Due figlie e un dilemma, chi è oggi «il buon padre di famiglia»?

Una dodicenne, l’altra neonata. Due figlie e una grande prova

01/08/2021 00.51.00

Due figlie e un dilemma, chi è oggi «il buon padre di famiglia»?

Una dodicenne, l’altra neonata. Due figlie e una grande prova

Ecco che la stella cui volevamo affidarcinella nostra incerta navigazione si trasforma immediatamente in ulteriore causa di smarrimento. Il buon padre di famiglia si trasforma da paradigma salvifico e consolatorio in insolubile paradosso. Facciamo una verifica calando l’astratto in una situazione concreta? Proviamo. Ipotizziamo un padre di due figlie (il padre di femmine funziona meglio)

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e battezziamolo con una A.Siamo nel tardo inverno del 2021 e la prima figlia, nata nel giugno del 2009, si avvia a compiere 12 anni. Chiamiamola L. La seconda — chiamiamola M — è nata da poco. Ipotizziamo che la abbia portata la befana e che, dunque, sia venuta al mondo il 6 gennaio del 2021, proprio mentre a Washington una masnada di pittoreschi, scomposti, antidemocratici sostenitori di un presidente sconfitto alle elezioni attaccava il Campidoglio. La marcata differenza di età tra le due figlie si spiega banalmente con la liquidità dell’epoca. Il buon padre di famiglia vive a Milano e, come tutti da queste parti, è separato dalla prima madre.

Come tutti, è un padre tardivo: ha generato la prima figlia a 40 anni e la seconda, insieme alla nuova compagna, addirittura a 50 suonati. A dispetto di ciò (o, forse, in ragione di ciò), lui si ritiene un uomo discretamente fortunato.A ben guardare, però, se due paternità tardive e divaricate headtopics.com

scandiscono le due più gravi crisi del suo tempo: L si è affacciata alla vita nel pieno della tremenda depressione economica globale esplosa con la bolla dei mutui subprime; M, concepita a inizio aprile del 2020, sui picchi della prima ondata della pandemia di Covid, è poi nata a inizio 2021, sui picchi della seconda. Il buon padre di famiglia, nato nel prospero, pacificato occidente europeo alla fine degli anni ’60, consapevole perciò di appartenere al pezzetto di umanità più fortunato di sempre, non ha nemmeno il tempo di soffermarsi a riflettere sulla eventuale cattiva stella che brilla sulle grandi scene della sua vita (chiamatela pure con un termine più volgare, se preferite).

Non appena nasce la sua secondogenita,A. si trova, infatti, precipitato in un dilemma angosciante: deve stendere un rigidissimo cordone sanitario a protezione di moglie e figlia neonata oppure può e deve consentire alla figlia maggiore qualcuna di quelle libertà indispensabili allo sviluppo armonioso della sua psiche e della sua personalità? L. frequenta, infatti, la prima media.

Come abbiamo già detto, il buon padre di famiglia vive in Lombardia,dove l’ultima classe a mantenere le lezioni in presenza è proprio la prima media. Una decisione difesa tenacemente nonostante la regione padana sia stata l’epicentro della pandemia in Europa e abbia tassi di contagio elevatissimi.

(Foto Claudia Ferri)A. deve, così, fare i conti con il fatto che mentre la sua compagna(e lui stesso) evitano ogni pericoloso contatto con il mondo esterno, L. va a scuola tutti i giorni, incontra decine di sue compagne (sebbene rigorosamente mascherate) e, pur essendo una ragazzina giudiziosa, vorrebbe poter, di tanto in tanto, godere di qualcuna delle semplici libertà a lei necessarie per continuare ad esser la ragazzina che è e per diventare la ragazza che sarà: una festa di compleanno (non più di 5 partecipanti, sia chiaro), un allenamento di pallacanestro (senza contatto fisico, ovviamente), una sporadica visita ai suoi cugini (che fino a ieri incontrava tutte le settimane). headtopics.com

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Di vedere i nonni, tanto amati, tanto importanti, non se ne parla nemmeno.Ecco il buon padre di famiglia attanagliato dal medesimo dilemma che stringe da ogni lato il governo dello Stato: libertà o sicurezza, sorveglianza collettiva o responsabilità individuale? Priorità assoluta alla protezione della vita fragile, della vita esposta, tenera, vulnerabile — sia essa alba di vita o vita al suo tramonto (i nonni) — o tutela di ciò che rende quella stessa vita, nel suo lungo tempo di mezzo, meritevole di essere vissuta? Come tenere assieme i due principi? Il buon padre di famiglia non lo sa; si arrabatta, si fa forza; alcune volte, a notte, nel suo letto insonne, si concede perfino il vizio della disperazione. Eppure non trova risposta.

