La mia Napoli blu cobalto

Sophia Loren, Maradona, ma anche Ugo Russo, 15 anni, ucciso durante una tentata rapina. Leticia Mandragora e i suoi volti dipinti sui muri. Con un colore come marchio di fabbrica

07/12/2021 00.31.00

Sophia Loren, Maradona, ma anche Ugo Russo, 15 anni, ucciso durante una tentata rapina. Leticia Mandragora e i suoi volti dipinti sui muri. Con un colore come marchio di fabbrica

Sophia Loren, Maradona, ma anche Ugo Russo, 15 anni, ucciso durante una tentata rapina. Leticia Mandragora e i suoi volti dipinti sui muri. Con un colore come marchio di fabbrica

Questo articolo è pubblicato sul numero 49 di Vanity Fair in edicola fino al 7 ottobre 2021È una storia di amore e odio che scorre su un filo attorcigliato di color blu cobalto, quella fra la «graffiti artist» – così si definisce

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Leticia MandragoraNapoli.Nata a Madrid da madre spagnola e padre napoletano, si è ritrovata a 15 anni a vivere a Ercolano. «Uno shock», ricorda. «Ero abituata ad andare alle mostre d’arte con mia madre, nei musei come se fossero una mecca, e mi sono trovata improvvisamente alla periferia di una metropoli che non conoscevo». Apparentemente spigolosa, sicuramente battagliera, Leticia Mandragora sembra una giovane donna di

33 annicon uno spiccato senso della giustizia che fa fatica a ritrovare nella sua città d’adozione. E a tratti anche ironica, quando dice di essersi poi trasferita a Napoli da Ercolano solo per non patire le fatiche della Circumvesuviana. Leticia Mandragora è un’ headtopics.com

artista autodidatta. Ha cominciato a disegnare sui muri del suo giardino, da ragazzina, dove ha creato un serpente. «I miei genitori non erano affatto contenti», dice divertita.Erano gli anni in cui frequentavarealtà undergroundlegate alla cultura hip hop e usava le bombolette spray per disegnare sui muri di zone degradate o fabbriche abbandonate. E ancora oggi si chiede, con una domanda per lei retorica, se sia più illegale abbandonare spazi o entrare in luoghi privati per manifestare la libertà di espressione artistica. La sua è un’arte sociale che parte dal basso, dalle richieste di associazioni o di cittadini di un quartiere che lei coinvolge nella preparazione di un murale per rigenerare uno spazio comune e incoraggiare le persone ad averne cura. Il suo colore preferito, marchio di fabbrica di tutti i suoi murales, è il

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bluche ha cominciato a usare nei laboratori dell’Università Federico II per colorare le cellule che vedeva al microscopio quando studiava Tecnologie farmaceutiche. E poi con gli anni è diventato il suo modo per esprimere l’essenza dei personaggi che raffigura. «Solo successivamente ho compreso che il blu cobalto era il colore adatto per esprimere l’interiorità, l’anima delle persone, la spiritualità, la femminilità», racconta.

La Napoli di Leticia Mandragora non è quella della serie televisivaGomorrae della sua narrazione stereotipata, ma una metropoli che ama «per le sue tradizioni popolari che però si stanno perdendo», osserva. La città vitale degli attori e degli artisti, dei sarti e delle botteghe artigianali che sono sempre meno, e delle persone che vivono nei Bassi – ’o vascio, come si dice a Napoli – o nelle zone periferiche, tutte assetate come lei di giustizia. Ma Napoli, per lei, può essere anche un luogo ostile, che troppe volte le ha chiuso le porte in faccia. «Ho fatto tanti progetti internazionali a Miami, in America Latina, in Portogallo, ad Art Basel, e in molti altri Paesi. A Napoli invece devo sempre lottare per trovare degli spazi», afferma infastidita. E infatti molti dei suoi murales hanno innescato polemiche. Come quella, finita in tribunale, sul dipinto dedicato a Ugo Russo, il ragazzo di 15 anni ucciso il primo marzo del 2020 da un carabiniere durante un tentativo di rapina. Un murale che ora una sentenza del Tar della Campania vorrebbe cancellare. «Dicono che sia un cattivo esempio per i ragazzi dei Quartieri Spagnoli, un elogio della delinquenza; ma quel murale è una riflessione sul peso della vita, delle scelte che si fanno», spiega, «e non credo che i ragazzi che lo vedono si guardino allo specchio e pensino di voler finire come lui, morto sparato. Sul dipinto c’è scritto “verità e giustizia” perché la sua morte è sembrata un’esecuzione più che una legittima difesa. Ma mi preme sottolineare questo: dietro al volto di Ugo Russo, ci sono file di bilance che indicano il peso dell’anima. Ho rappresentato la piuma della dea Maat accanto a un vaso contenente il cuore per far riflettere su quanto valga la vita per ognuno di noi e per il Paese in cui viviamo. Un monito, più che un elogio».

