Marco Mengoni: «Noi trentenni felici di essere instabili. E fluidi in amore»

Il cantante racconta la sua generazione “senza muri,”. Si sente fortunato, non privilegiato. «Pesavo 105 chili, mi vedo ancora così. Mi tiene in guardia»

08/11/2019 04.04.00

Il cantante racconta la sua generazione “senza muri,”. Si sente fortunato, non privilegiato. «Pesavo 105 chili, mi vedo ancora così. Mi tiene in guardia»

Il cantante racconta la sua generazione “senza muri,”. Si sente fortunato, non privilegiato. «Pesavo 105 chili, mi vedo ancora così. Mi tiene in guardia»

Trent’anni compiuti da meno di un anno mentre girava il mondo, in solitaria, con un sacco da 60 litri in spalla, Marco Mengoni non si riconosce come il rappresentante perfetto della sua generazione. Quella generazione della terra di mezzo, nata a cavallo della caduta del Muro, orfana delle ideologie e non ancora abbastanza figlia delle nuove tecnologie per essere definita nativa digitale. Generazione sfigata per alcuni, o per dirla più nobilmente, la nuova classe disagiata, come l’ha definita il brillante sociologo Raffaele Alberto Ventura anche lui trentenne, generazione allevata fra speranze illimitate e trovatasi a fare i conti con possibilità e sogni mozzati. Lui, Marco Mengoni, ha una storia diversa, fuori dalle gavette lunghe come quelle dei suoi compagni di generazione e di canto, il fenomeno indie per esempio; lui è fuori dalla trappola bamboccioni, con dieci anni di carriera alle spalle, da

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X FactoraSanremo: quest’anno festeggia con oltre 50 dischi di platino e un lungo tour sold out in Italia e in Europa. Intanto dopo il successo delle date estive a emissioni zero, il 6 novembre è ripartito il suoAtlantico Tourche proprio questa sera (8 novembre) sarà a Milano. Impegnato per l’ambiente, e ambasciatore (volontario) per

National Geographic,Mengoni è ormai artista multimediale, è il primo con podcast personale, il riff di Marco Mengoni, una serie da lui progettata con Beppe Sala primo ospite. Corteggiato anche dai regi sti per un salto attoriale, si roda con il doppiaggio: dopo essere stato protagnista del film di animazione Lorax e Simba nel headtopics.com

Re Leone, darà voce a Jasper inKlaus, primo film di animazione di Netflix. Condivide, dunque, Mengoni, le insicurezze e le fragilità della generazione (quasi) mancata, ma rifiuta l’etichetta di privilegiato, lui quello che ha se lo è guadagnato, per quanto con gavetta lampo. E ci tiene a raccontarla, questa gavetta, mentre ti accoglie nel suo studio - al pianterreno di un palazzone moderno milanese, tana di pensieri e di registrazioni - in quasi disarmo: pantaloncini al ginocchio, similciabatte e capelli a modo loro, «un po’ anarchici in questo periodo: chissà cosa direbbe mia nonna Jolanda, il mio riferimento di immagine che dice che bisogna essere sempre in ordine anche se non si deve uscire». Ma sempre pronto ad arrovellarsi sui suoi presunti privilegi.

Cominciamo da qui: trentenne a metà?«Io sono un po’ un’eccezione proprio perché a trent’anni ho già 10 anni e passa di carriera...».Fortunato?«Sì me lo ripeto sempre. Però è anche vero che quando avevo 16 anni me ne sono andato via da casa ed è iniziato il mio cambiamento, sono andato a cercare altro da quello che non mi dava più il mio paese di 8 mila anime, Ronciglione, anche se è un bellissimo borgo medievale in Alto Lazio, anche se mi ha dato tantissimo e radici forti. Mi sono buttato, ci ho provato e tutti i giorni mi sveglio e penso come sono stato fortunato! Non ho cercato quello che è avvenuto, cercavo di seguire la mia passione, non la fama».

