Quando le parole fanno male anche senza essere insulti

Tra le forme di violenza che le donne subiscono, c’è anche quella linguistica. L'analisi di Anna M. Thornton

25/11/2020 15.43.00

Tra le forme di violenza che le donne subiscono, c’è anche quella linguistica. L'analisi di Anna M. Thornton

Tra le forme di violenza che le donne subiscono, c’è anche quella linguistica. Come si fa a far male alle donne con le parole? «Mi fai male con le parole»...

3' di letturaTra le forme di violenza che le donne subiscono, c’è anche quella linguistica. Come si fa a far male alle donne con le parole? «Mi fai male con le parole» è la lucida formulazione adottata in un importante convegno tenuto a Ca’ Foscari qualche anno fa in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il modo più evidente di far male con le parole è quello degli insulti sessisti, ma ce ne sono altri, più sottili.

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Uno è stato recentemente molto discusso (per esempio, in un articolo di Giovanni De Mauro su Internazionale del 12 novembre): scrivere che «una donna» è stata eletta vicepresidente degli Usa, o rettrice dell’Università La Sapienza, senza farne subito il nome, oscura l’identità della persona che ha ottenuto questi riconoscimenti.

Loading...Un altro modo è quello di nominare le donne con termini maschili. Paola Di Nicola, a lungo costretta a firmare «il giudice» le proprie sentenze, nel libro “La giudice” scrive: «Non nascondo un moto di indignazione e rabbia nel dovere interpretare, nella mia funzione di giudice, le parole maschili come comprensive anche del femminile». headtopics.com

Sulla scelta dei nomi da usare per riferirsi a donne che ricoprono cariche c’è molta incertezza. Le stesse donne sono divise: ci sono ministre che hanno voluto essere chiamate ministro (come Stefania Giannini) e altre che hanno richiesto esplicitamente di essere chiamate ministra (come Valeria Fedeli). Laura Boldrini voleva essere chiamata la presidente della Camera, e Maria Elisabetta Alberti Casellati vuole essere chiamata il presidente del Senato. E gli esempi potrebbero continuare.

Perché alcune donne preferiscono essere designate con nomi maschili? Una risposta si legge già nel testo pionieristico di Alma Sabatini, “Il sessismo nella lingua italiana”, che nel 1987 scriveva: «Il desiderio, non sempre conscio, di dar risalto al diverso livello della carica è forse spesso il motivo che induce molte donne nei gradi più alti a preferire il titolo maschile». Il maschile è dunque percepito come dotato di maggior prestigio.

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Invece la VIOLENZA delle donne è ben accettata: nelle accademie, in tv, media, politica, nel sociale. Mai quanto quella che subiscono gli uomini dalle donne! Ma per cortesia