Per salvare il mondo andai in Afghanistan ma salvarono me dalla dissenteria ​​​​​​​ - La Stampa

William Vollman mi ha sempre fatto paura. Le recensioni 📖 di Tuttolibri .

10/02/2020 14.59.00

William Vollman mi ha sempre fatto paura. Le recensioni 📖 di Tuttolibri .

A vent’anni lo scrittore si appassionò alla causa dei mujaheddin che combattevano gli invasori sovietici Nel 1982 riuscì ad arrivare in Pakistan dove incontrò un generale in esilio, profughi e capi della resistenza

08 Febbraio 2020William Vollman mi ha sempre fatto paura. Provate a digitarlo su google e troverete un viso minaccioso, con lo sguardo vacuo di un Ted Bundy o di un politico repubblicano. Spesso ha gli occhiali da vista a goccia, che fanno più paura di un coltello sguainato. E chissà, forse anche Vollman ha paura di se stesso e lo capirei.

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A History of Violence, si potrebbe intitolare la sua vita, come quel film di David Cronenberg. Da ragazzo lo mettono a controllare la sorellina che fa il bagno e lei annega. Forse per espiare, si imbarca in ogni tipo di studio – teorico e pratico – per ragionare sul Male, fino a saltare su una mina a Mostar o partorire un’immensa opera sulla violenza nel corso della Storia (

Come un’onda che sale e che scende, Mondadori, 941 pagine, ma è un bigino delle più esaustive 3300 pubblicate negli Stati Uniti). Massimalista, impetuoso: gli viene lo sghiribizzo di ragionare sui nativi americani? Ecco un ciclo di sette voluminose opere. È il tipo di scrittore che trasforma l’impeto di Hemingway in un trastullo infantile. Le quattro mogli di Papa? Bah, io scrivo tutto un libro sulle puttane thailandesi. La corrida? Ma figurati, io mi sparo una gita a Fukushima subito dopo il disastro nucleare. La guerra di Spagna? Che me ne faccio, ora prendo un aereo e vado in Afghanistan. headtopics.com

Ecco.Nel 1979 il giovane Vollman, che vuole aiutare il prossimo e vive leggermente alienato, decide di recarsi in un paese invaso dai russi, quello che lui chiama «un tesoro di incubi». Non ci va come reporter, né come volontario umanitario, di sicuro non come soldato: ci va come scrittore e ogni scrittore è disarmato. E infatti nessuno apprezza il gesto. «Continuo a non capire perché vuoi andare in Afghanistan», dice il padre. «Immagino che non lo capirò mai». Pover’uomo. In verità era molto semplice. Voleva capire cosa era successo lì, voleva essere d’aiuto nel modo più diretto e stolido possibile: esserci. «Poi mi sarei messo al servizio di qualcuno. Intendevo essere buono, ed ero pronto a fare del bene».

E così s’inventa una terza persona, «il Giovanotto», un po’ per schizofrenia (che diavolo sta facendo lì il tizio che risponde al mio nome e cognome?) e un po’ per avere un trucchetto narrativo, e arriva in Pakistan. Tutti sbigottiscono di comica gratitudine quando scoprono che non sta andando in India, ma lui annaspa tra la folla soffocante: «Tentò di immaginare una situazione comparabile per uno straniero in America: magari restare intrappolato al centro di una superstrada a dieci corsie. Ma forse non c’erano situazioni comparabili».

Non capisce mai chi dice la verità: mente il suo interlocutore che sostiene d’essere un ex capo politico in disarmo o mente l’interprete quando sostiene che il suo interlocutore mente? O mente tutto il paese, al mondo ma anche a se stesso? Si lascia commuovere dai profughi, ma non appena chiede al consolato americano di potere aiutare una famiglia, pur non avendo i soldi per farlo, lo invitano con atteggiamento pietoso a lasciar perdere.

Cerca di capire qualcosa tramite i libri di storia o le chiacchiere con i locali o perfino tramite Wittgenstein, ma afghani e pakistani gli ripetono un assioma spaventoso: «Tu sei tutto, io sono niente!». Come un Michael Moore ipercolto, si avventura in dialoghi sconclusionati, ricostruzioni faticose di alleanze tribali, ramificazioni di gruppi ribelli. È una pedina smarrita nel Grande Gioco, con il suo armamentario filosofico e la sua benevolenza inutile, scambiato per un agente della Cia o un filantropo senza un soldo, in grado di pronunciare sì e no dieci parole in pashto. E attraversa sentimenti che probabilmente anche noi troviamo condivisibili ogni giorno quando i media ci mettono di fronte alle sofferenze altrui. «Per quanto strano possa sembrare, io non capivo l’incubo che stavo ved headtopics.com

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endo. In parte era perché stavo male, se mi riducevo a essere un mero raccoglitore di dati; in parte era perché ero così giovane che la maggiore impressione su di me la faceva l’esotismo dell’esperienza; in parte era perché, grazie al mio background, non riuscivo a capire la sofferenza fisica. Adesso, se rifletto su quella scuola senza libri, aperta in un giorno tanto caldo da far chiudere l’altra scuola; questa scuola senz’acqua, quest’unica classe per tutti gli scolari, a prescindere dalla loro età (vidi bambini di sei anni, e vidi ragazzini di dieci, tutti a recitare in continuazione le stesse cose), ho voglia di piangere – no, di fare qualcosa – ma non so cosa».

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