Non cercava la fama, il piccolo Mengoni, ma era affamato parecchio, di vita, come predicava Steve Jobs. Insomma, non è rimasto lì a vivere con i soldi dei nonni, come dice Ricolfi nella Società signorile di massa, e neppure è stato a piangere sulla vita agra come dice Ventura parlando della sua generazione, “non siamo stati preparati per questa vita agra ma per una vita meravigliosa che non esiste”. «Sentivo che dovevo andare», riprende Mengoni, «e un giorno ho detto a mio padre e mia madre: voglio andare via. Mamma, mamma italica doc, si è messa a piangere, papà ha detto: “Se passi da quella porta devi mantenerti, io non ti darò niente”. Adesso lo ringrazio. Vivevo in una casa umile, al Tuscolano, pagavo mi pare 250 euro. Facevo il fonico in uno studio registrando pubblicità, e facevo il barista in un pub a Frascati. Già al paese lavoravo, a 14 anni facevo il cameriere, i turni d’estate; ero un solitario, lo facevo per combattere la timidezza. Mio padre mi ha insegnato a faticare e poi io sono de coccio, Capricorno ascendente Vergine: ho vissuto la prima parte della vita più testardo, come il Capricorno, ora sono più preciso, Vergine. Sono stati anni di fatica, ma ho imparato come fare la spesa, come arrivare a fine mese. Ancora oggi faccio quasi tutto io, in casa, e metto a posto prima che arrivi la signora che viene per le pulizie».

Gavetta dunque ci fu, anche se lampo, non lunga come quella dei cantanti indie...«Ma mi pare che Calcutta abbia la mia età. Non credo che conti un anno in più o in meno di gavetta. Conta cosa una persona pensa di fare della propria vita. E poi questa cosa indie mi fa strano, è la ghettizzazione di una cosa libera come la musica. Indipendenti o non indipendenti, non importa se parti da un’etichetta piccola o meno: De André, Dalla, Battisti che cosa erano?». headtopics.com

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Comunque anche se Mengoni è partito presto, una famiglia alle spalle c’era, e bella tosta. A cominciare dai nonni...«Il nonno paterno si chiamava Sestilio, è vissuto con me da quando avevo 2 anni perché nonna morì giovane, mi ha fatto quasi da genitore, di più: oggi è la mia comfort zone, quello che in psicologia chiamano punto di pace. Con lui andavo a funghi, al lago di Vico, facevo passeggiate al Fontanile e oggi spesso torno là con la mente. Quando vai verso il buio, la

comfort zoneti riporta a galla, ti porta via da là: sorrido sempre quando penso a mio nonno».Questo è il nonno della natura, che le ha insegnato l’amore per le piante, e da lì viene anche l’idea del tourFuori Atlanticoe dell’impegno per il clima?

«Io nasco con questa cosa del rispetto della natura dentro. Mio nonno non sapeva niente della plastica, ma aveva rispetto per la natura. Sapeva che la terra può dare tanto ma devi rispettare i suoi tempi, lasciarla riposare».Pensieri e passioni verdi prima di Greta, dunque?

«Per me è bello vedere questa ragazzina piccola, giovane, che accusa “voi fate grandi bilanci, ma qui fra 50 anni non esistiamo più”. Qualsiasi cosa ci possa essere dietro. Io poi nel mio piccolo con questa campagna Planet or Plastic? di National Geographic non obbligo nessuno a fare nulla, mi piace instillare un minimo di pensiero nelle persone, è così difficile in questo mondo che va veloce. C’è grande generalizzazione nella velocità di pensiero, che non è velocità intelligente, ma semplicemente sorvola. Io sono nato nel rispetto verde, nei vivai prendo sempre le piantine che stanno male, le più brutte, quelle che devo salvare. È egoismo pulito, mi fa star bene come le bugie bianche: riscattando le piantine sto bene». headtopics.com

Con i limoni sul suo terrazzo non è andata proprio così, che quasi morivano, come ha raccontato a settembre alTempo delle donnein Triennale, la festa-festival del Corriere, parlando di clima e ambiente con l’architetto Stefano Boeri...«Si, ho preso una pianta di limoni, e per proteggerla, l’ho messa dentro casa; poi mi hanno detto che non si fa, che i limoni devono stare fuori... ma ora splendono di nuovo».

Mengoni vincitore a XFactor nel 2009 (foto Claudio Mangiarotti)Prima ha parlato di psicanalisi.«Sì, perché non dedicarsi un’ora a settimana a giocare con i propri pensieri, le paure, le immagini? Insieme a un’altra persona che può tirare fuori, è un aiuto, uno sport mentale, una disciplina, un’ora di lezione».

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Ops, lapsus... sarebbe un’ora di terapia. Lei a 16/17 anni era un altro Marco, con chili in più, che adorava la Nutella...«Sono arrivato a pesare 105 chili, forse mangiavo per combattere l’insicurezza, sì anche la Nutella... poi quasi naturalmente, forse per un cambiamento ormonale, sono arrivato a 62, ho perso quasi 40 chili. Ora sono 83».

