L'arte di ritrovarsi | Alessandro D'Avenia

L’arte di ritrovarsi

25/10/2021 02.11.00

L’arte di ritrovarsi

Chi non sceglie, non rinasce. Lo stallo della libertà è l'inazione

di  Alessandro D'Avenia | 24 ottobre 2021Beyhan Mutlu, 50 anni, passa un’allegra serata di festa nella cittadina di Inegöl in Turchia, quando torna in strada è ubriaco e si dilegua nel bosco vicino. Non vedendolo tornare i familiari avvertono la polizia che comincia a cercarlo. Si uniscono diversi volontari per battere la selva dove l’uomo s’è smarrito. Dopo averlo chiamato per ore, finalmente dalle tenebre una voce: «Sono qui!». Proviene dal gruppo di cercatori. Beyhan, in preda alla sbornia, s’era arruolato tra i volontari per cercare... se stesso.

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Questo recente fatto di cronaca rappresenta per me il percorso di ogni vita umana. Ci si smarrisce in una selva oscura, in preda a ciò che per Dante è un sonno, cioè la dimenticanza di sé in cui scivoliamo se, imprigionati da routine, infelicità o menzogna, viviamo «a nostra insaputa»: storditi, anestetizzati, spenti.

Ma noi veniamo alla luce solo quando ci cerchiamo e siamo cercati: Dante, perso nelle tenebre, inseguendo la luce trova infatti Virgilio, che è già lì, mandato da Beatrice, per guidarlo in un cammino di rinascita (nell’ultimo canto del poema, alla fine del viaggio, si paragona a un bambino che beve il latte dalla mammella materna). headtopics.com

Per ritrovarsi bisogna lasciarsi trovare, che non è rimanere inerti ma muoversi in profondità (verso sé) e ulteriorità (verso l’altro). E come si fa? L’essere umano non nasce una volta per tutte, come gli animali, autosufficienti, grazie all’istinto, già poco dopo il parto.

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Noi ci mettiamo tutta la vita a nascere, perché siamo esseri incompiuti: non abbiamo l’istinto ma il desiderio, non la necessità ma la libertà. Siamo per questo chiamati a «rinascere», che non è nascere di nuovo ma farlo sempre più intensamente (il

ri-non indica qui l’iterazione dell’azione, come inritentare, ma la sua intensità, come inrisvegliarsiPerrinascerenon si deve quindi rientrare nel grembo, ma farsi grembo, cioè accettare la vita che ci è capitata e darla alla luce ogni giorno un po’ di più. Dante dice «mi ritrovai per una selva oscura»: mi piace interpretarlo non solo come l’esserci finito quasi senza saper come, ma anche come l’aver «ritrovato» se stesso

graziealla selva.Ma che cosa vuol dire «perdere» e «ritrovare» se stessi?Perché usiamo una metafora adatta soprattutto agli oggetti? Cerchiamo di descrivere l’indescrivibile, ciò di cui non abbiamo ricordi ma una memoria incisa nella carne: il parto. Quando abbiamo perso la protezione del grembo, ci siamo sentiti perduti. Perdersi è abbandonare una calda sicurezza che alla lunga ci soffocherebbe: infatti sentiamo di dover venire alla luce, una vita più vera spinge forte in noi, anche se il passaggio è angoscioso (aggettivo che viene appunto dal latino headtopics.com

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angustus, stretto).Chi deve venire alla luce deve «perdersi», uscendo dalla strettoia, e «ritrovarsi», nascendo un po’ di più: è «più nato», viene di nuovo al mondo, nel senso che va verso la realtà in modo nuovo e felice. Ma perché tutto questo accada, a differenza del primo parto, dobbiamo sceglierlo.

Siamo tempo incarnatoe ciò che decidiamo di fare nel tempo genera in e fuori di noi più o meno vita:ri-nasceredis-nascere.L’uomo non è reattivo come gli altri animali, immersi in un continuo presente, ma attivo: scegliendo e agendo, modella il tempo e quindi se stesso, cioè si dà forma. Michelangelo levava il superfluo dal marmo per arrivare all’essenziale, e nell’arte di vivere siamo sia lo scultore sia il marmo: ri-nascere è andare verso l’opera d’arte di sé. Ma la pietra per ricevere una «forma» deve essere «fragile» (da

frangibile, che si può spezzare) e lo scultore coraggioso, e questo ha un prezzo: fragilità e mancanza di forma provocano angoscia. Così a volte preferiamo restare informi, senza libertà, pur di non sentire la paura di non essere abbastanza: il conformismo si nutre di questa paura, ci toglie la sana inquietudine della nascita.

Ma evitando i dolori di parto della scelta, rinunciamo a venire alla luce e al mondo, a una vita più vera, «più nata».Vedo ragazzi «nati poco», perché non scelgono, come se decidere significasse solo perdere marmo, e non liberarsi come cercano di fare i Prigioni michelangioleschi. Agostino scrive: «Chi ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te», per lui la libertà umana è limite persino per Dio. Chi non sceglie, come un bambino che non sa rinunciare a nulla, non si salva, non rinasce. Lo stallo della libertà è mancanza d’azione: alleniamo i ragazzi a «esercitare» la libertà o scegliamo per loro? Che cosa gli affidiamo perché ne siano creativamente responsabili? Solo facendoli scegliere provochiamo l’incontro con se stessi in cui, nonostante il dolore, provano gioia a partorirsi, scolpendo il blocco informe e nascendo un po’ più opera d’arte, come l’uomo ritrovato nel bosco, perché «cercato» e «cercante» al tempo stesso: headtopics.com

«Sono qui» significa infatti «Sono vivo, sono rinato».24 ottobre 2021, 22:29 - modifica il 24 ottobre 2021 | 22:30

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