Skin: «Mi dipingevano come un mostro, ho imparato a essere felice»

Su @7Corriere l'intervista alla rockstar Skin «Ho subito attacchi omofobi e razzisti, ma oggi sono felice. Non porto il peso dell'ignoranza sulle mie spalle»

10/10/2020 11.12.00

Su 7Corriere l'intervista alla rockstar Skin «Ho subito attacchi omofobi e razzisti, ma oggi sono felice. Non porto il peso dell'ignoranza sulle mie spalle»

I genitori giamaicani, l’educazione rigida, gli scontri a Brixton negli Anni ‘70. Storia di una ragazza nera e lesbica in un mondo musicale dominato dai maschi bianchi

Innanzitutto, congratulazioni per il fidanzamento!Skin si è appena promessa in sposa con la sua amata, Rayne Baron, e appare in video su Zoom radiosa e felice. «Mille grazie!», ride.Devi essere molto contenta...«Sì, è tutto straordinario. Sono ancora a Ibiza: è un bel posto dove stare in questo momento, una campagna tranquilla, lontano dalla gente».

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Avete già una data per il matrimonio?«No, no, non ancora: c’è così tanta altra roba che succede nel mondo!».Hai fatto tu la proposta a lei?«Questo è un segreto!».La cover dell’ autobiografia di Skin, appena pubblicata da Solferino

E allora non divulghiamolo. Anche perché c’è molto altro di cui parlare con una delle più straordinarie icone rock, una donna la cui potenza di voce, inconfondibile, si accompagna a quella della sua personalità: una figura che non ha mai nascosto la propria diversità, lei nera e lesbica in un mondo musicale dominato da maschi bianchi. Cantante negli anni Novanta con gli Skunk Anansie, una delle band più significative del rock alternativo britannico, poi solista negli anni Duemila e ora di nuovo assieme al suo gruppo storico. Una immagine che si staglia sulla scena, quella di Skin (al secolo Deborah Anne Dyer), con la sua testa rasata e gli acuti da soprano: e anche ora che ha 53 anni, col cappellino in testa e la maglietta arancione sembra una ragazzina entusiasta di raccontarsi. Cosa che ha fatto in una autobiografia appena pubblicata. headtopics.com

Perché hai sentito il bisogno di scrivere questo libro?«Uno dei motivi è che l’anno scorso abbiamo celebrato i 25 anni degli Skunk Anansie e abbiamo guardato indietro, alle nostre memorie. Ma quando qualcuno mi ha suggerito di fare un libro su di me, ho detto: io? E io che ho fatto? Sono solo la cantante di una band...».

Beh, hai fatto tanto...«Ci ho pensato per qualche mese e mi sono detta: in effetti, ho fatto parecchio. Ci sono tanti libri che parlano del Britpop ma non di altri tipi di musica di quel periodo, in particolare la musica nera. Negli anni Novanta c’era il Britpop ma anche il drum&bass, il trip hop, una enorme scena reggae, una enorme scena r&b: e il rock, di cui io ero parte, il rock alternativo. Non è solo la mia storia, di come una ragazzina di Brixton (il quartiere multietnico a sud di Londra) finisce in una grande rock band, che è una storia strana ma interessante: è importante metterla nella cornice di cosa accadeva a Londra allora, così che vicende come la mia non vengano trascurate. Ci sono storie alternative da raccontare: è interessante per i ragazzi, i teenager, leggere di come una come me è diventata una cantante rock».

Perché hai intitolato il libro “Ci vogliono sangue e viscere”?«Perché la mia storia non è quella di una ragazza cui il padre ha dato una chitarra a otto anni. La mia storia musicale è come un flipper: bang! bang! bang! bang! Alla fine si vince, ma ci sono un sacco di fallimenti».

Ti vedi come un modello per i giovani, specialmente neri?«Non realmente: sì e no. La mia è una storia alternativa, sono scettica sull’idea di essere un modello. I modelli migliori sono gli atleti, perché devono essere puri, condurre vite sane. Ma con i musicisti rock più è interessante la tua vita più è interessante la tua musica. Non mi voglio mettere su un piedistallo, ma voglio dire: se io posso farlo, puoi farlo anche tu». headtopics.com

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Skin bambina (al centro) con i fratelli Maurice e Beavon davanti alla casa del nonnoSei sempre stata molto esplicita, nei testi delle canzoni come nel look. Una forma di reazione?«Hai ragione, ho dovuto sviluppare questo atteggiamento come una reazione. La ragione per cui la mia musica è così politica è che vengo da Brixton: negli anni Settanta e Ottanta era una parte di Londra dimenticata, una città di immigrati dei quali alla Thatcher non importava nulla. Ho vissuto i disordini di Brixton della prima metà degli anni Ottanta: mentre il resto del Paese leggeva delle rivolte sui giornali o le vedeva in tv, io ci vivevo dentro, era fuori dalla mia porta di casa. Come puoi vivere tutto quello e non avere nulla da dire? Ecco perché le mie canzoni erano politiche: avevo un’empatia verso quello che succedeva alla mia gente, alla mia comunità».

