Le neomamme sotto pressione. In 10mila dicono addio al lavoro

Le neomamme sotto pressione In 10mila dicono addio al lavoro

09/10/2019 01.00.00

Le neomamme sotto pressione In 10mila dicono addio al lavoro

La denuncia di Chiara, vessata in azienda dopo la seconda maternità, ha innescato un’ondata di solidarietà. I sindacati: «Denunce frenate dalla paura»

Chiara non è sola. Per fortuna e purtroppo.Perché il giorno dopo la sua cruda denuncia, la giovane donna che ha raccontato le vessazioni subite in azienda dopo la seconda maternità, ha innescato un’ondata di solidarietà, soprattutto femminile, che si è riversata sul sito del

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Corrieree in tantissimi altri ambiti. Ma anche perché, dopo la sua coraggiosa uscita allo scoperto, tante altre lavoratrici hanno sentito il bisogno di rievocare i momenti difficili vissuti sul lavoro quando sono diventate (o ridiventate) madri.Ma il giorno dopo una denuncia così forte

è anche quello del fiato sospeso. Ieri Chiara non era in azienda. Forse anche perché, sebbene la sua identità e quella del suo titolare siano ancora sotto copertura, lei che comunque ci ha messo la faccia e la voce vive queste ore combattuta tra il timore e la speranza che i suoi capi e i suoi colleghi possano riconoscersi in quel racconto da brividi. Demansionamento, isolamento, umiliazioni continue. Tutto questo ha ricostruito Chiara, con evidente emozione ma altrettanto evidente smania insopprimibile di difendere la sua dignità. Lei, infatti, punta ancora a salvare quel posto, non vuole incentivi per andarsene.

Ma al di là dell’indignazione e della solidarietà anche politica(dalla senatrice del Pd Monica Cirinnà alla consigliera regionale del M5S Monica Forte), la denuncia di Chiara contribuisce a portare anche alla luce le dimensioni del problema delle discriminazioni sul lavoro legate alla maternità. Nel 2018 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha registrato oltre 49 mila dimissioni o risoluzioni di contratto di lavoratrici madri e lavoratori padri. Non sono tutti casi di mobbing, ci sono anche scelte personali o difficoltà oggettive di fronte alle quali a un lavoratore neogenitore non resta che la resa. Ma è sicuramente in quelle cifre (peraltro in crescita del 24 per cento rispetto all’anno precedente) che si annidano le situazioni più pesanti. E la Lombardia è molto coinvolta, anche per i grandi numeri del suo tessuto economico: più di diecimila rapporti di lavoro chiusi lo scorso anno in fase di maternità (un migliaio in più del 2017) ai quali vanno aggiunti gli oltre tremila (circa 500 in più) per neopapà.

Gli ambienti in cui si consumano le violazionisono in buona parte piccole imprese sparse nella regione, dove è più difficile difendersi e dove il sindacato non può arrivare. Ma anche a Milano città ci sono lavoratrici-mamme con storie agghiaccianti da raccontare. Ne raccoglie parecchie Elena Bettoni, responsabile del Centro donna della camera del lavoro. «Purtroppo la realtà è veramente vicina a quella raccontata da Chiara — premette —. Almeno il 50 per cento dei casi di discriminazione sul lavoro che mi vengono sottoposti riguardano il periodo della maternità. E se anche c’è un aumento della consapevolezza circa i propri diritti, le denunce restano spesso frenate dalla paura». Il copione è sempre quello: «Prima della maternità sono dipendenti senza macchia, magari anche apprezzate e in carriera, poi, magari già all’annuncio della gravidanza, cambia tutto e diventano bersagli di richiami, lamentele e gli avanzamenti di carriera spariscono dall’orizzonte». E racconta il caso, aperto proprio in questo periodo, della dipendente di una catena alberghiera alla quale vengono imposti turni che rendono impossibile persino vedere suo figlio da sveglio. «Da quando è madre deve cominciare sempre alle 16. Così al mattino il bambino è al nido e al pomeriggio lei al lavoro — racconta Elena Bettoni —. E quando ha chiesto una turnazione compatibile le hanno detto “non possiamo fare preferenze”, un altro classico, negare qualsiasi aggiustamento per poi suggerire le dimissioni». Lo stesso succede alla commessa di una catena di negozi, separata e con tre figli, che dal punto vendita in centro viene dirottata «senza motivo» a un altro che comporta un’ora e mezzo di viaggio. «Anche a Milano, nel 2019, trovare un lavoro è difficile — conclude la sindacalista — quindi è davvero doloroso accompagnare queste donne ad accordi che comportano le dimissioni».

Dal versante imprenditoriale, Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, non ha esitazioni: «I contratti tutelano tutti i lavoratori e devono essere rispettati. Abbiamo anche sottoscritto con il Comune il protocollo per il lavoro agile. Se tra i nostri 42 mila iscritti qualcuno si comporta in quel modo non ha scusanti: lo condanniamo senza mezzi termini, e non soltanto come imprenditore». E il segretario generale dell’Unione artigiani, Marco Accornero aggiunge: «Nel nostro mondo sono davvero poche le vertenze di questo tipo, forse anche perché in molti casi, dalle acconciature all’estetica e alla bigiotteria, le donne lavorano in imprese tutte al femminile, dove c’è più comprensione. Ma ci sono anche casi di vertenze strumentali, magari nate da forzature di frasi soltanto infelici».

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