Il confessionale laico di Ekaterinburg

Il confessionale laico di Ekaterinburg

05/11/2019 13.50.00

Il confessionale laico di Ekaterinburg

Prodotta da un’azienda storica italiana, è protagonista alla Biennale d’arte degli Urali: la macchina per fototessere racconta senza filtri chi siamo

IL 11605.11.2019Visitatori si fanno la foto dentro la cabina Dedem alla quinta Biennale d’arte degli Urali, in programma fino all’1 dicembre a Ekaterinburg, in RussiaHa quasi cent’anni, è prodotta da un’azienda leader italiana e a vederla usare in questi giorni, alla Biennale d’arte degli Urali, sembra ancora una scatola magica. La macchina automatica per fototessere rimane il confessionale laico che racconta senza filtri chi siamo (e come siamo diventati)

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Presenza anonima da arredo urbano. A guardarla sul fondo di una sala spoglia, al quinto piano della fabbrica Optical Mechanical Plant (produce lenti industriali) alla periferia di Ekaterinburg, quarta città russa e sede fino all’1 dicembre della Biennale d’arte degli Urali, non si direbbe essere la scatola magica che invece è. A dispetto della sua essenzialità, la cabina automatica per fototessere, infatti, è ancora il confessionale laico in cui raccontiamo senza filtri chi siamo – e siamo diventati – in un mosaico che fotografa la società che corre dietro la tendina lunga solo a metà. C’è chi fa le smorfie, chi in due si dà un bacio, chi si mette in posa come nelle 6mila strisce attaccate al muro dai visitatori della Biennale di Venezia nel lontano 1972 sotto la scritta «Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio».

Felice intuizione di Franco Vaccari, artista concettuale classe 1936, che per primo decise di allestire in un museo una Photomatic («A pagamento, per rendere l’arte più reale») in cui «c’erano già tutti gli elementi dell’avvento dei selfie: l’assenza del fotografo, l’automazione e l’importanza del singolo», come racconta l’autore che al telefono si commuove quando viene a sapere che la sua “Esposizione in tempo reale” più riuscita conserva intatto il suo potere artistico e seduttivo, a distanza di quasi cinquant’anni e tre fusi orari. A Ekaterinburg infatti una cabina simile a quella che Vaccari prese in affitto dall’azienda leader italiana Dedem («Davanti a un sospettoso responsabile commerciale») in questi giorni immortala per lo più ragazzi, di professione artisti. Come Julia Sharkina che sul canale “My Generation Ural” di Telegram mette in contatto persone di talento («In questa regione convivono più di 200 nazionalità. Siamo meticci: è questo il bello!»). O Dmitry Moskvin, attivista civile e organizzatore di headtopics.com

urban tournella capitale dell’Architettura Costruttivista (bisogna pur darsi un’identità cittadina) che, tra un picchetto e una manifestazione per salvare un giardino pubblico dall’edilizia privata, assicura: «Non è male essere giovani in una città che conta più di 25

high school, importanti istituzioni culturali e nuovi progetti architettonici», come la Filarmonica, ancora da costruire, firmata Zaha Hadid Architects.«L’impressione è che per questi ragazzi l’arte sia ancora una forte emozione mentre per noi è diventata un’abitudine», sintetizza Vaccari che, come per la Photomatic, riesce nell’identikit di chi concorre al successo della sua opera in divenire. Un successo che in realtà accompagna la cabina delle istantanee fin dagli esordi. Da quando, dopo il primo brevetto americano datato 1888 (i primi a dotarsene sono manicomi e stazioni di polizia), un geniale Anatol Yosefo nato in Siberia nel 1894 dopo la Rivoluzione russa emigra in cerca di fortuna a New York. Con una colletta esorbitante di 11mila dollari, raccolta tra gli amici, progetta il dispositivo automatico così come lo conosciamo. Nel 1925 posiziona la prima cabina a Broadway tra la 51esima e la 52esima strada. Otto minuti di attesa e 25

centsper scatti realizzati senza il fotografo.Dopo sei mesi la coda di clienti supera quota 7.500 e due anni dopo Yosefo vende la sua invenzione per un milione di dollari. La cabina delle meraviglie approda poi a Parigi sugli Champs-Élysées, conquistando artisti (e poi anche il cinema e la pubblicità): da René Magritte, che in una delle sue provocazioni posa mentre stringe il collo alla moglie Georgette, fino ad Andy Warhol, che nel 1963 porta la gallerista Ethel Scull in una cabina di Times Square (300 scatti in bianco e nero poi assemblati su un’unica grande tela a colori). L’anno precedente la cabina per fototessere Dedem era comparsa per la prima volta in Italia, a Roma alla Galleria Colonna di via del Corso. Cento lire per quattro fotogrammi, il costo di 4 caffè.

A più di mezzo secolo di distanza e oltre 10 milioni di foto scattate all’anno (dagli ’80 anche in formato documenti) quelle strisce raccontano la mutazione antropologica dell’Italia, dalla leggerezza del boom economico alla libertà di non aderire a un sempre più pressante modello unico di bellezza: occhi grandi simil-manga, zigomi pro Instagram, il tabù della vecchiaia. In risposta a «un volto perfetto che non lascia spazio all’imprevisto e all’unicità», come recita uno dei punti del nuovo progetto “Volto Manifesto” dell’attivista Lorella Zanardo (dal 7 al 10 novembre a Milano, Festival della Peste! Fondazione Il Lazzaretto), nella «vera rivoluzione di accettare il nostro volto per quello che è», un baluardo di resistenza sta anche nel tirare la tenda e regolare lo sgabello, in attesa dello scatto – almeno quello – non più a tradimento. headtopics.com

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