Hakim Abdul Salim: diario della mia Odissea

Un anno di viaggio per raggiungere il nostro Paese. Bevendo dalle pozzanghere, sfuggendo ai trafficanti d’organi. Quando è arrivato, Hakim Abdul Salim aveva 13 anni. Ora lavora per l’Onu e pensa ai ragazzini del suo Afghanistan: «Quale futuro li attende?»

08/12/2021 02.02.00

Un anno di viaggio per raggiungere il nostro Paese. Bevendo dalle pozzanghere, sfuggendo ai trafficanti d’organi. Quando è arrivato, Hakim Abdul Salim aveva 13 anni. Ora lavora per l’Onu e pensa ai ragazzini del suo Afghanistan: «Quale futuro li attende?»

Un anno di viaggio per raggiungere il nostro Paese. Bevendo dalle pozzanghere, sfuggendo ai trafficanti d’organi. Quando è arrivato, Hakim Abdul Salim aveva 13 anni. Ora lavora per l’Onu e pensa ai ragazzini del suo Afghanistan: «Quale futuro li attende?»

Questo articolo è pubblicato sul numero 48 di Vanity Fair in edicola fino al 30 novembre 2021I profumi chiamano il ricordo. L’aria di montagna, la legna che brucia, il riso al vapore: se li sentissi tutti insieme, saprei di essere in Afghanistan».

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Hakim Abdul Salim, 30 anni, ha una parlata morbida, avvolgente, in contrasto con gli occhi neri, concentrati, che non ti abbandonano per un secondo.Ci si trova così scissi tra la sua voce rassicurante e l’orrore che lentamente cresce quando il suo racconto vira sul suo Paese dilaniato a fine anni ’90

, sul viaggio a piedi che lo ha portato solo e bambino in Europa, sul dolore di una giovinezza di solitaria necessità, e un presente diviso tra la preoccupazione per i suoi cari nuovamente in balìa dei Talebani e una cittadinanza ancora negata. headtopics.com

Hakim è nato a Baghlan, nel Nord dell’Afghanistan, antica roccaforte del Leone del Panshir, il generale Massoud, pilastro della resistenza contro i talebani e i loro alleati di Al-Qaeda. Massoud è stato ucciso vent’anni fa, nel 2001, non a caso tre giorni prima dell’attentato alle Torri gemelle di New York. La morte dell’eroe, l’ascesa della «milizia degli studenti» e la successiva invasione americana decidono il futuro del piccolo Hakim: «Studiavo sotto le tende dell’Unicef. I quaderni, il campo scuola, tutto aveva il logo delle Nazioni Unite. Ero bravo, mi piaceva davvero studiare. Ogni tanto penso che sia incredibile che io lavori proprio per quella organizzazione, oggi».

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Capelli disciplinati, camicia bianca e completo scuro, del bambino arruffato che studiava sui quaderni azzurri ora resta poco: una laurea e un master alle spalle, Hakim lavora a Torino come consulente dell’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia dell’Onu. «La mia sezione si occupa proprio di immigrazione, facciamo corsi di formazione per enti, organizzazioni internazionali, sindacati. E se una briciola di quanto faccio potrà contribuire a migliorare la vita di una badante immigrata nel Golfo, be’, sarebbe straordinario».

«Ci nascondiamo tra la frutta e la verdura. I soldati turchi, per scoprirci, infilzano la merce consbarre di ferro appuntite»Hakim il suo Afghanistan lo ha lasciato nel 2004, a 13 anni, per un viaggio durato oltre un anno. La famiglia aveva un negozio di fiori che si era aperto, dopo la caduta dei talebani, al mondo dei video e dei servizi fotografici per i lunghi matrimoni della tradizione locale. «Dopo decenni di guerra, fai figli nella speranza che qualcuno sopravviva. Io sono il quinto, i fratelli maggiori stavano in negozio, le sorelle più piccole avevano iniziato a studiare. Ma il futuro era incerto, i soldi pochi, la partenza di un membro della famiglia era una speranza prima di tutto economica. Volevo studiare, premevo per partire».

È deciso: il bambino partirà alla volta dell’Inghilterra, dove uno zio militare, anni prima, aveva trovato rifugio. Costo del viaggio, organizzato da una rete di trafficanti: 6 mila euro. «Ancor oggi qualcuno chiede: “Con quei soldi, non potevi prendere un aereo?”. C’è un privilegio che gli europei danno sempre per scontato: il potere del loro passaporto». Il piccolo Hakim ha con sé solo uno zaino, arriva al confine con il Pakistan in autobus. «Un camioncino ci porta a Quetta, dove rimaniamo una settimana chiusi in una casa, mentre radunavano gli uomini in arrivo da Bangladesh e Pakistan». Poi l’inizio. headtopics.com

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Vento caldo, sabbia; i sassi colorati segnano la strada: «Ero di gran lunga il più piccolo. Per un anno ho vissuto in uno stato di allerta perenne. Ancor oggi, anche mentre dormo, percepisco sempre quel che accade attorno a me». Nessuno spazio per la pietà, ciascuno lotta per la propria sopravvivenza: «Da Zahedan, in Iran, inizia una traversata di 22 giorni durante i quali mangio sì e no cinque volte. Davanti alle pozzanghere fangose ci gettiamo a terra per bere con la lingua, attenti a non smuovere la parte limacciosa, come fanno gli animali».

