Il paradosso della fiducia e la sfida tra due visioni antiche (ma sempre attuali) dell’economia di mercato

Il paradosso della fiducia e la sfida tra due visioni antiche (ma sempre attuali) dell’economia di mercato

07/06/2020 13.10.00

Il paradosso della fiducia e la sfida tra due visioni antiche (ma sempre attuali) dell’economia di mercato

Il legame della fiducia permette il progresso della società, ma questo rende i suoi membri più razionali: così lo sviluppo erode il fattore che lo rende possibile e di cui ha continuamente bisogno

Lo sviluppo della società porta a minare le stesse fondamenta su cui esso si basa. Abbiamo da tempo imboccato questa strada se il 61% degli italiani è convinto che il capitalismo di oggi sia un fattore negativo su scala globale e l'87% teme di perdere il lavoro nel prossimo futuro. Non proprio le condizioni ideali per sviluppare quel senso di fiducia interpersonale e istituzionale di cui le società avanzate hanno estrema necessità per funzionare in maniera efficiente. Questo modello di sviluppo consuma fiducia e questo mette in crisi lo sviluppo stesso, perché la fiducia è un complemento indispensabile delle società di mercato. Contratti, regole, scambi e transazioni, progettati appositamente per poter fare a meno della fiducia reciproca tra le parti, senza questa, infatti, diventano insicuri, eccessivamente costosi ed inefficienti.

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Interdipendenza e cooperazioneMentre cerchiamo disperatamente di poterne fare a meno, la fiducia diventa sempre più necessaria e quindi preziosa. La prima ragione sta nell'elevato grado di interdipendenza che caratterizza ormai tutte le nostre società. La necessità di comportamenti cooperativi, in molti ambiti della vita sociale, economica, finanziaria, scientifica e anche sanitaria, come la pandemia sta plasticamente mostrando, diventa, quindi, via via più pressante. La stessa divisione del lavoro che caratterizza le nostre organizzazioni economiche, benché fonte di progresso e di crescita, produce un aumento della vulnerabilità dei singoli rispetto alle decisioni e alle responsabilità di altri. Gli italiani sono i primi al mondo nella classifica di coloro che hanno paura di perdere il proprio posto di lavoro a causa dei processi di de-localizzazione, della recessione imminente e delle trasformazioni legate alla “gig economy” e alla sua intrinseca insicurezza. L'83% dei nostri connazionali vive con questa angoscia.

La modernità porta con sé nuove minacce e nuovi rischi che essa stessa ha contribuito a far emergere. La tecnologia rende la vita più semplice, per alcuni versi, ma anche meno intelligibile, producendo, contemporaneamente, una quantità di effetti secondari imprevisti e indesiderati. Il 67% degli italiani è convinta che il cambiamento tecnologico stia avvenendo ad un ritmo eccessivamente elevato e l'80% teme che i governi non comprendano appieno le implicazioni di questi cambiamenti e che non riusciranno, quindi, a regolamentarli efficacemente. L'ambiente sociale che si viene, così, a determinare, da una parte, presenta un accresciuto numero di opportunità, ma, dall'altra, anche queste nuove opportunità rendono i comportamenti e le scelte di chi ci circonda meno prevedibili. headtopics.com

Con la crescita dimensionale delle organizzazioni, così come delle città, si osserva un'accentuazione del senso di anonimato e di impersonalità di tutte quelle relazioni interumane che continuano, nonostante tutto, ad essere elemento essenziale e determinante per la qualità della vita di ciascuno di noi. Grazie alla globalizzazione e alla facilità di movimento si diffondono e si rendono disponibili nuove visioni, nuove abitudini, nuovi modi di intendere la vita, così come nuovi interlocutori. I massicci flussi migratori che interessano il Nord del mondo ci portano necessariamente ad interagire in maniera diretta con stili di vita nuovi, vicini e ad un tempo ancora lontani. Tutti questi fattori che caratterizzano il passaggio alla postmodernità delle nostre società occidentali appaiono connessi, in un modo o nell'altro, al problema della fiducia.

