Fondazione Gimbe: troppi casi e pochi tamponi: Lombardia, Liguria e Piemonte restino chiuse

Fondazione Gimbe: troppi casi e pochi tamponi: Lombardia, Liguria e Piemonte restino chiuse

28/05/2020 14.50.00

Fondazione Gimbe: troppi casi e pochi tamponi: Lombardia, Liguria e Piemonte restino chiuse

L'altolà arriva in vista anche delle “pagelle” che il comitato tecnico-scientifico comunicherà venerdì 29 maggio sul rispetto di 21 indicatori di monitoraggio

2' di letturaLombardia, Liguria e Piemonte - non sono pronte per la riapertura totale in agenda dal 3 giugno. L'altolà arriva dalla Fondazione Gimbe in vista anche delle “pagelle” che il comitato tecnico-scientifico comunicherà domani sul rispetto di 21 indicatori di monitoraggio. «La nostra analisi dal 4 maggio sul periodo post riaperture - spiega il presidente Gimbe Nino Cartabellotta - dimostra che hanno la più alta percentuale di tamponi diagnostici positivi la Lombardia (6%), la Liguria (5,8%) e il Piemonte (3,8%). Al tempo stesso queste Regioni presentano anche il maggiore incremento di nuovi casi e una limitata attitudine a eseguirli, i tamponi: sono poco sopra la media nazionale di 1.343 per 100mila abitanti Lombardia (1.608) e Piemonte (1.675) ed è al di sotto la Liguria, con 1.319 tamponi. È plausibile che aumentando il numero di tamponi i positivi trovati crescerebbero ancora».

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Leggi ancheVacanze in Sardegna e Sicilia? Ecco perché il passaporto sanitario non entrerà in valigia. Per Boccia è incostituzionale«Mantenere le limitazioni solo nelle tre Regioni più a rischio»Da qui l'appello della Fondazione ad «abbandonare ogni forma di egoismo regionalistico». La soluzione più ragionevole tra gli scenari che il Governo si troverà a dover tracciare nei prossimi giorni per una riapertura in sicurezza compatibilmente con la minaccia ancora presente del virus, suggerisce Cartabellotta, sarebbe «mantenere le limitazioni solo nelle tre Regioni più a rischio consentendo magari la mobilità tra di esse».

Rischia chi fa più tamponiOggi rischia chi fa più tamponi. Il “peccato originale”, secondo gli esperti della Fondazione, starebbe nel non aver incluso nella lista dei 21 indicatori messa a punto il 30 aprile scorso dal ministero della Salute l'“attitudine diagnostica”: se le Regioni non sono premiate per la propensione a fare tamponi diagnostici, ma se anzi più ne fanno più rischiano di vedere innalzarsi l’indice di trasmissione Rt che porta dritto a una valutazione negativa dei tecnici ministeriali, si creano distorsioni come quella in cui potrebbe incappare la Valle d Aosta – prima nell'analisi Gimbe con 4.076 tamponi diagnostici per 100mila abitanti – e che ha già sollevato il “caso Umbria” già nelle settimane scorse. “Oggi fare molti tamponi da un lato indica che sei sulla strada giusta, dall'altra rischia di penalizzarti perché incide sull'indicatore Rt» precisa ancora Cartabellotta. headtopics.com

Il ruolo dei tamponi diagnosticiDue i criteri che secondo l’esperto andrebbero prediletti per capire il trend nelle Regioni ai fini delle scelte sulle riaperture: l'incremento percentuale dei positivi nell'ultima settimana (già incluso nei 21 indicatori) e l'aumento dei tamponi diagnostici effettuati per 100mila abitanti. Dall'incrocio di questi 2 dati si ottiene il polso della situazione. La realtà alla vigilia della decisione cruciale sull'abbandono definitivo del lockdown vede invece un paradosso: più si allunga la durata dell'epidemia più cresce il numero dei tamponi di controllo, perché le Regioni stanno verificando il numero delle guarigioni virologiche e questo elemento finisce per diluire il numero dei positivi. «Tanto che – chiosa Cartabellotta - se si calcola la media nazionale oggi l'incremento dei positivi risulta sotto l'1%, ma a guardare solo i solo i tamponi diagnostici la media nazionale è 2,4% quasi tutto a carico di Lombardia, Liguria e Piemonte».

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