Quale strada imboccare nel fitto della boscaglia?La strada, come da massima evangelica, dovrebbe essere lui stesso. Non è, forse, proprio lui il proverbiale «buon padre di famiglia» dell’adagio popolare, non s’incarna nella sua condizione il criterio che dovrebbe, secondo il senso comune, guidare qualsiasi decisione per il bene comune quando la casa brucia?

Eppure A, il buon padre di famiglia, guarda dentro di sé e risposte non ne trova.Trova solo il riverbero di una vocina che gli giunge da un passato immemoriale: «Avanti, coraggio — gli sussurra la vocina — non sei il solo, non sei tu il primo, soprattutto non sei l’ultimo». «Ma avanti in che direzione?», replica lui sconcertato. «Avanti», si limita a ripetere la vocina.

Giunti a questo punto del dilemma, credo convenga gettare la maschera. Come qualcuno avrà già intuito, il buon padre di famiglia di questa piccola parabola laica è chi scrive. Oppure, se preferite la formula più sfacciata, il buon padre di famiglia sono io. *** headtopics.com

Ilpadre non esiste. So bene che la presunta «naturalezza»della condizione materna è stata duramente contestata già a partire dai tardi anni ’60 (grossomodo da quando mia madre partoriva me). Non entro nel merito del dibattito riguardo alla madre

. So per certo, però, che il padre in natura non esiste. A livello della specie, il padre è il portato di un salto evolutivo; al livello dell’individuo, il padre, se nasce (e non è affatto detto che nasca), nasce insieme al figlio (o, più spesso, dopo di esso). Non è plausibile nulla di simile a un «istinto paterno». Il padre non è in natura, il padre è cultura. Pura, superficiale, sottile crosta culturale. Smalto sul nulla, avrebbe detto qualcuno.

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Ebbene, quando nacque la mia prima figlia,nel primo decennio del secolo e del millennio, la cultura sociale egemone sperimentava, dalle mie parti, l’invenzione di una nuova figura di padre. I giornali si sdilinquivano nell’appellarci «nuovi padri», tracciavano identikit facili e precisi delle nostre nuove caratteristiche, ritratti collettivi che tendevano pericolosamente a un tono prescrittivo, quasi intimidatorio.

Noi, però, brancolavamo nel buio. Svegliati una bella mattina dal pianto dei nostri figli neonati, ci guardavamo allo specchio e non riconoscevamo il volto riflesso. Detto in altre parole, tutti sembravano sapere a perfezione cosa fosse, o dovesse essere, un «nuovo padre» tranne i diretti interessati. Estranei a noi stessi.

Eppure avevamo studiato,avevamo fatto i compiti assegnatici dall’ideologia dominante. Ricordo, per esempio, un allucinante corso pre-parto nel quale i futuri papà, quasi tutti quarantenni, molti già imbiancati e acciaccati dagli anni, si prestavano come scolaretti agli ammaestramenti di puericultrici imperiose. Le donne gravide al loro fianco, loro compagne o mogli, sembravano accompagnarli alla scuola serale non come future madri dei loro figli ma come loro madri supplenti.

Più che un corso preparto sembrava una riunione degli alcolisti anonimi.Angoscia, senso di colpa preventivo e tenui speranze palingenetiche dominavano la scena.L’esperimento sociale che avrebbe dovuto forgiare il «nuovo padre»culminava nell’idea — quanto meno discutibile — che il genitore maschio dovesse assistere al parto. Violando un precetto millenario — il parto è cosa da femmine, il maschio se ne sta all’osteria con gli amici o, al massimo, in corsia a fumare una sigaretta dopo l’altra — il nuovo orientamento culturale puntava a «far nascere il padre» per osmosi: se il maschio inseminatore fosse stato presente al parto, addossato a una parete asettica nel tentativo di evitare lo svenimento, sotto l’influsso diretto del parto di suo figlio, il padre sarebbe senz’altro nato in lui.

