Il mondo che ci manca: Stefano Ghisolfi, «in Norvegia per la via più difficile» - VanityFair.it

Il campione italiano di arrampicata ci ha raccontato il suo viaggio alla conquista di uno dei percorsi più sfidanti al mondo

05/04/2021 20.01.00

Il campione italiano di arrampicata ci ha raccontato il suo viaggio alla conquista di uno dei percorsi più sfidanti al mondo

Il campione italiano di arrampicata ci ha raccontato il suo viaggio in Norvegia alla conquista di uno dei percorsi più sfidanti al mondo

Ghisolfi e la compagna hanno così attraversato verso nord mezza Norvegia. «Il percorso era fatto di stradine con il limite degli 80 chilometri orari e costellate di cartelli che mettono in guardia dalla possibilità diattraversamento da parte degli alci

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; ne abbiamo incontrati parecchi lungo la strada. Ma una volta arrivati ilpanorama era mozzafiato: enormi insenature che sembrano cingere laghi (ma in realtà si tratta di mare), una serie di sentieri fra immense distese di alberi, e l’occhio che corre lontanissimo verso l’orizzonte che si staglia sull’oceano».

Si sistemano in uncampeggiofrequentato quasi esclusivamente da scalatori, poiché situato nei pressi di una caverna culto per chi ama questo sport.«Non c’era molto altro da fare, ma noi eravamo lì per arrampicare. Il 99% di chi ci va, è lì per scalare nella grotta. Il campeggio si trova di fatto in mezzo ai fiordi, a pochi metri dal mare. Abbiamo alternato giorni di scalata a giorni di riposo. Ci svegliavamo presto alla mattina, facevamo colazione e poi avevamo mezz’ora di cammino. Anche per gli scalatori, che sono abituati a pareti molto alte, questa caverna sembra subito immensa: è la più grande che io abbia mai visto. Quando sei al suo interno vedi ciò che sta fuori incorniciato dalle sue pareti rocciose. Scalavamo per diverse ore al giorno perché per fortuna a quella latitudine c’è luce fino a molto tardi». headtopics.com

Nel corso di queste settimane Ghisolfi e la compagna hanno avuto modo anche di visitare alcune città norvegesi e di vedereuna delle «attrazioni» più stupefacenti della Norvegia. «Durante il nostro soggiorno abbiamo scoperto due città norvegesi, Bergen e Trondheim. E sia qui sia nel campeggio ci siamo ricreduti sui norvegesi; molti sono convinti che i popoli scandinavi siano un po’ introversi, ma per quello che abbiamo sperimentato noi, li abbiamo trovati molto socievoli. Alcuni ragazzi norvegesi conosciuti all’interno della grotta si sono anche resi disponibili per aiutarci a produrre alcuni video della mia scalata. Una sera insieme a loro siamo riusciti a vedere l’

aurora borealedal campeggio; ci hanno spiegato che Flatanger è uno dei posti più a sud in cui è possibile vederla. Per loro, che sono originari delle zone più settentrionali della Norvegia, in estate è normale assistere quasi quotidianamente a quello spettacolo, ma per noi era la prima volta ed è stato davvero sorprendente».

«Generalmente gli scalatori, qualsiasi sia il loro livello, sono molto appassionati del loro sport. Quindifacciamo solo viaggi in luoghi dove si può scalaree quando abbiamo un periodo di vacanza decidiamo prima di tutto dove andare a scalare. E anche quando andiamo in vacanza per altri motivi poi buttiamo un occhio per capire se nei dintorni c’è qualche parete interessante».

Così, Google Maps alla mano, si cercano le vie più belle.«I fattori che rendono bella una via sono molti. Nel caso di Flatanger era principalmente la sua difficoltà: ce ne sono quattro in tutto il mondo a questo livello. Di solito è la sfida che ti spinge a scegliere un posto per scalare: non deve essere impossibile per le tue capacità ma neanche troppo facile. Per altri è più importante il contesto in cui si trova una via; ma anche da questo punto di vista Flatanger è fantastico». headtopics.com

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«Siamo partiti a inizio agosto poi a metà settembre siamo tornati in Italia perché c’era il campionato italiano di arrampicata, che ho vinto; ma il giorno successivo siamo ripartiti perché non ero ancora riuscito a concludereChange

. Una cosa un po’ da pazzi: in una settimana abbiamo fatto 6mila chilometri di strada, ma ne è valsa la pena perché nel secondo soggiorno sono riuscito a concludere la via arrivando alla catena che ne indica la fine. Non è stato per nulla semplice perché a parte essere molto dura da un punto di vista fisico, è molto lunga rispetto alla media».

E Ghisolfi quando deve spiegare cosa si prova a stare a quelle altezze, a cui ormai è un po’ abituato, conclude spiegandoci che«quando sei in cima provi la sensazione del vuoto e il tuo sguardo arriva molto lontano, oltre agli alberi.Hai una visione più ampia del mondo che ti circonda

».LEGGI ANCHEIl mondo che ci manca: Chef Rubio in Iran, «dove l’ospite è amico di Dio»LEGGI ANCHEIl mondo che ci manca: Nicola Pagano, «In viaggio con gli aborigeni, per imparare cosa vuol dire esistere»LEGGI ANCHEIl mondo che ci manca: Achille Mauri, «In Dahomey, tra cerimonie vodoo e gnomi per conoscere il mondo invisibile» headtopics.com

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