L’importanza degli squali negli ecosistemi marini (di F. R. Reinero)

L’importanza degli squali negli ecosistemi marini

Ambiente, Francesca Romana Reinero

27/01/2022 14.19.00

L’importanza degli squali negli ecosistemi marini

S​ono predatori all’apice della catena alimentare marina e rivestono un ruolo fondamentale

sono predatori all’apice della catena alimentare marina e rivestono un ruolo fondamentale nel mantenimento e nella strutturazione degli equilibri degli ecosistemi marini, controllando l’abbondanza e la distribuzione di tutti i livelli trofici della rete marina, eliminando gli individui deboli e malati e controllando il diffondersi di malattie.

Se dovessimo eliminarli dalla catena alimentare, causeremmo dei gravi cambiamenti nella popolazione delle prede che si ripercuoterebbero ad ogni livello trofico, determinando le cosiddette cascate trofiche. Inoltre, gli squali hanno tassi di crescita molto lenti, una bassa fecondità (partoriscono in media 8-10 piccoli l’anno), raggiungono la maturità sessuale tardivamente (in media intorno ai 7 anni) e hanno un ciclo vitale lungo (in media di circa 30 anni, ma ci sono squali, come lo squalo della Groenlandia, che possono vivere anche circa 300 anni!). Tutto questo si traduce in un ricambio della biomassa che procede con tassi estremamente lenti, esponendo gli squali anche alle più flebili pressioni antropiche.

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squali sono predatori all’apice della catena alimentare marina e rivestono un ruolo fondamentale nel mantenimento e nella strutturazione degli equilibri degli ecosistemi marini, controllando l’abbondanza e la distribuzione di tutti i livelli trofici della rete marina, eliminando gli individui deboli e malati e controllando il diffondersi di malattie. Se dovessimo eliminarli dalla catena alimentare, causeremmo dei gravi cambiamenti nella popolazione delle prede che si ripercuoterebbero ad ogni livello trofico, determinando le cosiddette cascate trofiche. Inoltre, gli squali hanno tassi di crescita molto lenti, una bassa fecondità (partoriscono in media 8-10 piccoli l’anno), raggiungono la maturità sessuale tardivamente (in media intorno ai 7 anni) e hanno un ciclo vitale lungo (in media di circa 30 anni, ma ci sono squali, come lo squalo della Groenlandia, che possono vivere anche circa 300 anni!). Tutto questo si traduce in un ricambio della biomassa che procede con tassi estremamente lenti, esponendo gli squali anche alle più flebili pressioni antropiche. Ogni anno, in media, solo 8-10 persone perdono la vita in tutto il mondo a causa degli attacchi di squalo; ogni anno, in media, circa 100 milioni di squali vengono uccisi dall’essere umano. Allo stesso tempo, 2 milioni di persone l’anno muoiono a causa delle zanzare che trasmettono la malaria, 400 a causa delle api, 45 per l’esplosione di un tostapane, 450 perché cadono dal letto e 24.000 colpite da un fulmine. Sono statistiche dalle quali non si può prescindere e che ci devono far riflettere su chi sia il vero mostro del mare. Le principali minacce che affliggono gli squali sono: lo shark finning , una cruenta pratica che prevede il taglio delle pinne agli squali, ributtati poi ancora vivi e morenti in mare, per la produzione della famosa zuppa di pinne di squalo ( sharkfin soup ) tanto in voga nei Paesi Asiatici dove un piatto può arrivare a costare anche 100 dollari; la pesca industriale e commerciale, dove gli squali vengono pescati spesso e volentieri quando ancora non hanno raggiunto la maturità sessuale impedendogli di perpetuare la specie e la loro pelle viene utilizzata per realizzare arnesi, i denti per produrre armi e utensili, gli occhi per i trapianti di cornea, l’olio di fegato per medicinali e illuminazione, la cartilagine per gli integratori alimentari e le carni come cibo; la pesca sportiva, che prevede la cattura degli squali per l’utilizzo di testa, mandibole e denti come semplici cimeli e trofei da esporre; il bycatch , ovvero la cattura accidentale degli squali ad opera della pesca intensiva che ha causato l’uccisione di 1/3 degli elasmobranchi su scala mondiale; le reti fantasma e le reti antisqualo, che causano l’uccisione di moltissimi squali che vi restano impigliati e che non riescono così più a nuotare e a respirare; l’inquinamento da plastiche e microplastiche, pesticidi (come il DDT), composti chimici e metalli pesanti altamente tossici che si vanno ad accumulare nei tessuti degli organismi e lungo tutta la catena alimentare; il degrado dell’ambiente attraverso il disboscamento e la costruzione di dighe che fanno finire in mare moltissimi inquinanti e sedimenti che soffocano la vegetazione marina impedendo così alle forme viventi di svilupparsi e i cambiamenti climatici (variazioni di temperatura delle acque, correnti, pH e maree) che, su ampia scala, possono portare all’estinzione numerose specie. È possibile porre rimedio a queste minacce? Finchè lo shark finning non verrà ridotto, sarà impossibile parlare di pesca sostenibile perché questa cruenta pratica non permette di ottenere dati affidabili per la gestione dell’industria della pesca. Allo stesso tempo, intervenire sul bycatch risulta molto complicato, soprattutto per la mortalità ittica legata agli attrezzi e alle strategie di pesca: andrebbero infatti regolamentati il tempo e la profondità di pesca, modificati gli attrezzi da pesca, rispettate le regole e valutati i fattori specie-specifici, la mortalità e la sopravvivenza di una specie post-rilascio per avere un quadro più chiaro sull’impatto della pesca accidentale. Sicuramente l’istituzione di nuove Aree Marine Protette può incentivare notevolmente la ripresa delle popolazioni ittiche: i fermi pesca in determinate aree, infatti, garantirebbero il ripopolamento della fauna marina, facendo di conseguenza aumentare il pescato e riducendo così gli sforzi di pesca. Segui i temi