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Italia, Claudia Torrisi

Da dove ripartire per garantire i diritti sessuali e riproduttivi delle donne

Da dove ripartire per garantire i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. L'articolo di Claudia Torrisi.

25/06/2020 14.58.00

Da dove ripartire per garantire i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. L'articolo di Claudia Torrisi .

In Italia la pandemia ha peggiorato una situazione già critica. Bisogna garantire la contraccezione gratuita, rifinanziare i consultori e rimuovere le barriere per l’aborto farmacologico. Leggi

La presidente Tesei, che prima dell’elezione lo scorso autunnoaveva firmatoil “manifesto valoriale” sottoposto dalle associazioni del Family day ai candidati alla regione Umbria, ha difeso la sua scelta parlando di “tutela della salute della donna”, ma non è stata in grado di fornire dati scientifici a supporto.

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“È chiaramente una decisione ideologica, presa solo per rendere l’aborto farmacologico più complicato per le donne”, afferma Marina Toschi, ginecologa di Pro-choice Rica e parte dellaRete umbra per l’autodeterminazione, che ha promosso una manifestazione di protesta a Perugia domenica 21 giugno per lanciare una presa di coscienza nazionale. “Il vero problema sono le linee di indirizzo sulla RU486”.

Il caso umbro è solo l’ultimo dei passi indietro compiuti durante e dopo la pandemia sui diritti sessuali e riproduttivi. L’emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus ha esasperato aspetti critici che esistevano già prima e peggiorato una situazione già drammatica in molte aree del paese. La decisione della giunta Tesei non è un prodotto diretto di quest’ultima crisi, è una scelta politica, che però si inserisce nel nuovo quadro disegnato dall’epidemia. Per questo vale la pena soffermarsi un attimo su quello che è avvenuto in Umbria per poi allargare lo sguardo al resto dell’Italia. headtopics.com

Il caso umbroalle indicazioniemanate dal ministero della salute nel 2010, che prevedono la somministrazione della pillola abortiva entro la settima settimana di gravidanza con un ricovero ospedaliero di tre giorni, a differenza dell’aborto chirurgico che si risolve in una giornata. Negli anni, solo Umbria, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Toscana (che recentemente si è impegnata per la somministrazione nei consultori) hanno organizzato il servizio in day hospital: si va due volte in ospedale a distanza di 48 ore per la somministrazione dei farmaci, e poi una terza dopo 14 giorni per la visita di controllo.

Secondo diverse associazioni scientifiche di ginecologia e ostetricia, questa previsione unita al termine delle sette settimane – e non nove come negli altri paesi, che peraltro non chiedono il ricovero – sono limitazioni che andrebbero superate, perché ostacolano inutilmente l’accesso a questa modalità di interruzione di gravidanza, che in Italia è usata appena nel

. In Francia la percentuale è del 66 per cento, nei paesi scandinavi supera il 90 per cento.Qualche giorno fa il ministro della salute Roberto Speranzaha chiestoun nuovo parere al Consiglio superiore di sanità, aprendo alla possibilità di aggiornare le linee di indirizzo e favorire il ricorso all’aborto farmacologico in regime di day hospital e ambulatoriale, valutando anche l’ipotesi della telemedicina.

“La richiesta del ministro può essere uno spiraglio”, afferma Anna Pompili, ginecologa dell’Associazione medici italiani contraccezione e aborto (Amica). “Finalmente può passare l’idea che serve una maggiore attenzione ai diritti sessuali e riproduttivi”, dice. Anche perché, aggiunge, “fino a questo momento tutte le raccomandazioni sull’emergenza covid-19 da parte delle istituzioni hanno riguardato un solo aspetto, e cioè la maternità. Su interruzione di gravidanza, contraccezione, niente”. headtopics.com

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I servizi durante e dopo illockdownNonostante l’aborto sia per legge un servizio indifferibile ed essenziale, nelle prime fasi della crisi sanitaria molti ospedali hanno sospeso, trasferito o limitato i servizi di interruzione volontaria di gravidanza. A causa della necessità di ricovero, queste decisioni hanno riguardato anche l’aborto farmacologico, che invece in paesi come Francia o Regno Unito è stato incentivato e deospedalizzato. Molte donne, come testimoniano le storie raccolte dal gruppo femminista

, sono state costrette a cercare un ospedale disposto a farle abortire anche a diversi chilometri da casa, tra le difficoltà di movimento per le misure dilockdown, la paura del contagio e pochissime informazioni disponibili.Dopo mesi di emergenza, la situazione sta tornando alla normalità. Come afferma Toschi, però, questa “non è necessariamente una buona notizia. In generale sarei contenta che non ci fosse un ritorno alla normalità, ma che venisse superata. Perché su diritti sessuali e riproduttivi delle donne ciò che per noi è normalità non va bene”.

Quello che è successo in questi mesi non è stata una situazione imprevedibile, ma l’esacerbarsi di problemi esistenti e noti. A cominciare dall’operatività a macchia di leopardo dei servizi di interruzione volontaria di gravidanza, con metodo sia chirurgico sia farmacologico, complice la diffusione dell’obiezione di coscienza. Secondo l’ultima

relazionedel ministero della salute sulla legge 194, sono obiettori il 69 per cento dei ginecologi, il 46,3 per cento degli anestesisti e il 42,2 per cento del personale non medico. Le donne che vivono in aree dove le percentuali sono più alte tendenzialmente headtopics.com

per accedere al servizio, specialmente per l’aborto oltre il primo trimestre.I consultori sono pochi e in sofferenza da tempo in tutta ItaliaAnche la maggior parte dei consultori è rimasta chiusa durante la fase emergenziale, o hanno lavorato in maniera ridotta, con grandi difficoltà per le donne che avevano bisogno del certificato per l’interruzione volontaria di gravidanza o di accedere alla contraccezione di emergenza.

Daniela Fantini, ginecologa e presidente del consultorio autogestito Centro di educazione matrimoniale e prematrimoniale (Cemp) di Milano, per più di due mesi ha ricevuto chiamate da ogni parte d’Italia: “Il numero si trova online, mi hanno telefonato anche da Caltanissetta per avere informazioni. Qui a Milano ci sono stati giorni in cui ce n’erano aperti due in tutta la città”. Eppure, secondo Fantini, i consultori sarebbero dovuti rimanere attivi, per evitare che le persone si recassero in ospedale. “È quello che è mancato in tutta l’emergenza covid-19, la medicina del territorio”, aggiunge.

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I consultori sonoe in sofferenza da tempo in tutta Italia. Tutto questo ha effetti sulla salute delle donne nella fase postlockdown. “Adesso facciamo visite ogni 40 minuti, perché bisogna disinfettare, misurare la febbre, fare il pretriage telefonico. Ci vuole più tempo, quindi i posti sono ancora di meno. A chi non ha urgenza diciamo di tornare più avanti”, spiega Fantini. Non essendoci sufficienti centri di prossimità, la conseguenza è che chi può permetterselo va dal privato, le altre restano escluse o intasano gli ospedali.

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