L’orrore dei campi di concentramento nelle storie di tre giovani uomini che riuscirono a tornare a Verbania

L’orrore dei campi di concentramento nelle storie di tre giovani uomini che riuscirono a tornare a Verbania

28/01/2021 13.49.00

L’orrore dei campi di concentramento nelle storie di tre giovani uomini che riuscirono a tornare a Verbania

In prefettura a Villa Taranto sono state consegnate le medaglie d’onore alla memoria Pietro Damnotti, Dovilio Fontana, Giovanni Manzoni

Pietro Damnotti, origini pavesi, capo cantoniere per le strade provinciali;Dovilio Fontana, nato a Codevigo (Padova) e nel Dopoguerra dipendente del Comune di Verbania eGiovanni Manzoni, dalla Bergamasca sul Lago Maggiore per fare il boscaiolo e poi per tanti anni cuoco all’Eremo di Miazzina.

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Sono tra i milioni di essere umani trattati con disumanità dalla follia nazifascista.Rientravano in quel numero da eliminare con metodo seguendo un piano infernale alimentato da una folle visione del mondo. Un disegno che - ha ricordato ieri in occasione della giornata della Memoria il prefetto del Vco Angelo Sidoti - ha potuto compiere atrocità inimmaginabili con la complicità di chi si limitava a eseguire ordini, svolgere il proprio ruolo voltandosi dall’altra parte, senza istinti di ribellione alla «banalità del male».

Verbania e CossognoDella catena di morte, persecuzione e deportazione sono rimasti vittime anche i tre giovani uomini che avevano casa a Verbania e Cossogno.A differenza di altri, nel 1945 riuscirono a tornare dalle loro famiglie,ma con addosso un vissuto di patimenti da cui mai si ripresero. Lo sanno bene i figli, e i nipoti, a cui ieri mattina il prefetto Sidoti ha conferito la medaglia d’onore assegnata dal Presidente della Repubblica. headtopics.com

«Lestorie di questi nostri tre internati nei lager nazisti vanno raccontate, custodite. Sono testimonianze a noi vicine per capire il valore della convivenza civile, della pace, del benessere» ha evidenziatoil sindaco di Verbania Silvia Marchionini

, con l’auspicio che dal prossimo anno, con il superamento dell’emergenza sanitaria, le scolaresche possano tornare a partecipare a questi momenti di riflessione e di commemorazione.«Capire come sia potuto accadere è impossibile, ma abbiano il dovere di porre la massima attenzione perché mai più succeda» ha detto il vice presidente della Provincia Rino Porini ricordando lo zio Giuseppe, prelevato dalla casa di Crusinallo e deportato a Mauthausen per poi «salvarsi perché era un bravo meccanico e l’avevano messo a lavorare in fabbrica».

Al lavoro coatto in una segheria fu invece destinato, in un secondo momento dopo la cattura, Pietro Damnotti, classe 1910. «Si occupava dei progetti di manutenzione della viabilità provinciale - ricorda il nipote Fabrizio Borsani, che ha seguito nella professione le orme del nonno - ma con la guerra era stato richiamato a soldato». Damnotti combattè sul fronte greco-albanese e fu imprigionato a Durazzo, dopo una battaglia.

Venne internato dal settembre 1943 all’aprile 1945.«Forse più di altri - riporta Borsani che ha ritirato la medaglia con la mamma Rita - raccontava delle sofferenze viste e patite. Per non morire di fame la sera rovistavano in cerca di bucce di patate. Sorpreso, una volta il nonno venne preso a padellate in faccia dalla moglie del comandante che gli spaccò il naso». headtopics.com

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Manuela Fontana, accompagnata dal figlio Fabio Melchioretto, invece non ha mai saputo nulla dal padre Dovilio, classe 1923, per due anni internato a Teschen, oggi nella Repubblica Ceca. «Spesso era scosso da incubi: era rimasto indelebilmente segnato nel corpo e nello spirito. Voleva dimenticare.

Ho condotto ricerche, cercando in diversi archivi, ma non sono riuscita a ricostruire le vicende che lo portarono a quella durissima prova».La paura del temporale«Papà non ha fatto che lavorare tutta la vita, prima per tirare su nove fratelli più piccoli, poi per crescere noi figli che eravamo in quattro. Questa medaglia siamo sicuri gli avrebbe fatto tanto piacere» dicono Maria Santina e Virgilio Manzoni. Il padre era un alpino, anche lui del 1923.

Si ricordano quando si agitava se la stufa in casa faceva fumo perché in testa gli erano rimasti i camini dei lager Leggi di più: La Stampa »

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