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Perché i socialisti non vogliono l’indipendenza della Catalogna

20/02/2021 01.01.00

Perché i socialisti non vogliono l’indipendenza della Catalogna

A chi scrivere il proprio punto di vista sulle cose? A chi affidare l’ indignazione e la speranza? Vi proponiamo di dirlo a Corriere

Caro Aldol’indipendentismo catalano è un problema con radici antiche. Con il Caudillo, la Catalogna, a grande maggioranza repubblicana di sinistra, è stata penalizzata. La destra moderata, Ciutatans, non esiste più: c’è Vox, ultradestra. L’idea che il Psc, uscito «vincitore» dalle elezioni, si possa alleare con Esquerra Repubblicana, può far rabbrividire gli spagnoli: il loro rappresentante, nel Congresso spagnolo, pagato con soldi spagnoli, che incassa nonostante dica che non gli interessino, durante l’investitura di Sánchez disse «non me ne frega niente delle sorti della Spagna, sono catalano». Impensabile governare con loro? No. Sánchez governa anche con l’appoggio del partito politico che rappresenta l’Eta. Sono messi peggio di noi?

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Carlo GirolaCaro Carlo,Sono abbastanza d’accordo con la sua ricostruzione, tranne che su un punto. Si tende a pensare che durante la dittatura la Catalogna fosse largamente repubblicana, di sinistra, antifranchista. Quando l’ho fatto presente a Manuel Fraga Iribarne, il braccio destro del Caudillo negli ultimi anni del regime, fondatore del partito popolare che ha poi governato la Spagna con Aznar e Rajoy, mi ha risposto che ogni volta che accompagnava Franco a Barcellona sfilavano tra due ali di folla plaudente, e le grandi famiglie della borghesia catalana facevano a gara a invitare il dittatore a casa loro. A dire il vero, l’Alzamiento del 1936 in Catalogna fallì, Barcellona si è battuta contro Franco in odio non solo al conservatorismo sociale ma anche al centralismo politico. Poi ovviamente anche in Catalogna c’erano i franchisti. E c’era una borghesia degli affari che dopo l’esperimento anarchico e le atrocità degli stalinisti considerò Franco il male minore.

Oggi nel Parlamento di Madrid i separatisti della Sinistra repubblicana appoggiano il governo di Pedro Sánchez, perché sanno di poter ottenere condizioni migliori dai socialisti piuttosto che dalla destra. Questo non significa che la soluzione sia vicina, anzi. Neppure i socialisti possono accettare il referendum sull’indipendenza, perché il loro granaio di voti è nelle regioni più povere della Spagna, come l’Andalusia e l’Estremadura; che certo non gradirebbero l’addio dei prosperi catalani, destinati a essere seguiti un minuto dopo dall’altra regione tradizionalmente più ricca di banche e industrie, i Paesi baschi. headtopics.com

LE ALTRE LETTERE DI OGGIStoria«Così mi sono laureato in Filosofia ai tempi del Pci»Mi sono laureato nel ‘66 alla Statale di Milano in Filosofia, ma con una tesi in Storia contemporanea perché al professore con il quale avrei voluto fare la tesi, Umberto Segre, intellettuale non allineato della sinistra non marxista, non era stato rinnovato l’incarico da parte di una Facoltà nella quale erano presenti molti docenti vicini al Partito comunista (tra i quali Franco Della Peruta, Ludovico Geymonat, Enzo Paci). Su suo consiglio (e di Gaetano Arfè) scelsi di laurearmi con il prof. Franco Catalano, mite studioso di area socialista, con una tesi intitolata «I socialisti italiani e la rivoluzione bolscevica (1917-1919). Marxismo gradualista e marxismo rivoluzionario». Sostenni che l’interpretazione della rivoluzione data da Gramsci in quel periodo conteneva elementi di carattere neoidealistico e soreliano, e che quella dei riformisti come Filippo Turati e Rodolfo Mondolfo, pur meno originale e stimolante sul piano culturale, appariva assai più realista e politicamente avveduta. Catalano, anch’egli professore incaricato in attesa di conferma, nel presentare la mia tesi disse di apprezzare il mio lavoro, ma di avere perplessità sulle valutazioni da me espresse su Gramsci. Si aprì uno scambio di opinioni tra i membri della commissione nel quale si stabilì più o meno che io non avevo capito niente di Gramsci. Anche il correlatore, Mario Dal Pra, socialista attento ai rapporti, anche accademici, con i comunisti, prese le distanze. Tutti d’accordo, Catalano rassegnato e deferente, e voto 103/110: una punizione rispetto alla mia media. Anche Catalano, pur tanto più prudente di Umberto Segre, ebbe la stessa sorte: l’incarico non gli fu rinnovato. L’egemonia culturale del Pci del tempo si esercitava anche così…

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