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La scrittura come terapia per affrontare la malattia o un lutto - La Stampa

La scrittura come terapia per affrontare la malattia o un lutto

04/01/2020 09.18.00

La scrittura come terapia per affrontare la malattia o un lutto

Su Rai3 l’esperienza di Matilde D’Errico, sceneggiatrice e autrice tv, che ha coinvolto donne operate di tumore in un laboratorio narrativo

Michela TamburrinoPubblicato il04 Gennaio 2020La scrittura come forma di psicoanalisi, o meglio, la scrittura come terapia quasi fisica per riuscire a metabolizzare il dolore dopo averlo vissuto e tirato fuori su carta bianca. Il potere curativo della scrittura non è una novità. Dal blog  Misha’s Version, aperto dal padre a poche ore dalla morte del figlio Misha e che adesso è anche un libro, a tanti altri esempi di scrittura nati “sulla pelle” di se stessi o di altre persone amate colte nel bivio decisivo tra la vita e la morte. Ultimo in ordine di tempo è l’esperimento portato a termine da Matilde D’Errico, di mestiere sceneggiatrice e autrice televisiva,  che firma la trasmissione «Io scrivo» in onda oggi in prima serata su Raitre.

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«Tutto nasce, come quasi sempre accade, da un’esperienza personale - racconta D’Errico -  e da un progetto  pensato insieme ad alcuni medici del Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Un progetto di scrittura rivolto alle operate di tumore al seno. Perché la scrittura aiuta nella gestione delle emozioni, nell’incontro con la malattia diventa un passaggio cruciale. E si torna alla mia esperienza personale, come malata e come sceneggiatrice. Avevo fatto un controllo di routine e ho scoperto di avere un tumore. Da lì tante prospettive cambiano. Sai di camminare su una linea di confine che comprende vita-morte come mai avevi pensato prima».

E qui torna il scena il suo lavoro. «Appunto, io faccio l’autrice, la sceneggiatrice, in sintesi, scrivo. E quando mi sono ammalata mi è stato di grande conforto la scrittura. Riuscivo a mettere su carta quello che mai avrei detto a voce e che non mi permettevo neppure di pensare. Allora sono andata a parlarne con il professor Riccardo Masetti del centro di senologia del Gemelli che mi aveva operata. Inoltre Masetti è presidente di Susan G. Komen Italia. Nel 2000 ha portato dagli Stati Uniti  la Race for the Cure, generando un cambiamento concreto nel modo di affrontare il tumore del seno e spingendo migliaia di donne che hanno incontrato la malattia a diventare “ambasciatrici della prevenzione”. Gli ho esposto il mio progetto e lui mi ha subito appoggiata». headtopics.com

Così l’autrice, anche regista di importanti  programmi  di Raitre come «Amore criminale» e «Sopravvissute»,  ha realizzato il suo laboratorio creativo che ora diventa trasmissione televisiva: «Mi interessava il processo di rielaborazione del dolore, ho tenuto alcune master class e ho parlato di certe strutture narrative e ho chiesto alle donne del laboratorio di applicarle alla malattia. Dovevano farlo come fosse l’atto fisico dello scrivere, ho chiesto loro di adoperare foglio e penna per mettere un confine, dare un recinto alla paura. L’altro obiettivo che mi sono posta è abituare le donne a comunicare la malattia agli altri. Perché molte persone scappano di fronte al male, hanno paura, non sanno stare vicine. Anche sul lavoro ci sono state donne che hanno avuto problemi. Ho fatto scrivere loro le parole sbagliate che si sono sentite dire, quelle giuste e quelle che avrebbero voluto sentire e che nessuno ha detto. Nel programma ho riassunto i quattro mesi di lezioni seguite dalle donne operate di tumore al seno ma nel documentario ho riportato solo alcuni scritti che rappresentano l’archetipo. Poi le ho accompagnate anche nel privato per capire e far capire meglio al pubblico il contesto in cui ci si muove».

