Gramsci e lo scoiattolo

Gramsci e lo scoiattolo

26/01/2021 18.22.00

Gramsci e lo scoiattolo

In una pagina dei «Quaderni del carcere» la storia di uno scoiattolo saggio

Chi osservava i Quaderni avvertiva la voglia di sfogliarli. Attirava la grafia minuta e ordinatissima di Gramsci. Si imponeva all’attenzione una sorta di elenco del primo Quaderno: «Note e appunti. Argomenti principali», minuziosamente redatto e con le singole voci numerate e sottolineate. Una organizzazione concreta e razionale. Un’esigenza di precisione che lasciava intendere la determinazione a mantenersi vigile, lucido, attento custode del proprio pensiero. Un impegno preso con se stesso. Il catalogo della mostra era agile. A uso anche del visitatore meno ferrato, informava che Gramsci, già «dopo l’arresto, durante il periodo di confino a Ustica e in seguito nel carcere di San Vittore di Milano, manifestò il desiderio di avviare uno studio sistematico su argomenti di carattere storico e letterario, ma il permesso di scrivere gli fu concesso solo nel gennaio del 1929». Una sospirata conquista. Da quel momento Gramsci prese a riempire le righe di quelli che sarebbero divenuti i «Quaderni del carcere», con cura attenta, affettuosa. Con la dedizione di chi del leggere e dello scrivere ha fatto le strutture della propria vita intellettuale, e quindi un modo di esistere.

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Nel percorso espositivo, la sfilata dei Quaderni offriva gli aspetti più noti e indagati del pensiero gramsciano. Machiavelli. Risorgimento Italiano. Passato e presente. Benedetto Croce. Materialismo e Idealismo. Americanismo e fordismo. Critica letteraria. Giornalismo… Inviti diversi allo studio e alla riflessione. Stesso compito avevano lavori di traduzione. Di fronte a temi di così grosso impegno si notavano poi alcuni fogli che contenevano traduzioni di brani di narrativa per bambini, tratti da opere come «Fünfzig Kinder - und Hausmärchen» dei fratelli Grimm. Spiccava e si distingueva immediatamente per la sua forma allungata, diversa da quella dei piccoli Quaderni, un album da disegno noto come «Quaderno D (XXXI) risalente al 1932». Il catalogo spiegava che l’album era stato utilizzato per «la seconda e parziale stesura della traduzione della fiaba dei fratelli Grimm già eseguita nel Quaderno A e messa in bella copia in questo album da disegno» dallo stesso Gramsci. Probabilmente si trattava di un regalino «destinato ai figli della sorella Teresina». Gramsci lasciò opportunamente in originale, senza tradurlo, il nome del personaggio che dà il titolo alla fiaba ed è il nodo centrale della storia: «Rumpelstilzchen». Andando a memoria, invece, si possono richiamare almeno due versioni italiane di altri traduttori diffuse con due titoli diversi: «Tremotino» e «Prasedimio». Traducendo il testo di «Rumpelstilzchen», Gramsci raccontava il singolare incontro della «mugnaina» con il «coboldo», una sorta di folletto che sapeva filare la paglia in oro. La puntuale resa di questo personaggio ne svelava l’agire prodigioso: «si sedette al filatoio e drr, drr, drr, in tre movimenti la spola era piena. La cambiò e drr, drr, drr, tre movimenti e anche la seconda era piena, e così via, in modo che quando giunse il mattino, tutta la paglia era filata e tutte le spole erano piene di fili d’oro».

All’interno della mostra si affermava altro lavoro dedicato a storie per l’infanzia. Era di particolare significato il «Quaderno» 9 (XIV). Il catalogo spiegava: «Gramsci traduce una parte dell’“Antologia russa” di Rachele Gutman-Polledro e Alfredo Polledro, un libro scolastico contenente cento testi». La pagina riprodotta si avviava con una breve storia che brillava per nitore e umorismo. Si intitolava «Una domanda ingenua» e recitava così: «La mamma si adirò molto con la piccola Ania per una certa birichinata. Dopo averla sgridata per benino, la mamma la mise in piedi in un angolo, dicendo: “Vergognati, Ania!” Ania si voltò col viso verso la parete e stette in questa posizione alcuni minuti. Di poi, voltando nuovamente la faccia verso la mamma, domandò: “Mamma, mi sono già vergognata abbastanza?”». Tradurre le fiabe, tradizionalmente colme di intelligente leggerezza, può avere suscitato in Gramsci momenti di tenerezza e forse anche spazio per un sorriso. Così potrebbe aver fatto la traduzione della storia seguente che solo una riga di penna separava nella stessa pagina da quella di Ania. Qui l’interesse, si comprendeva già dal titolo, era tutt’altro: «”Lo scoiattolo e il lupo” di L. Tolstoi». La narrazione si incentrava su un piccolo scoiattolo - filosofo. «Uno scoiattolo balzava da un ramo all’altro e cadde proprio su un lupo addormentato. Il lupo balzò e voleva divorarlo. Lo scoiattolo lo pregò insistentemente: “Lasciami andare”. Il lupo disse: “Benissimo, io ti lascerò andare, solamente tu dimmi perché voi scoiattoli siete così allegri. Io mi annoio sempre, invece voi a guardarvi sempre lassù giocate e saltate”». Messosi prudentemente al riparo su un albero, il saggio scoiattolo rispose con prontezza alla domanda del lupo. Gli svelò la propria infallibile formula per essere sempre di buonumore: «“noi siamo allegri perché siamo buoni e non facciamo male a nessuno”». headtopics.com

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