Tumore curato con la psicologia, l’omeopata condannata anche in Appello

Marina, 53 anni, aveva un melanoma che si poteva asportare con un intervento chirurgico piuttosto semplice

21/05/2020 20.37.00

Marina, 53 anni, aveva un melanoma che si poteva asportare con un intervento chirurgico piuttosto semplice.

Marina, 53 anni, aveva un melanoma che si poteva asportare con un intervento chirurgico piuttosto semplice

19:05TORINO.  Curare un tumore con la meditazione, la parola gentile, la psicologia. Fu questa la terapia che Marina, a Torino, fu convinta a seguire dal suo medico. Aveva un neo, Marina, che si poteva asportare con un intervento chirurgico piuttosto semplice. Ma le fu detto che era più opportuno un percorso di autoanalisi: se avesse portato alla luce le carenze affettive che aveva vissuto, il male si sarebbe assorbito da sé. Non andò in questo modo: nel 2014, nove anni dopo la scoperta del neo, Marina morì. La storia è tornata a riecheggiare al Palazzo di Giustizia di Torino, dove i giudici della Corte d'appello hanno confermato la condanna a tre anni di carcere per una delle protagoniste della vicenda:

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Maria Alcover Lillo, 57 anni, origini madrilene, residente a Modena, omeopata molto conosciuta. Cooperazione in omicidio colposo. Alla pena detentiva si aggiungono i 270 mila euro di provvisionale ai familiari di Marina, parte civile con l'avvocato Marino Careglio. Per l'altro medico,

Germana Durando, torinese, i tre anni e dieci mesi di reclusione sono già definitivi.LEGGI ANCHETre anni di carcere al medico che curava il cancro con l’approccio olisticoLe protagoniste della vicendaSe la Durando era la dottoressa di Marina, la Alcover Lillo era la maestra di Durando. Condivideva con lei lo studio di Torino, ed ebbe - secondo l'accusa - una parte attiva nella vicenda che non si limitò a quello dell'osservatrice occasionale. Marina, come si ricava dalle carte processuali, fu sottoposta a una terapia ricavata dalla medicina omeopatica «hahnemanniana». Quando notò il neo sulla spalla sinistra era il 2005. Le email raccontano le sue speranze e il suo calvario: «Leggo gli arcangeli, faccio fatica a meditare», «Ho paura che lui non voglia aspettare i miei tempi». Il 21 marzo 2014 si fece finalmente asportare il melanoma. Non bastò. «I linfonodi urlano, continuo ad avere male: ma se è il male della guarigione, ben venga». La morte la colse a settembre. La sentenza di primo grado rilevò «gravi profili di colpa» nella condotta della Alcover, che propugnò una «teoria fuorviante e priva di contenuto scientifico». Ancora nel 2016 l'omeopata ribadiva su Facebook le proprie convinzioni: «Mentre il melanoma cresceva la paziente stava bene e c'era il recupero della sua complicata esistenza. Cosa che non interessa al mondo medico meccanicista. La scelta sempre libera della paziente di farsi operare è stato il punto di partenza dell'esplosione delle metastasi». headtopics.com

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