Vitiligine

Kasia Smutniak: «La vitiligine mi ha fatto scoprire me stessa» - VanityFair.it

La malattia, la ricerca vana della guarigione che diventa, però, un viaggio interiore. Kasia Smutniak si sta trasformando in una donna che le somiglia sempre di più. «Io non ho paura dei miei 40 anni. Voi sì?»

26/06/2020 00.01.00
Vitiligine

La malattia, la ricerca vana della guarigione che diventa, però, un viaggio interiore. Kasia Smutniak si sta trasformando in una donna che le somiglia sempre di più. «Io non ho paura dei miei 40 anni. Voi sì?» Vitiligine

La malattia, la ricerca vana della guarigione che diventa, però, un viaggio interiore. Kasia Smutniak si sta trasformando in una donna che le somiglia sempre di più. «Io non ho paura dei miei 40 anni. Voi sì?»

Vanity Fair, in cui Kasia Smutniak parla del suo percorso di accettazione della malattia.«Prenda quella palma, per esempio. Io la guardo e penso: che strano, una palma a Roma. Vivo qui da anni: dovrei essermi abituata al fatto che questa è una latitudine a cui possono crescere piante esotiche, ma non è così. Anche lo stupore per un albero può farti sentire straniera». Non fa per niente caldo, ma Kasia Smutniak – in camicia – ha aperto la finestra rivelando uno scorcio di panorama su cui appoggia gli occhi, le sue teorie e alcuni silenzi che non ha nessuna fretta di riempire.

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Si parlava del senso di appartenenza, quella sensazione che, tra le altre cose, non ti fa stranire per la vegetazione di un luogo, una cosa – una delle tante – con cui Smutniak ha fatto pace nel 2019 durante il quale ha compiuto 40 anni, si è sposata e ha accettato «sì, soprattutto questo: ho accettato» molte cose.

Dopo averla vista su Sky inDiavoli, thriller ambientato nel mondo della finanza e tratto dal romanzo di Guido Maria Brera in cui Smutniak interpreta la moglie di Patrick Dempsey («È così bravo che ogni tanto lo guardavo e gli dicevo: non so più chi sei»), sarà poi in headtopics.com

Domina, una serie tv originale di Sky in 10 puntate che racconta la Roma dell’imperatore Augusto da un punto di vista inedito, quello femminile. «Io sono Livia Drusilla, la prima vera femminista della storia, una donna che amo tantissimo. Se da piccola avessi sognato di fare l’attrice – e non l’ho sognato – avrei voluto un set così: Cinecittà, i costumi, Ave Cesare! Proprio come i kolossal di una volta».

Tra un progetto e l’altro c’è stato il tentativo di prendersi un anno sabbatico, lontana dalle scene. «Tentativo miseramente fallito», dice.Fare niente è davvero così impossibile?«Ho capito che per rispettare il sabbatico sarei dovuta sparire dalla faccia della Terra, o almeno nascondermi. Ma io lo volevo passare a casa mia, a occuparmi di tutte le cose che mi piacciono, nessuna delle quali ha a che fare con il mio lavoro. L’unico impegno con me stessa che sono riuscita a rispettare è stato di stare lontana, per un anno intero, dal set. E non mi è mancato per niente, perché il set sostanzialmente è: svegliarsi alle 5 di mattina, bere tanti caffè, fumare tante sigarette, prendere freddo, oppure caldo, imparare a memoria, ridere, piangere, tornare a casa tardi e sfranta, ricominciare il giorno dopo, e quello dopo ancora. E ancora, e ancora».

Non sembra bellissimo, detto così.«No, ma qualche volta invece lo è, mannaggia. Non lo è mai, invece, il circo che viene dopo la fine di un film».Quando ha fatto pace con la palma?«Quando il non sentirmi a casa da nessuna parte ha smesso di essere una sensazione che mi fa soffrire. Quando non mi sono più sentita sbagliata. Succedeva, soprattutto quando tornavo in Polonia e cercavo un Paese che non esisteva più, se non nei miei ricordi di esule. Ho da poco capito che mi sento a casa in tanti posti, soprattutto quelli in cui posso essere me stessa, in cui comprendo le cose che vedo. Una sensazione che ho dappertutto in Europa, forse perché sono cresciuta mentre l’Europa si costruiva, e tutti ci sentivamo un po’ più vicini. Essere vicini, per noi che venivamo da oltre il muro, era una sensazione bellissima. Noi che facevamo sempre fatica ad avere il passaporto, noi che, quando arrivavamo in un altro Paese, finivamo, alla frontiera, sempre nella fila degli sfigati, quelli a cui chiedevano: quanti soldi hai, fammeli vedere. Apprezzi veramente la libertà solo quando sai che cosa voglia dire non averla completamente. Sarebbe utile ricordarlo di questi tempi».

