La “draisina” sul binario morto ricorda la linea Dronero-Busca

La “draisina” sul binario morto ricorda la linea Dronero-Busca

13/07/2020 07.22.00

La “draisina” sul binario morto ricorda la linea Dronero-Busca

Il mezzo a pedali fu costruito dall’Associazione amici della ferrovia turistica della valle Maira

Pubblicato il13 Luglio 2020Ormai da anni una draisina giace, amorevolmente accudita, su un ultimo tratto di binario morto all’ex stazione di Dronero. Gli attivisti dell’associazione «Amici della ferrovia turistica della Valle Maira», presieduta da Gian Piero Fissore, ogni tanto sollevano il telo impermeabile per provare gli ingranaggi. Ma possono muoverla al massimo per un paio di metri su quel moncone di rotaie, rimasto dove un tempo correvano i treni che portavano i valligiani a Cuneo, Saluzzo, Torino.

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«Negli Anni ’50 – racconta Gian Franco Marino, 78 anni, titolare con il figlio Massimiliano e la moglie Rosella dell’officina “Futurauto” a Cervasca, dove collezionisti da tutta Europa portano a restaurare prestigiose auto d’epoca – raggiungevo la scuola a Torino salendo sul treno a Dronero, con coincidenza a Busca per Saluzzo–Airasca».

In seguito la Dronero-Busca è stata soppressa, ma l’Associazione della Valle Maira si batte tuttora per una valorizzazione turistica di quei binari. Così dieci anni fa decisero di costruire un prototipo di draisina, quel veicolo che vediamo circolare sulle rotaie nei film western spinto con leve manuali dagli operai. I droneresi volevano però una draisina a pedali, sulla quale i passeggeri potessero percorrere la strada ferrata come in bicicletta. Incaricarono il titolare della fabbrica di bici di Roata Rossi Pietro Lucchino, classe 1936, e lui, ideatore di velocipedi originali, consegnò loro quello che vediamo tuttora a Dronero. Un «cicloferroveicolo» capace di trasportare fino a sei persone, con la caratteristica innovativa di non dover essere alzato e girato al termine del tragitto, perché basta cambiare di sella e manubrio per pedalare in senso inverso. Gian Franco Marino apportò migliorie: «Un sistema frenante sulle quattro ruote, freni in feltro e pedali indipendenti». Nel 2012 la draisina dronerese, «imprestata» a Castelluccio Cosentino nel Salernitano, partecipò all’inaugurazione della prima cicloferrovia italiana. Sui 2,5 km della strada ferrata verso Galdo, trasportò centinaia di persone entusiaste della novità, con citazione e foto sulla rivista «Ciclismo». headtopics.com

Potrebbe fare la stessa cosa sulla Dronero-Busca se solo quella strada ferrata fosse ancora in buono stato. Ora rischia lo smantellamento anche la Cuneo-Mondovì, dove qualcuno propone di togliere i binari. «Sarebbe un errore – dice Gian Piero Fissore –. Su quel tratto di ferrovia potrebbero correre moderni tramway come a Nizza. Oppure modelli simili alla nostra draisina: un modo per andare in bici, ma sui binari». «Nel mondo – conclude Marino – le strade ferrate vengono valorizzate, non smantellate. In Norvegia ho visto i crocieristi scendere dalla nave in un fiordo, salire su un treno e poi reimbarcarsi più avanti. Si potrebbe fare lo stesso sbarcando a Nizza, arrivare a Cuneo sulla spettacolare ferrovia, ridiscendere a Ventimiglia e reimbarcarsi a Sanremo».

