Troppo simili per poter stare in pace Usa e Cina si fanno diversamente la guerra

Sorpasso economico e vari aspetti futuristici del colosso orientale spingono verso un nuovo ordine mondiale Due saggi analizzano la progressiva indifferenziazione tra i due capitalismi e il posizionamento dell’Europa

15/06/2020 01.00.00

Nel suo ultimo libro pubblicato prima della morte, Portando Clausewitz all’estremo, René Girard annunciava il conflitto che sarebbe potuto sorgere tra Stati Uniti e Cina nel momento in cui le ... Le recensioni 📖 di Tuttolibri .

Sorpasso economico e vari aspetti futuristici del colosso orientale spingono verso un nuovo ordine mondiale Due saggi analizzano la progressiva indifferenziazione tra i due capitalismi e il posizionamento dell’Europa

Portando Clausewitz all’estremo, René Girard annunciava il conflitto che sarebbe potuto sorgere tra Stati Uniti e Cina nel momento in cui le due potenze avessero raggiunto il massimo grado d’indifferenziazione. In effetti secondo il pensatore francese è sempre la somiglianza a provocare la rivalità, e la Cina da molti anni rappresenta una sorta di «doppio» dell’Occidente. Prima era lei ad imitare gli Stati Uniti, come a voler colmare un divario economico decennale, mentre oggi sembra che il rapporto si stia rovesciando: l’Oriente si presenta sempre di più come un’immagine del nostro futuro sociale e tecnologico.

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È questo che racconta Simone Pieranni, giornalista almanifestoe fondatore dell’agenzia stampa China Files, nel suo saggioRed Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina. Pieranni non si limita a raccontare quello che appare come un «sorpasso» economico - attraverso la nascita di una nuova Silicon Valley orientale che ha raccolto la sfida dell’Intelligenza Artificiale, abbandonando i lidi dell’imitazione per gli oceani dell’innovazione - ma si concentra su certi aspetti futuristici della società cinese degli anni 2020. Alcuni possono suonare particolarmente inquietanti: dalla pervasiva sorveglianza digitale al sistema dei crediti sociali, il governo cinese ha sviluppato delle tecnologie difficilmente compatibili con i principi della società liberale. E nello stesso tempo, bisogna ammetterlo, molte tecnologie alle quali la popolazione cinese sta già facendo da cavia sembrano rispondere alle sfide del presente: basti pensare a come la minaccia del COVID-19 ha reso appetibile la prospettiva di dotare ogni cittadino di un’app di tracciamento, in barba a ogni cruccio sulla privacy. Il capitalismo che viene sarà cinese, «specchio rosso» di un futuro distopico come nella serie

Black mirror? Tutto dipenderà anche da come reagiranno gli Stati Uniti e da come l’Europa si posizionerà nel nuovo ordine mondiale.A riflettere sui grandi cambiamenti geopolitici in atto è Alessandro Aresu, consigliere scientifico della rivista headtopics.com

Limes, in un altro libro da poco pubblicato,Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina. Mettendo da parte l’opposizione caricaturale tra economia di mercato ed economia pianificata, che tanti dibattiti ha spinto in direzioni poco proficue, Aresu insiste sulla dimensione sempre ed inevitabilmente «politica» del capitalismo. Che si tratti di quello americano oppure di quello cinese, dietro al velo dei principi liberali oppure di quelli socialisti, le due potenze, di nuovo abbracciate in un confronto speculare, perseguono i medesimi obiettivi: garantire l’interesse strategico e quindi la sicurezza nazionale. E lo fanno con mezzi piuttosto simili, quelli dell’industria e dell’innovazione, pianificate con strumenti più o meno formali, dal diritto alle strette di mano tra grandi dirigenti

.Aresu racconta questa storia segreta sia dando spazio a eminenze grigie e uomini dell’ombra che risalendo la corrente fino ad alcuni capisaldi del pensiero occidentale - da Adam Smith a Carl Schmitt, da Max Weber a Joseph Schumpeter - che avevano già ai loro tempi intuito certe verità inconfessabili dell’ordine capitalistico.

L’immagine che avevamo del mondo e della sua storia ne esce trasfigurata, e d’un tratto appaiono ben misere le discussioni di breve o brevissimo termine che occupano la politica italiana. Proprio Weber, profeta della burocratizzazione del mondo, sembra essere stato il più lucido profeta di una società moderna che non può far altro che procedere verso il dominio pieno e incontrollato delle tecnostrutture, alla faccia non soltanto dei principi liberali ma anche di quelli democratici. Gli era soltanto sfuggito che a realizzare quel sogno (a meno che non fosse un incubo) sarebbero stati i discendenti di Confucio e non quelli di Lutero. Convocando una ricca bibliografia in una cavalcata appassionante, Aresu ci porta a contemplare le rovine del mondo di ieri (esplicito il riferimento alla «fine dello stato socialdemocratico») e, a poca distanza, i cantieri del mondo di domani.

E l’Europa in tutto questo, dunque? L’autore, poco ottimista, la descrive come una potenza marginalizzata e ormai incapace di darsi dei fini all’altezza dei mezzi di cui sulla carta ancora dispone; mentre da parte sua Pieranni teme che il continente diventi un terreno di conquista per la battaglia tra Cina e Stati Uniti sul digitale e la geopolitica dei dati. Entrambi gli autori insistono sulla visione a lunghissimo termine che ha animato le élite cinesi nel perseguire un ambizioso processo di modernizzazione di cui nell’ultimo decennio si sono cominciati a vedere i frutti. Entrambi cercano di smontare le caricature e i luoghi comuni «orientalisti», frequenti nella propaganda anti-cinese, che vedono nel Regno di mezzo una terra di dispotismo. Ma nessuno dei due riesce a convincerci (né d’altronde vuole farlo) che sarà indolore ritrovarsi presto o tardi alla periferia del mondo, dopo avere per secoli creduto di esserne il centro. headtopics.com

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Quanto alla profezia di René Girard sulla possibilità di un conflitto aperto tra Oriente ed Occidente, gli autori ci ricordano che ci sono modi incruenti di condurre le lotte per l’egemonia in un mondo interconnesso, dalla guerra tecnologica alla guerra commerciale. Così le due potenze del capitalismo politico sono riuscite, per ora, a evitare la cosiddetta «trappola di Tucidide» che aveva opposto Atene e Sparta nel momento della loro massima indifferenziazione

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