Skin con la fidanzata Ladyfag in una foto postata dalla cantante sul suo profilo Instagram con la scritta «Sì, siamo fidanzate! Non vedo l’ora che arrivi il grande giorno, ti amo» (foto da Instagram)In passato hai detto che i tuoi genitori erano molto severi, molto giamaicani: in che senso?

«Sì, mia madre è molto religiosa e i genitori giamaicani sono molto severi con i loro figli perché vogliono che vengano su bene, vogliono che abbiano un’educazione e non finiscano nella droga o nelle gang. I genitori giamaicani vogliono bene ai figli ma sono severi, anche la religione è rigida. È questa è stata la mia educazione».

Sei venuta su bene... (scoppia a ridere)«Ho subìto molta disciplina: ma la cosa bella della musica rock è che ti ribelli contro di essa. Ed è da qui che vengono le buone canzoni. Passi tutta la vita a sentirti dire quello che devi fare e a un certo punto dici: non voglio più sentirmelo dire da nessuno, farò a modo mio. Quindi mi sono del tutto ribellata contro la mia educazione». headtopics.com

Quali sono state le tue fonti di ispirazione, musicali e non?«Musicalmente, la prima volta che ho visto un’artista che mi ha colpita è stata Blondie aTop of the Pops(il programma musicale della Bbc). La prima canzone rock che ho ascoltato era dei Led Zeppelin: io ero cresciuta nella cultura giamaicana, con il reggae, il r&b, e allora ascoltavo il rock a

Top of the Pops: tarà-tarà-tarà (e qui le parte un vocalizzo improvvisato, roba da brividi). GuardavoTop of the Popsogni settimana: ed era la mia finestra su un altro mondo. Erano cose che non vedevo a Brixton, ero trasportata verso altre cose e volevo andare a vedere quel mondo, perché non era quello in cui vivevo».

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Dunque Blondie, dicevi...«La ricordo a Top of the Pops in un vestito a righe bianco e nero e ho pensato per la prima volta: voglio fare questo anch’io».Interessante...«Sì, interessante: perché Bob Marley è il mio Elvis, dunque perché Blondie? Perché era così diversa, così cool ».

«Avevo 13 anni e vidi l’attrice Judi Dench lanciare un urlo nel suo Macbeth: fu un’ispirazione... come la prima canzone rock che ascoltai (dei Led Zeppelin) e la prima volta che vidi Blondie»Altri modelli?«Una volta alla mia scuola è venuta Judi Dench, l’attrice, con una compagnia shakespiriana, hanno fatto Macbeth , tutte vestite di nero. E Judi Dench era una delle streghe e a un certo punto lancia un urlo: AAAAAHHHHHHH (altro acuto da brividi via Zoom) e io dico: wow, quel suono che è uscito da lei, era crudo e pieno d’animo. Avevo tredici anni, quella è stata un’altra ispirazione».

È lì che hai avuto l’idea di vestirti di nero e gridare a squarciagola?(Ride di gusto) «Esattamente così! È colpa di Judi Dench!».Tu sei anche una icona fashion, hai uno stile unico.«La moda per me è molto importante, da piccola dovevo indossare vestiti da educanda che mia madre comprava per me, mi ha comprato lo stesso tipo di scarpe da quando avevo otto anni fino ai dodici, quelle scarpette da bambolina. Non avevo scelta su cosa indossare. Ma quando sono entrata negli Skunk Anansie ho subito capito che non aveva senso per me indossare l’uniforme del rock&roll, tipo i Ramones: su una ragazza nera come me sembrava stupido, era come voler assomigliare a un ragazzo bianco. Non aveva senso cercare di assomigliare agli Oasis o ai Blur, dovevo trovare qualcosa di unico. Era una forma di espressione, un modo per sentirsi bene con sé stessi e un modo di esprimersi al mondo».

«Il mio atteggiamento è: non voglio portare il peso del tuo razzismo e della tua ignoranza sulle mie spalle, perché io sono felice. Mi ci è voluto tempo per sentirmi a mio agio, per non essere schiacciata da omofobia e sessismo»

Cosa ha significato per te essere un’artista nera, hai subìto il razzismo?«Assolutamente, specialmente negli Anni ‘90, ma anche adesso. Quando avevo cominciato, l’establishment giornalistico non mi capiva, ero poco familiare. Se qualcuno è razzista verso di te, è perché non si sente a proprio agio, trasferisce su di te tutti i suoi problemi e la sua insicurezza, ha paura di qualcosa di sconosciuto. Ti getta addosso i suoi problemi perché non vuole affrontarli. Il mio atteggiamento è sempre stato: non voglio portare il peso del tuo razzismo e della tua ignoranza sulle mie spalle, perché io sono felice, sto bene. E mi ci è voluto molto tempo per sentirmi a mio agio: era il mio modo semplice di non essere schiacciata da razzismo e omofobia e sessismo, devi rimanere felice e forte in te stessa e capire che non è un tuo problema, è un loro problema. Non puoi cambiare il colore della tua pelle, non puoi farci niente: questo è il mio atteggiamento. Avevamo molti giornalisti che dipingevano la stessa immagine: Skin è aggressiva, è una lesbica, alta un metro e 90, un’amazzone. Una specie di mostro».

