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La Spagna cerca una maggioranza. Psoe in testa ma perde voti

La Spagna cerca una maggioranza. Psoe in testa ma perde voti

09/11/2019 21.22.00

La Spagna cerca una maggioranza. Psoe in testa ma perde voti

La quarta elezione in quattro anni, la seconda in sei mesi. La governabilità ormai sembra una chimera. E non è detto che le urne di domani risolvano il problema

EmailBARCELLONA - C’erano anni in cui l’Italia invidiava il sistema elettorale spagnolo. Madrid appariva campionessa di governabilità grazie all’alternanza tra i due partiti emersi dalla dittatura: il Partido Popular che occupava lo spazio politico dal centro liberista alla destra nostalgica e il Psoe, il partito socialista, che monopolizzava il centro sociale così come la sinistra dei diritti civili. Quando un governo mancava la crescita economica, toccava all’altro rimettere in moto la macchina: meno diritti davano più crescita, meno crescita più diritti. Niente di più rassicurante sotto i cieli delle democrazie del benessere. Poi sono arrivate la crisi economica, la rivolta secessionista di Barcellona, «mani pulite» alla spagnola, la frammentazione in quattro (e ora in cinque) partiti nazionali. Così domenica andrà in scena la seconda elezione generale in sei mesi, la quarta in quattro anni. E la prospettiva è che il risultato delle urne non faccia emergere un governo chiaro e stabile neppure questa volta. La governabilità è diventata un Sacro Graal e la capacità italiana di conciliare gli opposti una virtù da apprendere. Quello che una volta era bipartitismo (Pp-Psoe, destra-sinistra) è diventato un “bi-blocchismo” con tre partiti nel centro-destra e altrettanti nel centro-sinistra. I voti sembrano decisi a muoversi all’interno dei due schieramenti, ma non da uno all’altro. I sondaggi indicano alcuni spostamenti rispetto al voto di aprile, ma non tali da dare la maggioranza a un blocco rispetto all’altro.

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SondaggiPrimo partito è indicato, come ad aprile, il Psoe del premier uscente Pedro Sánchez. Dovrebbe ottenere meno del 30% perdendo qualche punto percentuale e qualche deputato. Secondo posto per l’ex grande rivale: il Pp del giovane Pablo Casado attorno al 20% in crescita rispetto ad aprile. Terzo Vox, l’estrema destra nazionalista di Santiago Abascal attorno al 15%. Tutti gli altri in una forbice tra il 5 e il 13 per cento. Troppo poco formare maggioranze «ideologiche» di destra o sinistra senza chiedere aiuto al campo avverso o, peggio, ai partitini regionalisti baschi o catalani, vera spada di Damocle di qualunque esecutivo spagnolo.

Le alleanzeIl rischio è che siano elezioni inutili e che le alleanze per formare un governo siano le stesse tre che c’erano in estate: 1)grande coalizione «interrupta» nel senso che in Spagna faticano a spartirsi le poltrone e Sánchez preferirebbe un monocolore Psoe con l’astensione del Pp e dei liberal-spagnolisti di Ciudadanos; 2)sinistra (Psoe + partiti minori come la sinistra di Podemos + Mas Pais + nazionalisti baschi e catalani); 3)destra (Pp + liberal-spagnolisti di Ciudadanos + estrema destra nostalgica di Vox dentro o fuori dall’esecutivo dipenderà dalle reazioni dei partner europei). headtopics.com

In una situazione tanto bloccata la campagna elettorale è uscita dai consueti dibattiti sui temi economici o dei diritti sociali. Nei comizi e nei programmi si sono introdotti argomenti più originali come la storia patria, l’unità nazionale, l’immigrazione, lo spopolamento.