Dal tempo del “confidare” a quello del “fidarsi”Stiamo attraversando un ponte che ci porterà dal tempo del “confidare” a quello del “fidarsi”, per usare le categorie di Georg Simmel. Mentre il confidare si fonda su una “forma di conoscenza”, di comprensione, di competenza e di prevedibilità, il fidarsi implica ciò che egli considera un “elemento di fede socio-psicologica, quasi-religiosa” (“Filosofia del denaro”, Utet, 1984). Un salto nell'ignoto, nell'imprevisto e nell'imprevedibile. Così matura un sentimento generalizzato di incertezza e un'ancor più evidente impossibilità di controllo sulle azioni altrui e, quindi, sul nostro destino.

Su questo terreno modernissimo di trasformazione sociale ed economica e sulla sua interpretazione si gioca uno scontro, iniziato più di due secoli fa, tra due nobili tradizioni di pensiero: quella dell'illuminismo scozzese di David Hume e Adam Smith, da una parte, e dall'altra, quella dell'economia civile e mediterranea di Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Giacinto Dragonetti e molti altri.

Quale rapporto sussiste tra l'avanzamento di una società mercantile e la diffusione della fiducia interpersonale e istituzionale? Questa è la domanda centrale per entrambe le tradizioni. Smith era convinto che “Ogni volta che il commercio viene introdotto in una nazione la probità e la puntualità sempre lo accompagnano – così scrive ne “La Ricchezza delle Nazioni”, e continua - queste virtù sono pressoché sconosciute in una società ineducata e barbara. Uno dei popoli europei, gli Olandesi, quelli, tra tutti, maggiormente dediti al commercio, sono anche quelli che hanno la parola più affidabile”. headtopics.com

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Self-interest e reputazioneE la faccenda, spiega Smith, non è legata al carattere nazionale, ma piuttosto ad una questione di interesse personale (self-interest). Infatti, tanto meno è diffuso il commercio e gli scambi, tanto più, in quelle occasioni rare e sparse in cui si potranno fare affari, si presenterà come conveniente l'occasione di imbrogliare. Ma se gli scambi sono frequenti e ripetuti, allora sarà nell'interesse di ciascuno mantenere regole di onestà ed affidabilità, per non perdere l'opportunità di poter continuare a commerciare nel futuro.

Smith vede la fiducia come una questione di reputazione e quest'ultima avrà valore tanto maggiore quanto più sarà diffuso e ampio il mercato. Ecco che la fiducia, nella visione degli scozzesi, appare come una virtù frutto dell'avanzamento della società mercantile, non una precondizione, ma una sua conseguenza. Su questo punto, il disaccordo con gli illuministi mediterranei non può essere maggiore. Nonostante la concordanza di visioni circa il ruolo positivo del mercato e la sua funzione emancipatoria e perfino sul ruolo centrale della fiducia per il suo buon funzionamento, le ragioni di disaccordo, su questo punto specifico, prevalgono. Gaetano Filangeri, per esempio, è convinto, come Smith, che “La confidenza è l'anima del commercio [e che] senza di essa tutte le parti che compongono il suo edificio, crollano da sé medesime”, ma, sia lui che Genovesi, arrivano a questa conclusione partendo da assunzioni antropologiche del tutto differenti rispetto a quelle degli scozzesi. Non siamo, infatti, mossi solamente dal self-interest, che Genovesi chiama “forza concentriva”, ma anche dall'amore per la specie, dalla “forza diffusiva”, che ci rende impossibile essere felici da soli. Un punto che anche Smith aveva sottolineato nella sua “Teoria dei Sentimenti Morali”, ma che poi abbandona quando inizia ad occuparsi di problemi economici.

Fede pubblica precondizione del commercioIl commercio è fonte di vantaggio reciproco e quindi la sua diffusione va ricercata e favorita. Si pone quindi il problema di capire quali fattori facilitino lo sviluppo di una cultura e di istituzioni orientate al commercio. Genovesi è convinto che il singolo fattore più importante, in questo senso, sia proprio la fiducia, che egli definisce “fede pubblica”. “Niente è più necessario a una grande e pronta circolazione, quanto la fede pubblica – scrive Genovesi nelle “Lezioni di Economia Civile” - che rappresenta per i corpi civili ciò che la legge di gravità rappresenta per i corpi naturali (…) La prima molla motrice delle arti, dell'opulenza, delle felicità di ogni nazione, è il buon costume e la virtù”. Ecco che la fiducia, per i mediterranei, non è tanto l'effetto collaterale dello sviluppo di una società mercantile, ma la sua stessa pre-condizione, elemento senza il quale nessun commercio è possibile, nessuna accumulazione, nessuna ricchezza “perché dove non è fede, ivi non è né certezza di contratti, né forza nessuna di leggi, né confidenza d'uomo a uomo. Perché i contratti son legami, e le leggi civili, patti e contratti pubblici anch'esse”.