«In Germania, in Francia, in Olanda, andava bene se ti davano un panino. In Italia invece ci fermavamo a pranzo per un’ora, mangiavamo e parlavamo con tutti: uno choc per noi. Ah le vongole di Pavarotti...»Un’immagine paurosa.«Sì, e lo fanno molto con le donne nere: mettiamo paura e veniamo ipersessualizzate. La gente ci capiva e ci amava, ma l’establishment voleva che l’immagine del pop britannico fosse maschile e bianca, non volevano che io ne fossi il volto: volevano gli Oasis o i Blur. Abbiamo dovuto combattere molto: ma ci divertivamo, andavamo in giro per il mondo, avevamo successo. Anche in Italia».

Vero, l’Italia ti ha sempre amata. Come te lo spieghi?«Gli italiani apprezzano le liriche di alta qualità: l’ho imparato facendo la giudice al vostro X Factor. Gli italiani amano la musica che significa qualcosa, che ha davvero buoni testi. Dal nostro punto di vista, quando siamo venuti in Italia, ce ne siamo subito innamorati: perché è il primo Paese che ci ha dato del vero cibo! In Germania, in Francia, in Olanda, eri fortunato se ti davano un panino. In Italia invece ci fermavamo a pranzo per un’ora, un’ora e mezzo, mangiavamo e parlavamo con tutti: per noi era uno choc. Dopo il primo pranzo, ci siamo detti: dobbiamo diventare famosi in Italia! Dobbiamo mettercela tutta!».

Catturati dall’Italian way of life.«Sono consapevole che l’Italia ha problemi profondi e complessi: ha una storia di fascismo e razzismo, non la vedo come una terra perfetta che non ha problemi. Ma amo la cultura e la gente dell’Italia, amo l’atteggiamento. Alcuni dei miei migliori amici sono italiani».

Hai anche duettato con Pavarotti.«Sono andata a casa sua e ho cantato con lui. E lui ha cucinato per me!».Ancora il cibo italiano... che ti ha preparato?«Ha fatto le vongole. Era delizioso. E mi ha dato una bottiglia di aceto balsamico: mi ha fatto vedere tutti i diversi invecchiamenti e mi ha insegnato che non lo metti sull’insalata ma sulle fragole. Mi ha insegnato a cucinare le vongole e mi ha dato pure delle lezioni di canto! Era molto generoso».

Tu hai un appeal che va oltre le generazioni. Io sono un tuo fan e ho più o meno la tua età, ma mia figlia che ha vent’anni ha le tue canzoni sulla sua playlist e conosce a memoria i tuoi testi: come te lo spieghi?«Oh, wow! È che le nuove generazioni vanno indietro nel passato, quando io ero ragazza andavo dietro a Stevie Wonder, Marvin Gaye, amavo i Police: chiunque ama la musica deve guardare alla storia. I ragazzi ascoltano la musica alla radio, ma per capirla a livello più profondo devi andare a ritroso e capirne le origini: quindi devi tornare ai Novanta, e allora capisci che tante band dei Novanta erano ispirate dai Settanta, e loro erano ispirate dal blues dei Cinquanta. Devi capire tutti i passaggi: tua figlia è intelligente perché vuole conoscere la storia della musica. Se vuoi fare qualcosa di originale, ascolti tutta la musica che c’è: ma poi crei qualcosa di nuovo con essa».

Progetti per l’immediato futuro?«Abbiamo appena annunciato un nuovo tour per il prossimo maggio, ma chissà se si farà, in questa situazione. Il Covid è stato tuttavia un periodo interessante: perché devi riconsiderare come conduci la tua vita. Ho cominciato a guardare ad altre cose: ho finito il libro, farò documentari tv, uno show alla radio a Londra. Tutte cose che non implicano avere tanta gente in uno spazio chiuso: le persone creative sono quelle capaci di adattarsi».

L’intervista si conclude.Skin, ti avranno pure dipinta come un mostro aggressivo, ma sei una persona squisita...«Grazie! Grazie! Dai un bacio a tua figlia! Ciaoooo!»CARTA D’IDENTITÀLa vita —Deborah Anne Dyer, vero nome di Skin, nasce il 3 agosto 1967 a Brixton, South London. Studia design d’interni, ma la passione per la musica ha il sopravvento. Nel 1994 mette insieme una band che chiama Skunk Anansie

La carriera —Oggi Skin è una delle cantanti rock più famose, ma è anche un’icona fashion, una dj, un’attrice e un’attivista per i diritti. Nel 2015 è diventata popolarissima in Italia grazie anche alla partecipazione a XFactor, in qualità di giudice. Nel 2013 ha sposato la sua produttrice Christiana Wyly, dalla quale si è separata nel 2015. Nelle scorse settimane, su Instagram, ha annunciato le nozze con la sua attuale compagna, la scrittrice e performer canadese Ladyfag

9 ottobre 2020 (modifica il 9 ottobre 2020 | 00:27) Leggi di più: Corriere della Sera »

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