Storia patriaPer spostare voti, il premierSánchezci ha puntato forte e, in effetti, ha mobilitato l’elettorato, ma non il suo. A fine ottobre, il governo ha trasferito la salma del dittatore Francisco Franco dall’enorme mausoleo del Valle de los Caidos dove riposava dal 1976 ad una cappella più modesta fuori Madrid. La destra ha accusato Sánchez di «disturbare i morti pur di racimolare qualche consenso». Il premier, ovviamente, ha negato dicendo che i tempi della causa legale per la traslazione di Franco e quelli elettorali sono coincisi per pura casualità. Il sospetto, però, è rimasto soprattutto durante il messaggio tv a reti unificate del premier per sottolineare il «momento storico» di cui era protagonista. Nei giorni del trasferimento, i sentimenti a sinistra erano di gratitudine nei confronti del Psoe. Per i non-franchisti, la Spagna democratica ha finalmente eliminato l’anomalia di un monumento di Stato al dittatore. Se era una mossa acchiappavoti, era sbagliata. La gratitudine non si è trasformata in consenso.

Franco spinge VoxSe il Psoe dovrebbe calare un poco rispetto al voto di aprile, al contrario, l’estrema destra di Vox è data in crescita verticale e il merito è anche della tomba di Francisco Franco. Il partito di Santiago Abascal è stato il più critico rispetto al trasferimento del caudillo. Davanti alle accuse di essere filo-franchista, Vox tace oppure rivendica l’ammirazione per la società della dittatura o la difesa dal comunismo che scatenò la Guerra Civile del 1936. Come è avvenuto in Germania con l’estrema destra di Alternative für Deutschland nei confronti del Terzo Reich, Vox sta sdoganando un orgoglio per il passato regime e i suoi valori «nazional-cattolici», che fino a pochi anni fa era inimmaginabile. Molti elettori nostalgici hanno trovato il loro approdo.

Unità nazionaleSe su tasse, imprese ed Europa l’accordo tra i 5 partiti nazionali in lizza sarebbe possibile, il nodo vero è la Catalogna: come fermare le spinte centrifughe di Barcellona? La sinistra di Podemos vuole risolvere il dilemma catalano con un referendum di autodeterminazione stile scozzese. I socialisti senza referendum, ma con maggiore autonomia fino al federalismo. Ciudadanos con meno autonomia e Vox con nessuna. I popolari? Dipende. Sánchez è andato a queste elezioni anticipate proprio per non doversi affidare ai voti catalani e baschi per completare l’eventuale maggioranza di sinistra con Podemos. Non voleva essere ricattabile sull’amnistia per gli indipendentisti catalani condannati o su un referendum di autodeterminazione. Rischia però di trovarsi con un Parlamento ancora più ferocemente «spagnolista» pronto a dargli del traditore al minimo cedimento verso Barcellona. Vox intercetterebbe il malcontento del nazionalismo spagnolo e gli altri partiti di destra non potrebbero lasciargli il ruolo per non apparire deboli. Blocco totale. Zero possibilità di dialogo. Tocca agli elettori scegliere. Come è giusto in democrazia. headtopics.com

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Disunione catalanaUna maggioranza di comune sentire non c’è neppure al di là dell’Ebro, in Catalogna, tra gli indipendentisti. La sinistra repubblicana (Erc) vuole trattare, gli ex conservatori divenuti secessionisti ad oltranza (JxCat) sono per il tanto peggio tanto meglio. I socialisti locali vorrebbero mediare, ma gli elettori non gli danno abbastanza forza. Se dalle urne uscirà ancora un puzzle del genere, trovare un canale di dialogo con Madrid sarà un’impresa. Ma sarà comunque la fotografia democratica e fedele della Spagna di oggi. Fino al prossimo voto.