A Urmia, al confine con la Turchia,viene fornito a tutti un passaporto falso: Hakim, 13 anni, diventa un giovane iraniano di 21 anni con una moglie e un figlio: «All’alba arriva un camion per il trasporto di frutta e verdura che nasconde un cunicolo di mezzo metro. Lì stipano il mio gruppo fino a Smirne. Il peggio non è l’immobilità, l’impossibilità di andare in bagno: i soldati turchi, sapendo che c’era chi si nascondeva in carichi come quello, infilzavano la merce con lunghe sbarre di ferro appuntite. Un ragazzo viene colpito alla coscia, gli uomini accanto a lui gli si gettano addosso per evitare che le urla ci facciano scoprire».

La traversata verso la Grecia avviene in gommone. È primavera. Sono avvertiti: se intercettati, finiranno in mare per dare tempo agli scafisti di fuggire. Nessuno sa nuotare, ma nessuno a quel punto desiste. Riescono ad arrivare ad Atene. I trafficanti si assicurano che i familiari abbiano pagato l’ultima tranche del viaggio dei fuggitivi e li abbandonano a loro stessi. Hakim vive di espedienti. Riesce per un soffio a sfuggire alla trappola di un connazionale che intercetta i ragazzi sbarcati e li invita nel suo negozio per offrire loro da mangiare: cibo drogato, che avrebbe permesso a questo trafficante d’organi di lucrare anche sul suo corpo. Arriva agosto e Hakim si sposta nell’area del porto, per tentare la sorte e partire nascosto nel ventre di una nave. Scoperto e malmenato, decide di provare con i camion. Ci riesce. Pensa di essere salito su un mezzo pesante che lo porterà ad Ancona. Quando si sveglia, invece, è in Francia. Arriva a Parigi, cerca di proseguire per Calais. Ma una notte c’è una retata, lui sale sul primo treno in partenza, e crolla. Quando si riprende è a Milano. Fermato, viene portato in questura e poi in una casa famiglia, a Lodi: «Settimane dopo, quando finalmente riesco a chiamare i miei, mio padre si arrabbia. Sapevamo che, fermato e schedato in Italia, per me sarebbe stato impossibile arrivare in Inghilterra».

I meccanismi per la protezione dei minori si mettono in moto. Hakim deve imparare la lingua, recuperare.Esce di casa alle otto del mattino, posa i libri alle dieci passate: «È quello che stavo cercando, la possibilità di studiare, avere un’educazione headtopics.com

. Ma studiare era anche un modo per sfuggire a quel che mi circondava. Non avrei mai pensato che tutto sarebbe finito in tanta solitudine». Negli anni, educatori e amici non mancano, ma la sua è un’adolescenza anomala. Diventato maggiorenne, decade la protezione e Hakim si trova a lottare per trovare una sistemazione e un lavoro che gli permetta di mantenersi all’università, che è deciso a frequentare. Nel frattempo, complice la crisi del 2008 e una situazione che appare più stabile a casa, lo zio inglese decide di tornare in Afghanistan: «A quel punto, svanisce anche la speranza di vivere in Europa con un familiare. Il mio unico obiettivo era l’università. Trovo un lavoro a Pavia, mi trasferisco lì e mi iscrivo a Scienze politiche. Ho amato i corsi di storia: se non sai da dove arrivi, rischi di creare un presente che non ha la solidità dello sguardo al passato». Qui conosce anche la sua fidanzata, studentessa di Farmacia: «Oggi esercita a Luino, dove vive. Siamo abituati a vivere a distanza, all’inizio della pandemia ero a Ginevra per un tirocinio all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite. Poi ho iniziato un master in Relazioni internazionali e passato i vari lockdown a casa, solo, a scrivere la tesi. Mi sono laureato lo scorso aprile, a maggio sono stato contattato dalle Nazioni Unite per lavorare con loro, a Torino».

L’estate è trascorsa assistendo all’inesorabile avanzata talebana in Afghanistan: «La mia famiglia ora vive a Kabul, il lavoro è fermo: ballare e ascoltare musica è proibito, la fotografia non ancora, ma che cosa fotografi se nessuno festeggia più? Sono angosciato per la loro salute, per la loro sicurezza, ma soprattutto per l’istruzione dei miei fratelli piccoli. Sono scappate le menti migliori, la forza intellettuale del Paese che era garanzia di un futuro migliore». I talebani sono quelli di prima. «Un antico detto afghano suona più o meno così: “

L’asino è lo stesso, hanno solo cambiato il mantello con il quale è avvolto”. C’è chi mi chiede perché non salvi i miei familiari, almeno i piccoli. Come potrei? Non sono neppure cittadino italiano». Hakim ha inviato la sua richiesta di cittadinanza per residenza nel maggio 2016; a maggio di quest’anno è arrivato un rifiuto. La voce s’incrina, per la prima volta lo sguardo perde la sua controllata compostezza: «C’è scritto che i miei redditi tra il 2018 e 2019 non erano sufficienti, eppure il mio contratto non è mai cambiato, anzi è migliorato. Continuo a non crederci, spero sia stato un errore. Sono stati i soldi e gli investimenti di questo Paese a formarmi. Mi ritengo il frutto di questa società». Facile ripensare ora ai ponti aerei, alle emozionate dichiarazioni d’impegno, alle immagini dei ragazzini rimasti lì e ai bambini salvati all’aeroporto di Kabul e portati in Occidente: «Quale futuro li attende?».

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