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Torino, anni Sessanta: la bohème degli studiosi - La Stampa

Torino era una città non troppo accogliente per i giovani ricercatori, negli anni del boom quando si stava assestando la grande ondata migratoria. L'editoriale d

07/01/2020 19.30.00

Torino era una città non troppo accogliente per i giovani ricercatori, negli anni del boom quando si stava assestando la grande ondata migratoria. L'editoriale d

In pieno boom, non c’erano appartamenti disponibili a buon prezzo, così capitava che giovani ricercatori si adattassero a sistemazioni d fortuna. C’era persino chi dormiva in tenda

(b. 61) Immagine tram.jpg da liamai host TIPO17 @autore liamaimario baudinoPubblicato il07 Gennaio 2020Torino era una città non troppo accogliente per i giovani ricercatori, negli anni del boom quando si stava assestando la grande ondata migratoria. E un bel libro dedicato di Giovanni Falaschi,

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Una lunga fedeltà a Italo Calvino, Aguaplano editore, che raccoglie una ricca corrispondenza fra i due oltre a vari saggi scritti nel tempo dallo studioso (ha insegnato a Firenze e poi a Perugia) sull’autore diPalomar, ne offre uno spaccato di vita vissuta degno di un film neorealista. Falaschi arrivò giovanissimo, intorno al 1964, per raccogliere materiale sulla narrativa della Resistenza, uno dei temi cui ha dedicato molti anni della sua vita di critico letterario e un lavoro importante, che andrebbe certamente ripreso, 

La resistenza armata nella narrativa italiana,  uscito da Einaudi nel 1976 proprio sotto l’egida, la regia e un attentissimo editing da parte di Calvino: che correggeva anche le virgole e – per spiegarsi meglio – trovava il tempo di riscrivere qualche passo, a titolo indicativo per l’autore.  headtopics.com

Di Calvino editor molto si è scritto (erano davvero altri tempi, commenta il critico Massimo Onofri, su Avvenire, parlando di questo volume), della Torino del boom anche; eppure può spuntare una testimonianza inattesa, diaristica e tra le righe, che ce la ripropone nella sua vivida crudezza. Racconta dunque Falaschi nell’introduzione   che doveva fermarsi qualche tempo in città per studiare le carte all’Istituto Storico della resistenza, allora negli stessi locali del Centro Gobetti. Subito si accorse di un problema che non aveva previsto: il soggiorno «era una cosa complicata», almeno per uno studente con bilanci risicati. Non c’erano infatti alloggi modesti a disposizione – perché erano stipati all’inverosimile, anche nella cintura. Tutto quello che gli venne offerto fu un garage, «che doveva aver funzionato come una carbonaia», ovviamente senza finestre, nero e puzzolente.

Rifiutò, e riuscì ad accomodarsi in una pensione. La camera era in comune con un’altra persona, che non incontrò mai. Si trattava, dedusse, di un venditore ambulante di calzature, perché le pareti erano tutte «foderate» da scatole di scarpe, una sull’altra fino al soffitto e si può ben immaginare a continuo rischio di crollo. Disperato, chiese consiglio a Carla Gobetti (moglie di Paolo, figlia dell’eroe antifascista e custode del suo lascito culturale – scomparsa due anni fa): ma anche lei proprio non sapeva come aiutarlo. «Mi disse – scrive Falaschi – che una coppia di studiosi quando veniva d’estate a studiare, dormiva in tenda». Forse non proprio nei giardini pubblici, ma insomma siamo lì. Lui, non potendo fare altrettanto, trovò alla fine il rimedio, un fortunoso posto libero all’ostello della gioventù.

Non era decisamente una bohème confortevole. Ed erano altri tempi davvero: almeno per questo aspetto da non rimpiangere troppo. O forse chissà, visto gli scrittori e gli intellettuali che hanno forgiato. Leggi di più: La Stampa »

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Era comunque una città già storicamente affascinante

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