La Spagna vuotaIl sistema elettorale spagnolo dà importanza alle province indipendentemente dal loro peso demografico. Se per eleggere un deputato a Madrid o Barcellona ci vogliono 120mila voti, per un seggio nelle province meno abitate ne bastano meno 30mila. E le province sono in genere più fedeli ai partiti tradizionali. Per questo Pp e il Psoe hanno spinto molto sulla necessità di difendere i servizi pubblici anche nei paesini abitati solo da pensionati, i piccoli ospedali e la capillarità delle strade. Anche qui cresce la concorrenza di Vox. Il segretario Abascal si presenta come uomo di campagna, amante dei cavalli, della caccia, delle corride: l’immaginario della grande meseta spagnola coperta di ulivi e querce dove pascolano tori da combattimento e maiali neri pronti a diventare jamon. Una Spagna maschia, tradizionale, poco incline a farsi rappresentare da politici con il codino e non sposati (come Pablo Iglesias di Podemos) o aitanti cittadini in giacca e cravatta (come Albert Rivera di Ciudadanos). Il vantaggio dei due grandi partiti storici è nel loro radicamento capace di prescindere da leader nazionale del momento.

L’immigrazioneL’irruzione di Vox nella campagna elettorale ha imposto anche temi prima trascurati come l’immigrazione e il «politically correct» che Abascal ha tradotto come «dittatura progre», cioè progressista. L’immigrazione in Spagna era raramente stata un problema. In gran parte di origine sudamericana era vissuta come una naturale responsabilità storica dell’eredità coloniale e un flessibile serbatoio di manodopera, grazie alla lingua comune. Il surplus di manodopera ai tempi della crisi economica è stato risolto con uno spontaneo ritorno nei Paesi d’origine dei lavoratori stranieri. Abascal ha invece collegato l’immigrazione di origine islamica, decisamente più contenuta, alla delinquenza e soprattutto agli stupri. Per difendere «le nostre donne» propone la castrazione. Per difendere l’identità, un ritorno al cattolicesimo anni ‘50: niente aborto, niente divorzio, donne mamme e, possibilmente, casalinghe.

La scommessaPerché il primo ministro Pedro Sanchez ha rifiutato l’alleanza con la sinistra di Podemos e ha rischiato anticipando le elezioni? Senza dubbio perché ad agosto, quando l’ha deciso, i sondaggi erano molto diversi e lo davano vicino alla maggioranza assoluta. Ma ci sono almeno altre due le spiegazioni: una più psicologica, l’altra più politica. La psicologica: Sánchez è figlio del bipolarismo, dell’alternanza tra Partido Popular e socialisti durata oltre 30 anni. Per lui il potere è da esercitare in solitario. In questo condivide la forma mentale di molti spagnoli che (dai tempi della Guerra Civile: 80 anni) si dividono tra rossi e neri, o di qua o di là, nemici come i nonni, con le schede elettorali invece dei fucili, ma comunque incapaci di lavorare assieme. La spiegazione politica: Sánchez vorrebbe ricostruire un «bipolarismo parlamentare» per convincere gli elettori che fuori dai due partiti storici non c’è vita. Vorrebbe dimostrare che è inutile sostenere Podemos o Mas Pais a sinistra; Ciudadanos o Vox a destra. Sarebbero voti «persi».Sánchez spera di avere abbastanza deputati per formare un governo di minoranza capace di reggersi senza alleanze, ma solo con l’astensione dei popolari. Non una vera Grande Coalizione, perché il Pp resterebbe fuori dell’esecutivo, ma un sostegno e un riconoscimento reciproco tra i due ex grandi per essere ancora determinanti. Ad aprile i popolari non avevano abbastanza deputati per sostenere il progetto che farebbe molto comodo anche loro. Se li guadagneranno in questo turno, anche Sánchez avrà vinto la sua scommessa e alle prossime elezioni i voti dispersi nei partiti minori potrebbero tornare nelle due formazioni storiche. Machiavellico, ambizioso, lungimirante, ma tutto dipende dagli elettori. Come dev’essere in democrazia. headtopics.com

9 novembre 2019 (modifica il 9 novembre 2019 | 18:22) Leggi di più: Corriere della Sera »

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