portico per deambulare, il cronometrico Kant aKönigsberg (oggi dove passeggiava ho visto la mole di una stazione ferroviaria!), il bastone da passeggio di Hobbes con incorporato il calamaio in corno per appuntare le idee ... Già. Ma dove sono oggi i filosofi? Sostituiti dallo scienziato chiuso nell’accessoriato laboratorio.

Che cosa c’è di più antimoderno del pellegrinaggio: la sublimazione del camminare, l’avanzare fisicamente alla ricerca di qualcosa che penseresti intangibile, una meta spirituale che si fa anche spazio e luogo? Dio non è qualcosa di immateriale, diventa una geografia raggiungibile con la fatica del camminare. Simbolo possente, certo ma anacronistico: l’uomo, ovvero un essere piccolo e solo nel mondo, che si affida alla forza del corpo e della volontà. Il pellegrinaggio dei migranti: i più formidabili camminatori del nostro tempo, a piedi domano deserti, savane, montagne. Per scardinare le ipocrisie e le bugie della nostra globalizzazione.

Eppure eppure…mi viene il dubbio che camminare sia nostalgia del passato ma nello stesso tempo anche il suo contrario. Camminare è anche un atto rivoluzionario. Sono i poveri che camminano, gli uomini le donne delQuarto Statodi Pellizza da Volpedo: determinati sereni inesorabili camminano verso il sol dell’avvenire. Già: i ricchi, i nobili, i re vanno a cavallo o in carrozza o in automobile, i popolani, i fanti che sono il popolo in uniforme, camminano. È il popolo in rivolta che scende in strada e cammina, occupa lo spazio che non è suo, lo sommerge. Le rivoluzioni sono la politica che cammina, marcia, sfila. Avanzare fianco a fianco con sconosciuti ma con cui condividi la dichiarazione fisica, esplicita di un sentire comune, sai che c’è una meta ed è là davanti, in fondo alla strada, dietro la riga dei poliziotti e dei soldati, dove c’è il Palazzo del potere.

La storia infinita del camminare rivoluzionario. Le pescivendole, le “poissardes”, le popolane del mercato che marciano all’alba, lungo cammino colmato di canti, verso Versailles per andare a riprendersi il re, per esempio. Sì: Parigi è davvero la città dei grandi camminatori e delle grandi rivolte, Haussman tracciò, invano, i vasti boulevard per spazzarli con l’artiglieria quegli indomabili camminatori. E poi le madri di plaza de Mayo, a Buenos Aires, a cui un gendarme gridò, sgarbato, che non potevano sostare con le loro foto dei figli perduti, era vietato, era adunata sediziosa, e allora iniziarono a camminare in tondo, instancabili, per inchiodare alla memoria gli assassini. headtopics.com

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