Da una parte Smith è convinto che la giustizia nell'amministrazione delle leggi e l'efficienza nel funzionamento dei mercati possano essere imposte dall'alto, attraverso istituzioni ben funzionati, dall'altra, Genovesi è convinto che queste non possano essere imposte, ma debbano trovare, prima di tutto, un'adesione, una “apprensione e un assenso” - per usare la terminologia del cardinale Newman - che parta dal basso. Per questo, la fiducia non la si può distribuire a pioggia, né darla per scontata, ma occorre, piuttosto, coltivarla, con determinazione e pazienza. headtopics.com

Sembra che la storia dell'evoluzione del capitalismo contemporaneo, da questo punto di vista, abbia preso le parti dei mediterranei più che quella degli scozzesi. I dati mostrano come sfiducia, preoccupazione e insicurezza siano i sentimenti prevalenti, a livello globale, rispetto agli esiti del nostro modello economico che, come anticipato da Hollis, sembra procedere distruggendo quello stesso bene di cui più ha bisogno per prosperare.

Coltivare le virtù per avere la pubblica felicitàSe dunque la fiducia è indispensabile per la ricchezza e lo sviluppo delle nazioni e per la pubblica felicità dei loro cittadini, ma viene continuamente consumata nel processo stesso di sviluppo, come dovremmo agire per limitare o invertire, possibilmente, questo circolo vizioso? Coltivando le virtù e la fiducia pubblica, prima di tutto, risponde Genovesi. Non è un caso che egli fu anche un riformatore ed un educatore. Fu il primo intellettuale a scegliere di insegnare in italiano, in un tempo in cui la lingua ufficiale dei dotti era ancora il latino, per farsi capire da tutti e non solo da un piccolo gruppo di privilegiati, convinto com'era che cultura e civiltà fossero precondizioni per sviluppo e felicità. Per capire quanto questa posizione fosse rivoluzionaria per l'epoca, basta citare quanto scriveva Giacomo Raccioppi nella sua biografia di Genovesi: “di istruzione elementare al popolo [in quel tempo] non esisteva germe: le facevano anzi ostacolo al nascere i pregiudizii e l'astio delle classi alte, la miseria del popolo, l'opinion pubblica stessa, che premeva immobili sull'antico solco così le classi sociali come le famiglie”.

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Puntare sulle donne per “cambiare le direzioni del costume”Le prime riforme dell'istruzione, a questo proposito, si attuano nel Regno di Napoli, sotto la supervisione di Giacinto Dragonetti, brillante giurista e allievo di Genovesi. Il “Discorso sul vero fine delle lettere e delle scienze”, di quest'ultimo, rappresentò, per l'epoca, un vero programma di riforme pedagogiche e culturali, con al centro l'insegnamento elementare e gratuito per tutto il popolo e non solo per un ceto. Un insegnamento fortemente orientato al “vero e sodo bene pubblico”. Il Genovesi economista, comprende l'importanza della coltivazione delle virtù per lo sviluppo economico, oltre che sociale, e diventa pedagogo e riformatore. E siccome le virtù nascono dal vero, la strada privilegiata per coltivarle è quella di dare ai giovani una educazione fondata sulla ragione e sulla scienza più avanzata; il tutto con una attenzione particolare al ruolo delle donne. Queste, infatti, “possono più che ogni altra cosa cambiare le direzioni del costume; ma la legislazione dovrebbe aver cura della lor educazione”.

Può sorgere perfino il sospetto che queste lezioni siano valide ancora oggi. I dati italiani, da questo punto di vista, lo sappiamo, non sono affatto incoraggianti: siamo indietro rispetto alla gran parte dei paesi Ocse, per numero di laureati, per il livello di abbandono scolastico e per l'incidenza dei Neet, soprattutto nelle regioni del Sud, ma anche per il livello di competenze linguistiche e logico-matematiche raggiunto dai nostri giovani rispetto a quelli dei coetanei degli altri paesi avanzati. Certamente si può e si deve fare meglio, tanto più se consideriamo che l'investimento in istruzione è investimento in civiltà, fiducia e, come abbiamo visto, sviluppo economico.

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