In quale immagine si ritrova di più, nel Marco di oggi o nell’adolescente?«Mi vedo come con i chili in più, mi è di aiuto, mi porta a fare sempre di più, sempre meglio, a non mollare la guardia mai, a non tornare là. È una fase della mia vita che mi porto dietro e con la quale combatto meglio il mostro che non c’è più. Se voglio una cosa la raggiungo con tutti i mezzi possibili».

Come per tutti quel periodo non è stato facile. È stato anche vittima di bullismo?«No, semmai io il bullismo me lo facevo da solo, io con me stesso. Mi privavo di tutto, di uscire, di mettere gli occhiali da sole; sempre stato un lupo solitario, poco sociale: molto forte la parte animale ma quella sociale meno, mi vergognavo a fare tutto, anche a mettere una maglietta».

E gli occhiali?«Pensavo: poi mi guardano. Ora chiamo il taxi e prenoto al ristorante, sono migliorato! Ma all’inizio quel che mi ha aiutato molto è stato lavorare fuori 24 ore a contatto con il pubblico. Fare il cameriere è stata la prima forzatura».

E poi?«Mi sono messo in situazioni scomode, come viaggiare da solo: prima dell’ultimo album Atlantico sono partito da solo con il mio zaino, certe volte ho anche avuto paura, facendo l’autostop a Cuba un signore che mi aveva dato un passaggio imbrocca una stradina, entra in un cancello, mi sono detto è finita, chiamo la Farnesina, ma in realtà poi quel signore era veramente alla ricerca di benzina (di contrabbando!) ed è ripartito».

In questi dieci anni Mengoni è stato anche chiamato da Lucio Dalla che, colpito dalla sua voce, ha voluto incidere con lei la meravigliosa ballata Mary Louise .«Tutto è iniziato con una terribile gaffe da parte mia. Mi chiama questo numero sconosciuto, alla prima non ho risposto, alla seconda uno mi dice sono Lucio e io dico Lucio chi? e ho riattaccato. Poi mi hanno chiarito che mi cercava davvero Dalla e non mi trovava, e sono andato a Bologna in questa casa bellissima e parliamo, parliamo, e io friggevo perché erano venute le sette di sera e alle nove avevo il treno. Abbiamo registrato in mezzora. Oggi l’avrei fatta diversa, forse meglio, ero giovane. Ma mi spiace che i 12enni di oggi non avranno modelli di riferimento come Dalla, De André, Gaber ma anche Lauzi, Endrigo... Non sanno chi è Michael Jackson! Meglio o peggio non so, mi dispiace per loro perché non gli insegnano ad ascoltare questi capolavori, molti di loro dovrebbero essere nei libri di scuola».

Lei è nato a X Factor , ma oggi non lo segue neppure in tv?«Non guardo la tv: in salone ho lo schermo, ma la tengo bassa inchiodata su tre canali, mi fa compagnia quando dipingo, ma non voglio distrazioni».Dipinge anche?«Ho fatto l’istituto d’arte e mi piace, mi appassiona vedere le cose prendere forma. La pittura a olio mi permette di non chiudere mai un quadro, perché non asciuga, lo posso riprendere dopo un mese o un anno, dipende dal diluente».

La canzone invece va chiusa...«La verità è che ho un problema con gli abbandoni, come ho un problema con il sonno, di abbandonarmi all’inconscio. Anche a scuola non finivo mai, avevo tante idee, ero carico ma poi non volevo finire e il professore mi diceva: chiudi, Marco! Ma anche nella musica si può riaprire tutto. Anche ora che riparto con il tour mi sono permesso di fare cambi assurdi in alcuni pezzi. Mille lire è nato digitale ed è tornato a essere acustico, quasi rhythm and blues».

Lei è un esempio raro di trentenne non attaccato al cellulare...«Fa parte della mia vita, ma lo uso, non lo subisco: è un più».Sulla scala che va dall’analogico al digitale lei dove si piazza?«Io mi sento nel mezzo; e voglio rimanere lì, in equilibrio».

Per un trentenne privilegiato come lei, niente vita agra?«In un certo senso vale anche per me. La società va veloce e non esiste più quella consacrazione lì dei nostri punti di riferimento, alla Dalla o alla De André. Devi metterti alla prova di continuo. Non è detto che il mio prossimo disco vada bene. Chi nasce oggi, o è nato da un po’, la sente da subito l’instabilità, non voglio usare la parola precarietà. Ma questa instabilità, dovuta a un’evoluzione che coinvolge tutta la società, la senti. Niente ora è in equilibrio. Sono nato con le cassette, durate poco, poi sono venuti i cd, poi il digitale e poi chissà».

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