«The great resignation» spiegata con il tunnel del San Gottardo

«The great resignation» spiegata con il tunnel del San Gottardo

28/11/2021 15.54.00

«The great resignation» spiegata con il tunnel del San Gottardo

Il crollo dell’offerta di lavoro inteso come fallimento della «condivisione del rischio» tra aziende e dipendenti. Come ai tempi degli scavi con l’esplosivo

Ci si affida ai medici, ai politici, ai manager, agli insegnanti, agli avvocati, agli ingegneri, alle banche, proprio in virtù delle loro conoscenze specialistiche che noi, in genere, non possediamo. È la divisione del lavoro che caratterizza ogni sistema sociale moderno. Ne parlava già Adam Smith quando ragionava intorno all’efficienza di una fabbrica di spilli rispetto alla produzione fai-da-te. Ma questo, se da una parte apre indubbie possibilità di progresso, crea, allo stesso tempo, l’asimmetria informativa e lo spazio per l’opportunismo, l’azzardo morale. I contratti sono gli strumenti attraverso i quali il rischio di azzardo morale dovrebbe venire mitigato. Alla base ci sono gli incentivi che i contratti codificano e rendono operativi. Ma il risultato non è scontato, come l’esempio della linea ferroviaria descritta da Lawrence, mostra. In quel caso gli incentivi considerati si sono rivelati, come non era, del resto, difficile da prevedere in partenza, del tutto inefficaci a svolgere adeguatamente il loro ruolo.

Il caso del tunnel del San GottardoMa ciò che l’economia dell’informazione e la teoria dei contratti ci insegna è che maneggiare gli schemi di incentivi non è mai facile, come un altro caso tratto dalla storia delle costruzioni ferroviarie – il tunnel del San Gottardo – efficacemente ci ricorda. Lungo 15 km, scavato tra il 1872 e il 1881, il tunnel rappresentò, per i tempi, un’impresa colossale. Un’opera strategica per collegare il Nord dell’Europa con il Sud. Se ne aggiudicò la realizzazione l’ingegnere svizzero Louis Favre. Un personaggio da romanzo, figlio di un umile carpentiere, ingegnere autodidatta. Le clausole del contratto erano perentorie: il tunnel doveva essere realizzato entro otto anni dall’inizio dei lavori al prezzo pattuito di 56 milioni di franchi. Anche gli incentivi (e le sanzioni) erano rigidissimi: un premio di 5mila franchi per ogni giorno risparmiato rispetto alla scadenza prevista e una penale analoga per ogni giorno di ritardo.

Una volta superati i sei mesi di ritardo la penale sarebbe passata a 10mila franchi al giorno. I lavori si dimostrano subito complicati a causa delle caratteristiche geologiche del sito. Il progetto si rivela immediatamente una corsa contro il tempo. Nei giorni di massimo impegno, 3.800 lavoratori si alternavano in tre turni di otto ore ciascuno a temperature che superavano spesso i 35 gradi. La combinazione di queste condizioni di lavoro estreme, la pressione dei vincoli temporali e la minaccia delle penali, crearono un mix ingestibile per Favre. Gli incidenti si moltiplicarono. Il numero finale dei morti sul lavoro fu di 177, senza contare i feriti, molti dei quali gravi e gravissimi. Nel 1875 scoppiò una rivolta delle maestranze che venne soffocata, dai militari, nel sangue: 4 persone persero la vita e altre 13 vennero ferite. I lavori ripresero. headtopics.com

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Per accelerare i tempi si iniziò a sperimentare l’uso della nuova «polvere esplosiva di Nobel», la dinamite. La cosa non fece altro che aumentare i rischi e gli incidenti. Ma il destino di Favre, il geniale ingegnere autodidatta, era, comunque, segnato. Soccombette al peso della responsabilità, alla pressione del tempo, alla minaccia delle penali e, forse, anche ai sensi di colpa per il numero impressionante di vittime. Morì, stroncato da un infarto, il 19 luglio 1879. Sette mesi prima dell’abbattimento dell'ultimo diaframma che separava le sezioni nord e sud del tunnel. La foto di Favre, trasportata da carrello ferroviario, fu il primo «passeggero» ad attraversare il tunnel in tutta la sua interezza.

Questa storia mette in luce un elemento fondamentale che emerge dall’analisi dei problemi connessi all’azzardo morale e alle sue potenziali soluzioni. Per ridurre il rischio di comportamenti opportunistici da parte dell’agente, il principale può proporre contratti che siano «responsabilizzanti», che rendano, cioè, gli interessi dell'agente almeno parzialmente coincidenti con quelli del principale. Le pesanti sanzioni previste nel caso di ritardo erano, infatti, volte ad allineare gli interessi di Favre con quelli della committenza.

Il principio di «condivisione del rischio»Questo genere di accordi si basano sulla condivisione del rischio: se qualcosa va male entrambe le parti ne devono sopportarne il costo. Ciò che la teoria dei contratti ci spiega, però, e che la triste storia di Favre esemplifica, è che non tutte le forme di condivisione del rischio sono ottimali. Buoni contratti, buoni accordi, buoni patti devono prevedere non solo degli schemi di incentivi capaci di allineare interessi divergenti, ma anche determinare una ripartizione del rischio che sia sostenibile per le diverse parti. L’avversione al rischio, la capacità, cioè, di sopportare esiti imprevisti e costosi, di una amministrazione pubblica o di una impresa non può essere paragonata a quella di un singolo appaltatore o di un lavoratore dipendente. Un contratto ottimale non può non tener conto delle differenze nell'atteggiamento nei confronti del rischio dei diversi soggetti coinvolti.

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Esiste la concreta possibilità che certe forme contrattuali, si pensi per esempio alla crescente precarizzazione del lavoro, scarichino su una parte, in genere la più debole, un rischio decisamente eccessivo e, spesso, insopportabile. Fenomeni oggi di grande attualità come la «great resignation», che vedono una forte riduzione dell’offerta di lavoro in mercati particolarmente rischiosi (sanità, istruzione, logistica…) a causa della ricerca di lavori più degni e carichi di senso, possono forse essere letti come la conseguenza dei fallimenti nella condivisione ottimale del rischio. Una forma di rivolta contro la prepotenza contrattuale esercitata da datori di lavoro incapaci di comprendere la sottile logica di una ingiusta condivisione del rischio. Perché se l’azzardo morale è, certamente, una malattia da curare, la medicina prescritta non può certo rivelarsi più dannosa del male stesso. headtopics.com

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