Elio Germano: «Come mi vedono gli altri» - VanityFair.it

Per l'attore, che firma «Così è (o mi pare)», ossia Luigi Pirandello in realtà virtuale, occuparsi continuamente di ciò che gli altri pensano di noi ci fa vivere male

08/06/2021 08.30.00

Per l'attore, che firma «Così è (o mi pare)», ossia Luigi Pirandello in realtà virtuale, occuparsi continuamente di ciò che gli altri pensano di noi ci fa vivere male

Per l'attore, che firma «Così è (o mi pare)», ossia Luigi Pirandello in realtà virtuale, occuparsi continuamente di ciò che gli altri pensano di noi ci fa vivere male: «Continui a guardarti dall’esterno anziché abitare dentro di te e ti perdi l’unica cosa bella, cioè la vita. Diventi il burattinaio di te stesso»

Marina CappaLa sala, La Pergola di Firenze, è un teatro classico, fine Seicento. Ma il pubblico dentro è diverso: uomini e donne seduti in poltrona con in capo strani caschi. Nel silenzio, le teste si muovono, una va da una parte, una gira dall’altra. Stanno guardando, ognuno per conto proprio, uno spettacolo –

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Così è (o mi pare)– che di Pirandello ha la traccia narrativa, ma che è realizzato interamente in realtà virtuale. L’idea, con la regia e interpretando la parte “scettica” di Laudisi, è diElio Germano,che ne ha appena presentato un’anteprima, cui seguirà un evento fiorentino il 14 luglio e quindi in ottobre la programmazione per tutti.

Lo hanno prodotto insieme Fondazione Teatro della Toscano, Infinito e Gold Productions.La storia di Pirandello racconta di un paesino dove arrivano un uomo e la suocera. E una donna che potrebbe essere la figlia-moglie, oppure una seconda consorte di lui. La verità da sapersi è difficile, e forse neppure essite, o comunque non è necessaria. Eppure tutti vogliono sapere. Un tema forte che Germano – reduce dalla vittoria del quarto David con headtopics.com

Volevo solo nascondermi– affronta calando lo spettatore casco-munito all’interno di un salotto in cui si muovono tutti i protagonisti. E il pubblico si gira a seguire le parole di uno, a sbirciare lo sguardo dell’altro, a osservarsi mani e piedi, che non sono i suoi ma quelli del manichino virtuale su cui era stata piazzata la macchina intenta a effettuare le riprese a 360 gradi. Tanta tecnologia, resa possibile dal Vr supervisor Omar Rashid, ma anche molti interrogativi esistenziali: chi sono io? Quanto di me è fatto dalla mia reale identità e quanto dallo sguardo degli altri?

Germano, lei ha sempre detto di essere refrattario ai social. Ma con la tecnologia che rapporto ha?«Dipende dai punti di vista, la tecnologia è tante cose. Posso anche avere un rapporto buono, ma per me i socia sono strumenti di alienazione di massa che cerco di non frequentare perché penso che rubino la cosa più preziosa che abbiamo: il tempo. Non capisco come la gente possa avere interesse per leggere e scrivere cose a persone che non vede. Io non sono mai incappato in questo tipo di dipendenza tossica»

Qual è invece la tecnologia “buona”?«Per esempio, ho un’auto elettrica. E sono curioso: mi piace moltissimo questa possibilità che ti mandino le foto da Marte, una cosa che mi ha sconvolto»Le piacerebbe andare su Marte?«Se il viaggio non durasse tutto quel tempo, volentieri. Già non sopporto fare troppe ore di treno, figuriamoci mesi in atronave».

Questa con Pirandello non è la sua prima volta nella realtà virtuale.«Ho fatto diverse cose, sempre con la società Gold Vr e con Omar Rashid. Siamo stati fra i primi in Italia a girare un documentario di realtà virtuale sui centri di accoglienza per migranti, portavamo lo spettatore al loro interno. La realtà virtuale è perfetta per il documentario: ormai alle guerre viste in tv ci siamo abituati, invece in questo modo di essere proprio in mezzo ai bombardamenti. Dopo alcune esperienze abbiamo invece iniziato a mischiare la reltà virtuale con cose scritte, l’ultimo spettacolo per Vr che abbiamo fatto è headtopics.com

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Segnale d’allarme».In quello spettacolo un attore diventa un imbonitore e quindi una sorta di dittatore.«Era la denuncia di quanto possiamo essere manipolati da una persona sul palco, quando intorno a noi abbiamo altre persone che applaudono. La tecnologia, se usata per manipolare le persone, diventa un’arma ancora più potente».

In questoCosì è (o mi pare)più che di manipolazione si parla di identità e verità.«Quando andiamo a teatro spesso ci sembra che le cose che accadono sul palco succedano ad altri, mentre una volta noi spettatori ci riflettevamo in ciò che vedevamo, ci sentivamo coinvolti. Ecco, io qui ho cercato di far vivere lo spettatore in mezzo ai personaggi, che non sono qualcosa di diverso da lui. Per questo è centrale il rapporto fra chi sento di essere e chi sono per gli altri. Ed è subito evidente, appena metto il visore: io so chi sono, ma poi nello specchio è riflessa un’altra persona (grazie appunto alla realtà virtuale), ed è quella che vedono gli altri».

Come attore avverte questa distanza fra chi si sente di essere e come gli altri la vedono?«Non so se come attore o come essere umano: ho realizzato che ciò che percepiamo è dettato da una specie di montaggio di cose che si sanno, che si vedono, e soprattutto che si immaginano. È inutile tentare di avere un controllo, occuparsi continuamente di ciò che gli altri pensano di noi è senza scopo e ci fa vivere male: continui a guardarti dall’esterno anziché abitare dentro di te e ti perdi l’unica cosa bella, cioè la vita. Diventi il burattinaio di te stesso».

Alla fine,Così è (o mi pare)– girato con una cinepresa ma interpretato in tempo reale come uno spettacolo, senza tagli o montaggio – lei lo definirebbe un film o uno lavoro teatrale?«Un film sferico, qualcosa di mezzo fra teatro e cinema, non essendo nessuno dei due. Oppure film sfereoscopico». headtopics.com

Film lineari invece ne sta facendo?«Sì, sto girando il nuovo di Gianni Amelio». Leggi di più: Vanity Fair Italia »

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