Alla clinica Mangiagalli di Milano, che i milanesi chiamano confidenzialmente «la fabbrica dei bambini»— alto livello medico-scientifico, massima efficienza, numeri da record, modi spicci — questa teoria veniva riassunta in un grottesco neologismo:

partocipazione.Tutte le altre caratteristiche del nuovo padrediscendevano da questo assunto e da questa prima esperienza fondamentale (o traumatica, che dir si voglia). Era il genitore a ricevere l’imprinting dal nascituro, non viceversa. Avendopartocipato

, il nuovo padre sarebbe stato, da quel momento in avanti, incline a affiancare la madre in tutte quelle prestazioni accuditive tradizionalmente a lei riservate (oppure, a lei comandate, a seconda dei punti di vista). Nutrizione, dormizione, pulizia, vestizione del neonato.

Per la prima volta dopo milioni di anni di storia dell’evoluzione, e dopo millenni di storia culturale, il maschio inseminatore era chiamato a svolgere regolarmente queste funzioni di care-giving. La funzione, poi, avrebbe creato l’organo. L’organo, in questo caso, era il cuore. Il nuovo padre amorevole sarebbe stato partorito dalle cure dedicate al figlio neonato. Tra loro si sarebbe stabilito, per la vita, un rapporto non più fondato sull’autorità ma sull’affettività. Un’autentica rivoluzione.

Mi dispiacerebbe se si avvertisse del sarcasmo in queste mie parole. Non è sarcasmo. Solo un po’ di ironia e di autoironia, se permettete. La ritengo salvifica.Una delle grottesche conseguenze di quella rivoluzione fu, infatti, sul versante paterno, che maschi adulti e addirittura maturi, cominciarono a percepirsi come eroi del proprio tempo soltanto perché si dedicavano, spesso sporadicamente, ad attività che fino ad allora le femmine avevano quotidianamente svolto nell’assoluta normalità con una mano sola. E tutto questo autocompiacimento paterno proprio in un momento storico nel quale a meritare ogni ammirazione erano, ancora una volta, soprattutto le nostre mogli e compagne, le quali, prese nella morsa a tenaglia della crisi economica da un lato e arretratezza di una società che non tutelava a dovere i loro diritti dall’altro, lottavano strenuamente per diventare madri senza perdere il lavoro, l’indipendenza economica, la dignità personale. Ridicolo no?

D’altro canto, nella nostra vita di padri e madri di alloranon c’era assolutamente più niente di «normale». Io, assieme alle donne e agli uomini della mia generazione, vivevamo nel momento storico in cui mettere al mondo un figlio aveva cessato di essere la cosa più normale del mondo per trasformarsi in un evento eccezionale.

La mia generazione di italiani era, infatti, la più infeconda di sempre. I tassi di natalità nel nostro paese erano precipitati, a inizio millennio, a livelli da estinzione della specie. In altre parole, avevamo fatto pochissimi figli e quei pochi li avevamo fatti da vecchi (dal punto di vista biologico), quasi sempre ai limiti anagrafici della capacità riproduttiva. Fino a quel momento, eravamo stati troppo impegnati a goderci il tempo libero e perfezionare il nostro personale stile di vita. Fine settimana al mare, al lago o in montagna?

Sommando a ciò l’innalzarsi vertiginoso delle aspettative di vita, ciò significava che ognuno di quei pochi bambini generati dai noi, nuovi padri, venuto al mondo senza fratelli e con sei adulti adoranti ad attenderlo (genitori anziani più nonni longevi), era il bambin gesù.

Il bue e l’asinello sarebbero stati presto sostituiti da un labrador o da altro animale domestico.Mancavano soltanto l’oro, l’incenso e la mirra. Ma per quelli avrebbe provveduto il più vicino ipermercato.Nessun sarcasmo, quindi.Resto convinto che, a dispetto di eccessi, inciampi e ridicolaggini, quella della reinvenzione dei ruoli parentali – e di conseguenza, della famiglia – sia l’ultima frontiera di progresso lungo la quale l’Europa contemporanea possa ancora vantare un ruolo di avanguardia. Personalmente, amo riassumere il mutamento epocale dicendo che finalmente i padri stavano imparando ad amare i propri figli di amore materno (anche se non mi nascondo che, a guardare quegli anni con il senno di poi, vi si rintraccia anche l’origine dell’attuale, fuorviante messa in stato d’accusa del maschio in quanto tale).

Ma, in definitiva, vi starete chiedendo voi,come andò la tuapartocipazione? Te la sei cavata? Sei stato o no, tu, nuovo padre, un buon padre di famiglia? La risposta alla prossima puntata, alla prossima figlia.(1 — Domani la seconda parte)31 luglio 2021 (modifica il 31 luglio 2021 | 22:35)

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