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Il Capodanno perfetto di Riccardo Bassi: gioca la “Next Gen Cup” con Pistoia - La StampaSarà un inizio dell’anno particolare quello di Riccardo Bassi, il classe 2001 che si alterna tra Under 18 e prima squadra di Pallacanestro Biella. Il lungo nato in Lombardia è stato chiamato da Pistoia per rinforzare la sua compagine juniores che inizia oggi a Bologna il cammino nella Next Gen Cup. La manifestazione, arrivata alla seconda edizione, è una sorta di «coppa di lega» per i settori giovanili dei diciassette club di serie A. Tutti hanno diritto a chiamare a sé qualche rinforzo. E gli occhi di Pistoia - chissà, forse perché da quelle parti ci sono persone come Marco Sambugaro e Michele Carrea che lo conoscono bene - sono caduti sul centro che, per tre giorni, nasconderà nella borsa la maglia rossoblù numero 17 con il marchio Edilnol. Pistoia nel suo girone dell’Italia centrale del campionato Under 18 è nella seconda metà della classifica, guidata dai vivai delle romane e dalla sempreverde Don Bosco Livorno. Una situazione non dissimile da Biella, che ha chiuso il 2019 con due sconfitte e sta vivendo una stagione che era già stata annunciata come di transizione. Guidata da Tommaso Della Rosa e sponsorizzata Officina Fattori, la squadra toscana è stata inserita nel girone più numeroso della Next Gen Cup, l’unico con cinque squadre. Per questo dovrà affrontare due partite nello stesso giorno: oggi sarà in campo alle 11,30 contro Reggio Emilia e alle 20,30 contro la Virtus Bologna padrona di casa, visto che la prima fase è in programma alla Segafredo Arena. Domani e venerdì le ultime due partite della fase eliminatoria saranno contro Dinamo Sassari e Brescia. Le prime due di ogni gruppo accedono al tabellone principale. La fase finale sarà ospitata a Pesaro, nello stesso weekend delle finali di Coppa Italia di serie A. Riccardo Bassi ha trascorso qualche giorno a Pistoia per prendere confidenza con la squadra, in attesa di ritrovarla da oggi sul parquet. «È un ragazzo tranquillo ed educato, che chiede scusa anche quando non c'è bisogno - aveva detto di lui il c

La debolezza del sistema delle autostrade è nella norma delle concessioni - La StampaIl crollo di parte del soffitto della galleria Berté sulla A26 riapre la questione delle concessioni autostradali. È un dibattito che si riapre ciclicamente. Fra i partiti, il Movimento Cinque Stelle è quello che ha la posizione più netta, lasciando intendere che tutto si possa risolvere con un ritorno alla proprietà pubblica. È una posizione ragionevole? La Corte dei Conti ha recentemente pubblicato una relazione sulle concessioni autostradali. Ne esce un quadro devastante. I problemi centrali sono la scarsa trasparenza e gli ostacoli alla concorrenza. Le concessioni sono state a lungo segretate. La quasi totalità delle tratte «sono state affidate o prorogate senza gare in assenza di confronto concorrenziale», in barba ai principi europei e a dispetto delle ripetute proteste delle autorità indipendenti. Fra queste ultime, solo di recente all’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) sono state attribuite competenze sul comparto. L’Art lamenta che la sua capacità di predisporre modelli per la regolazione delle nuove concessioni è «inficiata dalla mancanza di dati gestionali detenuti dal Ministero delle infrastrutture». Dei 7400 km di rete autostradale, 6000 sono dati in concessione (il resto è nelle mani dell’Anas). «La rete a pedaggio è gestita da 22 società con 25 rapporti concessori», di cui quattordici a maggioranza privata. Queste aziende (cui se ne sommano altre, partecipate da Anas e Regioni per i tratti di competenza di queste ultime) hanno contratti molto eterogenei, che rendono più difficile paragonare la performance delle diverse aziende, e sistemi tariffari che ognuno fa storia a sé. Un buon regime concessorio dovrebbe permettere al concedente di controllare l’adempimento preciso degli impegni assunti da parte del concessionario. Quest’ultimo dovrebbe poter realizzare gli investimenti promessi senza infiniti intoppi burocratici, in un contesto di responsabilità chiare. Al contrario, la Corte dei Conti segnala come la collaborazione fra Ministero delle È nel aver trasformato un monopolio naturale da pubblico a mangiatoia per privati senza scupoli. I notiziari RAI ci hanno informato della caduta di calcinacci in A26 No, è nella massimizzazione del profitto e nella riduzione di qualsiasi voce di spesa. Si chiama capitalismo di merda

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