Ruth Dayan, la donna che sapeva “sognare i sogni”

Ruth Dayan, la donna che sapeva “sognare i sogni”

05/02/2021 19.50.00

Ruth Dayan, la donna che sapeva “sognare i sogni”

Morta a quasi 104 anni. Una figura iconica e ammirata in Israele. Divorziò dal leggendario Moshe Dayan e ne raccontò nel suo libro «Or did I dream a dream?»

17:02Il 6 marzo avrebbe compiuto 104 anni. Ruth Dayan, nata Schwartz, è stata una tra le donne più leggendarie di Israele e domenica sarà sepolta nel moshav Nahalal. In quella piccola comunità agricola della Galilea, come lei stessa raccontava, trascorse gli anni più felici della sua vita. 

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Alla notizia della morte, il presidente Reuven Rivlin ha ricordato che la storia della vita di Ruth Dayan racchiude la realizzazione del sogno israeliano e sionista. Con il marito, l’eroe nazionale Moshe Dayan, militò nel Mapai, il partito della sinistra di David Ben-Gurion, Moshe Sharett e Levi Eshkol, poi confluito nel 1968 nei Laburisti. Il matrimonio tra la prima imprenditrice donna nella storia dello Stato di Israele e la benda sull’occhio più iconica al mondo si è concluso con un «gett» - il divorzio ebraico - dopo trentasei anni di vita coniugale, tre figli e ripetuti tradimenti. Un’epopea nazionale e una saga familiare che Ruth Dayan ripercorse nell’autobiografia «…Or did I dream a dream?», pubblicata nel 1973. Fece scandalo fin dall’incipit, «Si può divorziare da un marito ma non da una leggenda», senza mai scadere nel cattivo gusto.

Tanto che già all’epoca dei fatti David Ben Gurion ne apprezzò la riservatezza: «Ammiro questa donna non tanto per quello che ha detto ma per quello che ha taciuto». Da allora Ruth Dayan non parlò più pubblicamente della sua storia con il generale, affidando alle pagine del libro tutto ciò che c’era da dire. headtopics.com

Fino all’ultimo ha conservato la carica di presidente onorario di Maskit, la storica fashion house di lusso da lei fondata nel 1954, poi chiusa nel 1994 e rinata nel 2013 grazie alla stilista israeliana Sharon Tal. La grande immigrazione di rifugiati europei alla fine del mandato britannico in Palestina nel 1948 aveva creato un’emergenza occupazionale nel neonato Stato ebraico. Diplomata in agraria, la signora Dayan, su incarico del governo, macinava chilometri da una comunità all’altra con piccoli carichi di semi e piantine di pomodori per insegnare ai nuovi arrivati la lingua ebraica e il mestiere di coltivare i campi. In una di queste missioni, in un villaggio abitato da immigrati bulgari, notò tende e lenzuola finemente ricamate a mano ed ebbe l’intuizione di fondare Maskit. Eppure, ripeteva sempre, della moda non le è mai importato granché. Maskit nacque con il preciso scopo di creare posti di lavoro per i migranti e allo stesso tempo tutelare l’artigianato etnico delle varie comunità che in quegli anni convogliavano in Israele: ungheresi, yemenite, bulgare, beduine, palestinesi, druse, libanesi. Grazie all’impegno e alle capacità imprenditoriali di Ruth Dayan, tra gli anni ’60 e ’80 Maskit diede lavoro a oltre duemila persone, aprì dieci negozi in Israele e uno a New York e guadagnò le copertine dei più importanti magazine di moda internazionali. Nel 1960 perfino Audrey Hepburn indossava la mantella del deserto, celebre per la sua forma ovale che ne faceva il capo più iconico della collezione. 

Fu sempre impegnata come attivista sociale e sostenitrice della pace, tanto da ricevere, nel 2014 da Shimon Peres, la medaglia presidenziale, cioè la più alta onorificenza civile conferita in Israele. Negli ultimi anni Ruth Dayan usciva pochissimo ma nel salotto di casa sua, in un appartamento al terzo piano di una palazzina ordinaria nella periferia a nord di Tel Aviv, c’era sempre un via vai di persone di ogni genere, da studenti in fashion design a imprenditori in cerca di ispirazione, e molti amici d’infanzia. In una delle occasioni in cui ho avuto l’onore di farle visita, era in compagnia della sorella Reuma, vedova del settimo presidente d’Israele Ezer Weizmann. Era la vigilia delle “prime / ultime” elezioni - quelle di aprile 2019 - e il tema della politica le faceva troppo arrabbiare entrambe per parlarne. Le due sorelle preferivano discorrere tra loro di basket e l’ultracentenaria si rivolgeva all’ultranovantenne con l’appellativo affettuoso di «tinoket», l’ebraico per bebè.

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