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Salvini e Berlinguer, la propaganda della storiaQuella di Salvini è stata una chiara (e per certi versi volgare) provocazione. E la difesa a più voci di Berlinguer, che s’è levata dal mondo ex-Pci e non solo, è senz’altro legittima, ma contiene pure qualche elemento di ambiguità. Perché in memoria dell’ultimo leader comunista del partito che dopo di lui avrebbe cambiato nome, si sono alzati anche coloro che dopo la sua morte si impegnarono apertamente per la “deberlinguerizzazione” del Pci. A cominciare da Achille Occhetto, l’uomo della Bolognina e dello storico annuncio dell’abbandono del nome, sulla scia della caduta del Muro di Berlino e del rimescolamento degli equilibri mondiali. A dire il vero, non è del tutto appropriata anche l’unione dei due ritratti di Moro e Berlinguer, che campeggiano appaiati sui muri delle poche, esistenti sezioni del Pd, il partito che nel 2007 ha unito ciò che rimaneva della sinistra democristiana riunita nei Popolari e i resti dei Ds, eredi del Pds nato sulle ceneri del Pci. E non perché i due non siano stati insieme protagonisti del tentativo, fallito a causa dell’assassinio di Moro da parte delle Brigate Rosse nel ‘78, di portare insieme al governo Dc e Pci, i due grandi partiti popolari che assommavano, nella legislatura ‘76 - ‘79, oltre il settanta per cento dei voti degli italiani. Ma perché lo fecero accompagnandolo con i loro caratteri e le simmetriche ritrosie e diffidenze, convinti che si dovesse trattare di una soluzione breve e provvisoria. Moro, insomma, rimase anticomunista anche durante l’alleanza con i comunisti. E Berlinguer, non a caso, prima ancora di scontare il consistente calo elettorale nelle elezioni politiche anticipate del 1979, preferì ritirarsi rapidamente dalla maggioranza del governo Andreotti di unità nazionale, pur di non dover sottoscrivere l’ingresso dell’Italia nel Sistema monetario europeo. Altri tempi: specie se si riflette che il Pd è oggi l’unico partito sinceramente europeista senza se e senza ma. In ogni caso non c’è niente di male ad avere Forse ha piú di Berlinguer Salvini che Zingaretti o Renzi o altri esponenti dell'ambigua Sinistra italiana... invito a dividere la ricca torta MassimGiannini Sono due nomi Salvini e Berlinguer che non dovrebbero mai trovare spazio nella stessa frase

La supplenza della CorteTra i partiti della maggioranza governativa si trascina la discussione sul destino dei decreti che ancora ci si ostina a chiamare “sicurezza”. Una delle norme in essi contenute viene riconosciuta contraria alla Costituzione da una sentenza della Corte costituzionale. Si tratta della norma secondo la quale il permesso di soggiorno per richiesta di asilo non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica e quindi impedisce allo straniero richiedente asilo di iscriversi alla anagrafe dei residenti in un Comune. Il motivo della incostituzionalità è dalla Corte identificato nella irragionevolezza e nella conseguente violazione del diritto alla eguaglianza, che può essere derogato solo quando sia funzionale a uno scopo legittimo. Irragionevole è la norma rispetto al dichiarato scopo di controllo del territorio e discriminatorio rispetto a tutto ciò che è reso possibile dalla iscrizione alla anagrafe nella vita pratica delle persone. Non quindi un vizio di dettaglio tecnico-giuridico, ma violazione della norma che è nel cuore della Costituzione: eguaglianza tra le persone e obbligo di ragionevolezza per ogni differenziazione. Se si tiene conto del significato civile della iscrizione alla anagrafe del Comune, prima ancora delle sue conseguenze concrete, si trattava di una inutile cattiveria, voluta dal governo precedente a questo e che la nuova maggioranza che sostiene il nuovo non è riuscita a eliminare. Con il riconoscimento della irragionevolezza del divieto introdotto dai decreti “sicurezza” risulta chiaro che non si trattava della intenzione di aumentare la sicurezza sul territorio, ma proprio di una discriminazione su cui si fondava il messaggio politico che si voleva lanciare. La logica del “noi”, che contiamo tra i residenti nel nostro Comune, e “loro”, che non vogliamo. Chi non è iscritto alla anagrafe non può ottenere la carta di identità, non ha accesso alle prestazioni sociali offerte dai Comuni ai bisognosi, non può aprire una partita Iva, né ottenere la dichia