“Rajel” e “Who’s Romeo”, raccontare la periferia multietnica

La web serie lanciata oggi su Youtube, testimonial Mahmood, e la docufiction della scuola Paolo Grassi, protagonisti i giovanissimi nuovi italiani

09/07/2020 15.21.00

La web serie lanciata oggi su Youtube, testimonial Mahmood, e la docufiction della scuola Paolo Grassi, protagonisti i giovanissimi nuovi italiani.

La web serie lanciata oggi su Youtube, testimonial Mahmood, e la docufiction della scuola Paolo Grassi, protagonisti i giovanissimi nuovi italiani

adriana marmiroliLa web serie lanciata oggi su Youtube, testimonial Mahmood,  e la docufiction della scuola Paolo Grassi,  protagonisti i giovanissimi nuovi italiani adriana marmiroliPubblicato il09 Luglio 2020Proprio nei giorni del lancio di «Dorado», si torna a parlare di Mahmood: non per le sue canzoni, ma in quanto testimonial di un progetto di inclusione e integrazione, esempio di ragazzo che “ce l’ha fatta”, che ha conosciuto la vita difficile della periferia e del pregiudizio, e accetta di parlarne. È lui il volto scelto per la promozione e il sostegno alla web serie «Rajel». In onda da oggi pomeriggio /9 luglio su Youtube, «Rajel» è figlio di un progetto di ricerca finanziato dalla Ue, Oltre, che coinvolge 4 università italiane (Roma Tor Vergata e Sapienza, Università degli Studi di Cagliari e di Palermo) e finalizzato all’realizzazione di contenuti multimediali (la serie, ma anche un sito, azioni sui social) su temi fondamentali quali identità, inclusione, accoglienza e integrazione sociale. Nello specifico l’obiettivo è la prevenzione del fenomeno del radicalismo tra le giovani generazioni di musulmani che vivono in Italia.

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Amedeo NovelliIn arabo “uomo”, «Rajel» è parola di più ampio significato: non indica tanto il genere, quanto è sinonimo di chi da ragazzo diventa adulto, maturo. Che è il conflitto e il difficile momento che sta vivendo il protagonista della serie, il giovane Raf che, ottenuta la libertà vigilata e mandato dal giudice minorile a lavorare in una serie tv, deve scegliere che persona diventare. Ambientata nella periferia milanese, in un gioco di specchi, la serie nella serie mette in scena una scuola e gli adolescenti che vi studiano, ragazzi come lui, giovani immigrati di fede musulmana in bilico tra l’essere italiano e le proprie radici, tra culture diverse e diverse fedi, tra accettazione e rifiuto. Si parla di integrazione ma anche delle difficoltà di quell’integrazione. E per Raf, spirito ribelle, non è sempre facile. Se da una parte, poi, ha una interlocutrice saggia e privilegiata in Fatima musulmana come lui, dall’altra c’è chi lo vorrebbe indurre a non cedere alle “lusinghe” del mondo Occidentale, spingerlo sulla strada della radicalizzazione. Insomma in piccolo un romanzo di formazione molto contemporaneo e realistico.

Composto da 4 episodi di circa 15 minuti (in onda uno alla settimana), ogni episodio viene preceduto da un video in cui Mahmood, interrogato sui temi affrontati dall’episodio, ne parla apertamente a partire dal proprio vissuto. Diretto da Andrea Brunetti, «Rajel» è interpretato da Ramzi Lafrindi (Raf) e Dounia Filali (Fatima), attori non professionisti seppure con qualche precedente esperienza amatoriale: lui, aspirante stand up comedian con numerosi video in rete, nell’attesa mette a frutto gli studi tecnici (alla conferenza stampa virtuale non ha partecipato perché al primo giorno di lavoro); iscritta a Scienze Politiche, lei ha invece frequentato dei laboratori teatrali e non le dispiacerebbe fare della recitazione il suo futuro. Di origini marocchine entrambi, Dounia è nata in Italia, a Castigione delle Stiviere, mentre Ramzi, che vive a Fidenza, ci è arrivato a 7 anni. E giovanissimo e di origini marocchine è anche l’autore della colonna sonora, il trapper milanese Maruego, che per il film ha scritto la canzone «Tutto il mondo è paese». headtopics.com

«Quello di oltre un milione di giovani alle prese con il difficile problema dell’integrazione è tema rilevante in Italia - ha ricordato Andrea Volterrani, ricercatore presso la facoltà di sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università di Tor Vergata, presentando il progetto –. Nati qui o arrivati da bambini, sono cresciuti e vivono in un Paese che dovrebbe considerarli risorse e invece li tratta da problema: non cittadini di serie B ma non cittadini fino ai 18 anni quando potranno richiedere la cittadinanza,. Questo progetto vuole porre le basi per stimolare un confronto e il dialogo, primi passi verso l’inclusione».

Un progetto quello di «Rajel» che un po’ ricorda quello di «Who’s Romeo», altro interessante progetto dal cuore milanese che mette al suo centro i giovani figli di una società affannosamente multietnica. E che proprio oggi/9luglio arriva finalmente al pubblico della città dove è stato realizzato grazie al Barrio’s Impact Film Festival.

Diretto da Giovanni Covini, docente della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”, «Who’s Romeo» è una docufiction e filma un laboratorio su Shakespeare di cui sono protagonisti alcuni adolescenti (italiani e musulmani: Marilyn Adjalo, Valentina Bogdan, Leonardo Carralero, Assala Chahhoub, Jacopo Cremona, Laila Migdadi), cresciuti al Gratosoglio, problematico quartiere della periferia sud di Milano, dalle tante etnie e a maggioranza islamica.

Già presentato e premiato in svariati festival (tra gli altri Giffoni), parte dalla lettura di «Romeo e Giulietta» per cercare quanto sopravvive ancora oggi di quella storia e dei sentimenti da essa scatenati. Anche qui: integrazione, rifiuto, barriere culturali ed etniche, contrapposizioni. E il rischio della radicalizzazione: il progetto è nato all’indomani della strage di Nizza e in una scena si parla dell’autore della strage di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni. Insomma, inevitabilmente, amore e morte. «Leggendo Shakespeare, ci si interroga sull’amore, su cosa lo scatena, sul fatto che siamo tutti ancora Capuleti e Montecchi. E sono i ragazzi stessi a porsi queste domande», spiega Covini. Vittima del lockdown, dopo tanti festival, «Who’s Romeo» potrebbe finalmente essere proiettato in autunno anche nei cinema. «Ma è nelle scuole che voglio soprattutto arrivare», conclude il regista. Perché è là che ci sono coloro che parlano e di cui si parla, i coetanei dei suoi Romei e delle sue Giuliette. headtopics.com

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