Libertà è una parola che sembra piacerle parecchio.«È un’idea a cui cerco di essere fedele in tanti aspetti della mia vita e del mio mestiere. Sta insieme alla parola verità che, per me, è altrettanto importante. Ed è un percorso, questo della verità, che sto cercando di fare anche con la mia immagine. Con il mio corpo ci lavoro da quando avevo 15 anni, prima come modella, poi come attrice. Nel tempo sono cambiata io, e sono cambiate le cose fuori da me: nuove aspettative, nuovi standard. Ho cercato di non farmi travolgere, di guardarmi dall’esterno e, a un certo punto, ho sentito il bisogno di proteggere chi ero. Molti volevano fermare la mia immagine a quella dei miei vent’anni, ma io intanto avevo fatto molta strada, non ero più quella ragazza ed era giusto rivendicare il mio cambiamento. Io ho 40 anni e sto meglio di 20 anni fa, ma anche di 10 e di 5. I miei 40 anni mi permettono di essere un donna e di essere trattata come tale, con la mia storia. Quando i giornali mi fanno le foto chiedo che non vengano ritoccate; e mentre qualcuno rispetta la mia scelta, altri mi rispondono: allora abbiamo un problema. Mi chiedo se il problema sia mio che sono un mostro, oppure loro che non vogliono pubblicare un po’ di verità». headtopics.com

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E come finisce di solito?«Che mi dicono: dai, ritocchiamo qualcosina. Il ritocco non è più fatto per la persona, ma per un’idea di immagine: non importa se sei d’accordo oppure no. Quando, tra 50 anni, dovranno rappresentare questi tempi con delle foto, sceglieranno un tramonto, un cappuccino, un po’ di guerra e una donna ritoccata».

L’imperfezione fa così paura?«Ti spinge a pensare: è molto più rassicurante un’immagine che tiene fermo il cervello. Sui social una foto bruttina ti rovina lo scroll spensierato. Io invece credo che la forza e la bellezza stiano nella verità e nella diversità, e che un’immagine rassicurante non restituisca nulla. Essere rassicurati è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno; dovremmo spiegarlo anche ai nostri figli, dirgli di pensare con le loro teste. Stiamo parlando di un argomento di cui dovrebbe essere ridicolo parlare. E invece, purtroppo non lo è».

Lei ha deciso, sui suoi social, di mostrare anche la vitiligine.«Anche quello è stato un percorso, lungo e con dei risvolti anche divertenti. Mi è comparsa per la prima volta 7 anni fa, e all’inizio non l’ho presa per niente bene. È una malattia autoimmune che ha una fortissima componente psicosomatica. E così mi sono detta: posso combatterla con la volontà. Ma intanto mi creava tantissima insicurezza: mi truccavo le mani con il fondotinta anche solo per portare mio figlio all’asilo. Per guarire ho provato di tutto: prima sono andata dai medici e poi sono finita dai santoni».

Che genere di santoni?«Ogni genere. Da quello che mi ha ricevuto nella sua casa nel bosco e, quando mi ha aperto la porta, ho visto che era coperto di vitiligine; a quello che invece di chiedermi come stavo mi ha messo in mano il dvd diPerfetti sconosciuti headtopics.com

da autografare. A un certo punto mi sono ritrovata nel deserto marocchino con uno che mi bruciava conchiglie in faccia. Poi mi ha dato del pelo di una pecora santa da portare a casa e seppellire. Ho fatto anche quello. Quando, due giorni dopo, ho trovato tutta la terra smossa, il pelo dissotterrato, e ho capito che erano stati i cinghiali mi sono detta: adesso però basta».

Nessuna di queste cose è servita?«Alla vitiligine no, ma a me sì. Innanzitutto perché ho conosciuto tantissime persone che, come me e spesso per malattie ben più gravi, inseguivano la speranza della guarigione e sono stati tutti incontri molto belli. Alcuni, ho saputo poi, sono anche guariti. La differenza tra me e loro è che loro credevano alle cose che facevano, io no. Un’altra cosa buona che mi ha portato questa vitiligine è che, se non mi fosse venuta, non avrei mai dedicato tanto tempo a me stessa. È stato un viaggio dentro di me, in cui ogni incontro mi ha aiutata a fare un passo in più. L’incontro più importante è stato con un santone nepalese che non mi ha guarita, ma mi ha dato una bella interpretazione della malattia. Mi ha detto: tu sei un serpente, stai cambiando la pelle».

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È stato lì che ha accettato?«No, l’accettazione è arrivata un giorno all’inizio dell’estate. Improvvisamente mi sono visualizzata: ero in una strada, parlavo, avevo le braccia libere, non nascoste. Mi è piaciuta quell’immagine, macchie bianche comprese: ci ho visto della bellezza. Fino ad allora, ogni volta che visualizzavo me stessa, non vedevo mai le macchie. Da quel giorno le vedo e credo che non sarei più in grado di immaginarmi senza. Le mie macchie sono parte di me: da quando le ho accettate non ci faccio nemmeno più caso. L’unica seccatura della malattia è non poter prendere il sole, ma in compenso mi è venuta una pelle bellissima».

Che reazioni ci sono state quando ha messo la foto con le macchie su Instagram?«Ero un po’ emozionata prima di farlo. Poi sa che cosa è successo quando l’ho pubblicata? Assolutamente niente. Sa quante persone mi hanno telefonato? Nessuno. Zero. Che grandissima lezione per me».

Però sotto il suo post ci sono tantissimi commenti positivi.«Sì, è una cosa bella, questa. Alcuni sono di persone che hanno la mia stessa malattia. A me sarebbe piaciuto, anni fa, incontrare qualcuno come me adesso, qualcuno che mi dicesse: non avere paura, va bene così».

In questo anno così importante si è anche sposata.«Un’altra tappa del mio cammino. Non mi piace definire il mio matrimonio “il grande passo” perché non è una definizione giusta per la storia tra me e Domenico, ma lo stesso, devo ammettere, sento che sposarci ha cambiato qualcosa. Mi piace forse quest’idea di appartenenza sociale, mi piace – e non l’avrei mai detto – la parola moglie. È un po’ come dottoressa, professoressa. Quando la sento, e parlano di me, divento contenta, dentro».

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