Giacomo AcunzoLeticia Mandragora ha realizzato anche il murale di Maradonache svetta su una facciata di un edificio popolare a Frattamaggiore, voluto dai ragazzi del quartiere. «Rappresenta la fede come spirito propositivo, la maglia bianca simboleggia il calcio della gente, non legato al mondo dei soldi. Lo sfondo è d’oro perché condomini come questi vanno impreziositi», spiega. «Tra Maradona e Ugo Russo c’è però un parallelismo, un terreno comune: due persone con storie contorte, in bilico fra il bene e il male. Nel caso di Maradona, lui è stato salvato nella memoria collettiva grazie alle sue straordinarie abilità calcistiche, e allora mi interrogo sull’ipocrisia...», osserva polemica. Leticia è combattiva, ma sembra molto sincera, anche quando ricorda i suoi anni di street artist a fianco dell’ex compagno Jorit, considerato oggi il nome più noto della nuova generazione di writer napoletani, e con cui ha realizzato diverse opere senza mai firmarle. «A volte, per i sentimenti si dimenticano i propri diritti», dice con un tono di rammarico. La Napoli di Leticia Mandragora è una vita convulsa, il ritmo sincopato della sua quotidianità in cui alterna l’insegnamento in una scuola di tatuaggi, nei laboratori con i giovani a rischio, alle sue opere che raffigurano quasi sempre volti femminili. Come l’icona di Sophia Loren, nata sulla facciata di un caseggiato di Gragnano, in cui ha voluto raffigurare l’essenza, l’eleganza, la forza della personalità della grande attrice, impreziosita da un paio di orecchini a forma di pasta e color del grano (siamo d’altronde nella cittadina che è la «capitale» del cibo-simbolo d’Italia, e non è certo casuale la grande scritta «Tutto quello che vedete lo devo agli spaghetti» che corre lungo il volto della diva). «Quando faccio un murale non colonizzo mai uno spazio, ma inseguo al contrario una sua rigenerazione», precisa. «Il luogo dove ho dipinto Sophia Loren era degradato, monnezza ovunque e fiori appassiti. I residenti si guardavano con astio. Ho provato a coinvolgerli nel mio progetto e si sono messi a disposizione. Hanno collaborato tutti ed è finita con una spaghettata». headtopics.com

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Così ha fatto anche con il ritratto diEleonora de Fonseca Pimentel: un progetto ispirato al romanzo di Enzo StrianoIl resto di niente, nato con i bambini dei Quartieri Spagnoli per insegnare loro la storia dell’eroina della rivoluzione napoletana. Riportare speranza e conoscenza laddove c’è tanta umanità dolente: «Lei è una figura a cui sono molto legata perché è stata una donna straordinaria che è riuscita a immergersi nella città di Napoli nonostante avesse origini portoghesi, straniere come le mie». Il murale è nato da un corso con i ragazzi a rischio. «Per dipingerlo mi sono ispirata al volto di una ragazzina del quartiere che frequentava le mie lezioni, perché sono attratta dai volti comuni e da tratti somatici non rimodellati dall’estetica contemporanea. Voglio portare sui muri le persone reali per creare una comunicazione diretta con chi guarda l’opera. Il messaggio lo crea chi guarda il ritratto».

Leticia Mandragora è molto dura quando parla di Napoli, dove dice di restare per l’amore dei suoi genitori. Parla della «Camorra» delle istituzioni e del maschilismo che sperimenta nel suo lavoro: per ogni cosa che fa, deve pagare un pegno di polemiche e critiche che non entrano mai nel merito della sua arte. «Ho lavorato in un edificio che era pieno di amianto...», inizia a raccontare indignata, poi cambia tono quando parla delle persone e dei giovani delle associazioni con cui condivide ogni momento delle sue lunghe giornate da «operaia» sui ponteggi dove ci si arrampica a dipingere. A gennaio inaugurerà il suo studio, un luogo aperto a diversi progetti nel centro di Napoli. Nel segno di una libertà artistica e di un lavoro collettivo, con adulti e bambini, «perché con i legami si può creare tanto».

Murales di Sofia Loren - Gragnano

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