Diletta Bellotti e «Le Ragazze» battagliere - VanityFair.it

Attivista romana, Diletta Bellotti si batte per sensibilizzare la gente sullo sfruttamento dei braccianti. È protagonista, insieme a tante altre donne con storie appassionate e differenti, del programma «Le Ragazze», in onda su Rai3

16/06/2021 20.31.00

Attivista romana, Diletta Bellotti si batte per sensibilizzare la gente sullo sfruttamento dei braccianti. È protagonista, insieme a tante altre donne con storie appassionate e differenti, del programma «Le Ragazze», in onda su RaiTre

Attivista romana, Diletta Bellotti si batte per sensibilizzare la gente sullo sfruttamento dei braccianti. È protagonista, insieme a tante altre donne con storie appassionate e differenti, del programma «Le Ragazze», in onda su Rai3

Le Ragazze, il programma di Rai3 in onda in prima serata dal 17 giugno per tre giovedì (poi 24 giugno e 1 luglio), raccontano le loro storie. Rivoluzionarie, resilienti, capaci, con grande caparbietà, di raggiungere risultati importanti. Sono donne di diverse generazioni che ripercorrono le tappe più significative della loro esistenza. Sullo sfondo la storia del nostro Paese, i grandi cambiamenti sociali e di costume, le mode e la musica, dagli anni ’40 a oggi.

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E tra loro (trovate le protagoniste della prima puntatanella gallery), c’è ancheDiletta Bellotti, venticinquenne, attivista romana. Il suo profilo Instagram (che conta più di 26mila follower) chiarisce subito per che cosa si batte da anni e là, dove di solito c’è l’indicazione del nome, ha scritto:

Advocate against agro-mafiaQuesta oggi sta diventando la sua missione:battersi in prima persona per dare visibilità alle lotte dei braccianti sfruttati dal caporalato. Ha studiato Scienze politiche e poi diritti umani e migrazione internazionale, tra Roma, Berlino e Bruxelles e ora di nuovo in Italia, dove fa la ricercatrice per un Osservatorio che si occupa, appunto, di agro-mafie. headtopics.com

Ma come è iniziato questo impegno?«Quando stavo studiando a Bruxelles mi sono occupata molto di tematiche relative ai diritti umani e alle migrazioni. Ma più studiavo e più non riuscivo a capire: c’era qualcosa che mi faceva stare male. Poi ho iniziato a mettere a fuoco: stava diventando urgente il fatto che dovessi in qualche modo incanalare quello che stavo studiando, passare dalla teoria all’azione. E così sono tornata sul mio territorio: io sono romana, ma pugliese di origine. Nell’estate 2019 sono stata ospite nella baraccopoli Borgo Mezzanone, vicino a Foggia, dove vivono migliaia di persone irregolarmente. Lì ho vissuto 24 giorni, ospite di un ragazzo senegalese. Non ho fatto niente di speciale, se non osservare una comunità ai margini del nostro mondo. Volevo cercare di capire che cosa succedesse in quei posti, vedendo con i miei occhi come lavoravano i tanti braccianti, italiani e migranti, sfruttati. Guardando quelle persone lavorare avevo riacquistato un altro rapporto con la terra, con quel cibo che ero così abituata a comprare al supermercato senza pormi domande. Allora ho deciso di mettere in piedi una campagna di sensibilizzazione e, insieme ai miei professori di Bruxelles che mi hanno aiutata a dare una forma a quelle proteste, sono partita con «pomodori rosso sangue», una performance in cui, nelle piazze delle città, mi mettevo a mordere degli ortaggi da cui usciva del sangue, finto ovviamente. All’inizio ero da sola, poi hanno cominciato a partecipare associazioni culturali e centri sociali. Ho iniziato a tenere un blog e Instagram è diventato uno strumento politico: la campagna ha preso forma e oggi coinvolge tante persone».

Ma com’è la situazione in Italia?«È molto complesso fare un quadro di una situazione in cui c’è solo del lavoro irregolare. Non ci sono numeri esatti, ma solo proiezioni. C’è una percezione del fenomeno, che però cambia con le stagioni, con il territorio in cui ci si trova. Io guardo soprattutto il sistema agricolo italiano, così pressato da un mercato neoliberale che mette pressione e da una mafia che gestisce, per esempio, la tratta di essere umani. Ciò detto possiamo dire che la situazione sia migliorata – perché c’è più informazione e perché ci sono più studi a riguardo – ma purtroppo siamo ben lontani dal risolverla. Il caporalato è un sistema mafioso e non basta arrestare qualcuno per rimediare: è un fenomeno sociologico, pervasivo. I cittadini dovrebbero mettere pressione ai politici e la politica dovrebbe aver voglia di metterci le mani. E ogni territorio ha le sue specificità, i suoi funzionamenti, le sue problematiche: così in Puglia, per la raccolta delle angurie, si trovano i tunisini, mentre in Sicilia, per le arance, ci sono i migranti del Ghana. Bisogna saperlo per intervenire nel modo giusto, per capire i flussi. Ogni piccola masseria, ogni piccola realtà agricola ha delle complessità. Bisogna voler analizzare il funzionamento, altrimenti si rischia di fare una guerra finta».

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