Federico Moccia: «L'unico giudizio che conta è quello del pubblico» - VanityFair.it

Dal rapporto con la critica letteraria al «moccismo» che qualcuno considera il male della letteratura italiana. Federico Moccia si racconta

28/06/2020 14.30.00

Dal rapporto con la critica letteraria al «moccismo» che qualcuno considera il male della letteratura italiana. Federico Moccia si racconta

Dall'uscita di «Semplicemente amami», il suo ultimo romanzo pubblicato da Nord, al ricordo di suo padre Pipolo; dal rapporto con la critica letteraria al «moccismo» che qualcuno considera il male della letteratura italiana. Federico Moccia si racconta

Sep 7, 2015 at 3:23am PDTA un certo punto del libro Sofia, la protagonista, dice: «Davanti al grande pubblico sarò costretta a non sbagliare». A lei è mai capitato di pensarlo?«All’inizio no. Ai tempi lavoravo aScommettiamo che?

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con Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci eTre metri sopra il cielorappresentava la libertà rispetto al direttore di rete che, per forza di cose, doveva metterti dei paletti e accertarsi che le cose venissero fatte in un certo modo. La scrittura per me era quello: la libertà di non tenere conto delle aspettative degli altri. Quando scrivi devi essere sincero e passionale, cercare di non farti condizionare per piacere a qualcuno. Chi ti critica ti criticherà per qualsiasi cosa, quindi tanto vale fare quello che ti piace con onestà e mettendocela tutta».

Insisto sul piacere agli altri, perché la critica letteraria italiana non le ha mai fatto sconti. Ha mai sofferto per questo?«L’uomo che non voleva amareera il tentativo di fare una scrittura diversa, speravo che potesse essere visto sotto una nuova luce e che magari avrebbe gareggiato in qualche premio, ma non è successo. Molta critica ha un suo pregiudizio ormai radicato e non c’è verso di farle cambiare idea. In Spagna, per esempio, non sono un Federico Moccia diverso da quello dell’Italia, solo che lì i miei libri non vengono ritenuti per adolescenti, ma vengono letti da donne e uomini di età adulta perché capiscono che, anche dietro a headtopics.com

Tre metri sopra il cielo, c’è lo spaccato di una famiglia, qualcosa di più profondo. Alla fine, la critica più importante rimane sempre quella del pubblico».Secondo lei è vera quella leggenda che vede gli autori che vendono libri automaticamente fuori dall’élite proprio perché vendono libri?

«È un discorso che si potrebbe applicare anche alla commedia che non partecipa ai David di Donatello perché si pensa che non tocchi le corde più intime. Il pubblico americano, intelligente e sensibile, non fa questo tipo di distinzione: all’Oscar ci arrivano film che raggiungono emotivamente il pubblico nella maniera più diversa, penso anche a un autore come Spielberg che è passato da

DuelaIndiana Jonesmettendoci dentro delle scenette comiche alla Franco e Ciccio come quella in cui c’è quell’uomo che fa vedere quanto è capace con la sciabola e poi arriva Harrison Ford che tira fuori la pistola e gli spara. Ecco, quel film all’Oscar ci è arrivato, in Italia uno come Spielberg non ce l’avrebbe fatta perché si fa fatica ad apprezzare il popolo e il divertimento».

Spesso il discorso trascende l’élite: Alessandro Cattelan su Twitter ha lanciato un giochino nel quale chiedeva agli utenti di indicare il titolo di un libro che, se piacesse a un loro conoscente, rinnegherebbero. Molti hanno risposto a questa voce: «un qualsiasi libro di Moccia». headtopics.com

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«Penso a quando partecipo agli incontri in estate e, alla fine dell’intervento, i lettori vengono da me, comprano il libro e mi dicono “non ti avevo mai letto ma sei straordinario, mi ero fatto un’altra idea di te”. È divertente che si abbia un’idea su qualcuno che non hai mai visto, né letto, né conosciuto. Ogni tanto abbiamo a che fare con un gregge che segue qualcuno che indica una strada da seguire senza effettivamente sapere dove andare. Un po’ come i giovanissimi che partecipavano alle manifestazioni che, quando gli chiedevi per cosa si stessero battendo, rispondevano che erano lì perché c’era una loro amica. Lì ti accorgi della mancanza di consapevolezza e di criticità che è, poi, la pecca più grande della nostra società, che ha perso un po’ la bussola».

Ha mai desiderato di smarcarsi dal «moccismo»?«La scrittura non può che essere quella, ed è giusto che sia così: se qualcuno mi ha amato per certe caratteristiche non potrei cambiare, altrimenti cercherebbero quelle peculiarità in altri autori. Sui temi, poi, il denominatore comune resta l’amore, che se nelle diverse storie che racconto viene sempre visto sotto una luce diversa».

Girerebbe un film tratto daSemplicemente amami?«Mi piacerebbe moltissimo, soprattutto per l’intensità di alcune scene e l’attenzione alla musica classica, che ha un sua capacità emotiva e che sarebbe bellissimo utilizzare all’interno di un film».

Parlando di un altro medium, non è molto social: il suo ultimo post su Instagram risale al 2017. Come mai?«Facebook lo uso di più, ma ai social in generale continuo a preferire la chiacchierata, l’incontro con la gente, vedere una loro risposta, se si divertono, se si incuriosiscono o si distraggono. Non è detto, però, che non mi ci dedicherò più a fondo in futuro: durante la pandemia la tecnologia è stata l’unico modo per sentirci e mi è capitato di fare delle dirette su Instagram e degli incontri mentre leggevo e cercavo di essere utile in un momento così difficile. Non voglio dipendere dai social, anche se Facebook mi aiuta a capire certe cose della gente, la bellezza e la generosità di alcuni e la maleducazione e la cattiveria di altri». headtopics.com

Ha scritto libri di successo, diretto film e firmato programmi tv: cosa le rimane?«Continuare a mettermi in gioco come ha sempre fatto mio padre, che era molto spiritoso e allegro e ha sempre avuto voglia di scoprire: la creatività lo ha fatto diventare adulto, ma non vecchio. Quando conservi la curiosità nei confronti della vita è tutta un’altra cosa. Viviamo sempre nella tensione di realizzare un sogno, un progetto, un film, un libro, qualunque cosa».

NeLa Passeggiata,il suo racconto del 2007, lei immagina di incontrare suo padre dopo la sua scomparsa: ci pensa ancora?«Ci penso moltissimo, perché mio padre è una persona che sento costantemente con me grazie all’amore che mi ha sempre dato. Non importa se non è stato sempre presente, perché io ricordo la sua presenza nei momenti giusti, quando capiva che ero in difficoltà o mi prendeva in giro perché ero troppo permaloso. Grazie a lui ho trovato il modo di accettarmi, di migliorarmi e di armonizzarmi con la vita. L’unico modo per essere immortali, d’altronde, è portare il ricordo di chi non c’è più dentro di noi. Un po’ come racconta il film della Disney

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Coco,che in Italia non avrebbero mai realizzato perché avrebbero detto che i bambini si sarebbero spaventati a vedere i morti: quando i personaggi dell’Aldilà vengono dimenticati da chi resta in vita spariscono anche da quel mondo, un’immagine bellissima che ti fa capire quanto l’amore sia una cicatrice permanente, qualcosa di indistruttibile».

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