Coronavirus, perché ad Harvard hanno sbagliato

Coronavirus, perché ad Harvard hanno sbagliato

01/04/2020 23.16.00

Coronavirus, perché ad Harvard hanno sbagliato

Cosa sta imparando il mondo dalla gestione italiana del Covid-19? Alcuni studiosi della Harvard Business School hanno suggerito che gli altri Paesi non...

Cosa sta imparando il mondo dalla gestione italiana del Covid-19? Alcuni studiosi della Harvard Business School hanno suggerito che gli altri Paesi non devono commettere i nostri stessi errori (“Lessons from Italy’s Response to Coronavirus”, Harvard Business Review, Gary P. Pisano , Raffaella Sadun e Michele Zanini, 27 marzo). La loro ricetta è diretta. Chi è nelle posizioni di responsabilità deve stare attento ai propri preconcetti, non deve scegliere soluzioni parziali, deve imparare da ciò che sta accadendo e raccogliere e disseminare dati. Si tratta di lezioni interessanti. Noi proponiamo una riflessione diversa, basata su una valutazione della complessità che i decisori pubblici hanno affrontato, partendo da tre premesse: 1) è una crisi senza precedenti; 2) la dedizione del personale sanitario è straordinaria; 3) qualunque riflessione sul Covid-19 non può che essere provvisoria.

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Il team di Harvard suggerisce che la gestione italiana dell’emergenza Covid-19 sia stata carente a causa di «biascognitivi» in molte delle decisioni prese dalle istituzioni.Biascognitivi è un termine esoterico per esprimere un concetto semplice, e cioè che gli uomini spesso non leggono l’evidenza in maniera oggettiva, ma seguendo involontariamente schemi preesistenti o pregiudizi. Il che è vero, ma solo quando è possibile disporre di esperienze, evidenze e dati sufficienti a chiarire i termini del problema. Oggi non è così: la crisi è scoppiata in maniera incredibilmente veloce ed è proseguita con andamenti tutt’altro che lineari, tant’è che, pur con la disponibilità di molti più dati ed evidenze rispetto a un mese fa, è ancora difficile fare previsioni. È difficilissimo capire quale sia la cosa migliore da fare e quello che c’è da fare va fatto subito. È utile ricordare che fino a tre mesi non sapevamo neanche dell’esistenza di questo virus e ancora oggi il personale medico sta costruendo le procedure per affrontare la malattia. I dati arrivano, ma non si sa come leggerli perché non abbiamo quadri di riferimento sulle caratteristiche del virus o sulla gestione di processi così rapidi e complessi. Il problema è farsi venire idee velocemente su cosa fare, il più delle volte senza il tempo per verificare l’efficacia delle azioni.

D’altra parte, per insegnare qualcosa agli altri Paesi, è importante evidenziare anche le cose che hanno funzionato. E di “devianza positiva” nel nostro Paese ne stiamo vedendo molta: interventi specifici come le “zone rosse”, la conversione rapida di reparti per potenziare le terapie intensive o l’adattamento di molti specialisti alle esigenze delle cure necessarie per i malati più gravi.

Un altro aspetto importante è che quando si decide in condizioni di assoluta incertezza, emergenza e imprevedibilità, qualunque decisione avrà effetti asimmetrici, cioè favorirà qualcuno a scapito di altri. Perciò, il problema per chi ha responsabilità politiche non è solo di prendere decisioni giuste o sbagliate, ma di scegliere chi trattare con priorità. Non appena si è compresa la portata della malattia, in Italia si è scelto di anteporre la salute all’economia. Ciò ha contribuito a limitare i danni per le persone fisicamente più fragili con il rischio di penalizzare quelle più deboli dal punto di vista economico. E su questa decisione non c’è alcun

biascognitivo, ma solo la necessità prendere decisioni drammatiche e difficilissime. Infatti, non appena sono emersi i primi segnali dell’impatto economico del Covid-19, le misure sanitarie sono state integrate dalle decisioni di compensazione per le fasce più colpite.

Da questa esperienza stiamo imparando che qualunque scelta deve tenere conto di interessi, obiettivi, soggetti, istituzioni, spesso in alternativa fra loro. E ciò costituisce la forza di un Paese democratico, decentrato e pluralista. In queste condizioni, la ricerca dell’equilibrio tra forze e interessi che possono essere in parte divergenti è un ingrediente fondamentale, che tuttavia richiede tempo e la ricerca di compromessi per preservare la coesione sociale.

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Siamo nel campo delle opinioni. Resta il fatto che non è stato predisposto alcun piano aggiornato per le pandemie e che non si è provveduto nemmeno a mettere in sicurezza in primo luogo la front line. Questi sono fatti, non opinioni. E qualcuno ne dovrà rispondere. Una insaponata al governo assolutamente non obiettiva. Bisognerebbe capire invece come mai in tutto il mondo, fatta eccezione per la Corea del Sud, ci sia stato un iniziale rifiuto di fatti evidenti, che hanno causato la mancanza di preparazione preventiva.

Serviva un compromesso tra salute e crisi economica/sociale. Una scelta politica, che sono ben pagati per fare e pensare. Non è stato così è vedremo cosa ci aspetta in futuro Titolo ad effetto ma ne siete davvero sicuri? (Vedi link) Innanzitutto i presupposti mi sembrano deboli. Ad es. non è vero che che sia “una crisi senza precedenti”. Difatti vi erano almeno due precedenti degni di nota 1. L’epidemia codiv19 in Cina 1/n

Corea del Sud, Giappone, Singapore e Taiwan non conoscevano il virus come noi. Ma la gestione è stata esemplare. Il vostro tentativo di manlevare dalle proprie responsabilità chi ci governa è patetico. Ho letto l'articolo di HBR qui citato. Devo dire però che è di uno spessore ed un rigore enormemente più grande di questo che mi pare più un 'compitino'. Pochi dati, molti luoghi comuni. Volendo criticarlo, ci si doveva impegnare di più. E sì che ci hanno lavorato anche in tre

Non ho letto l'articolo di Harvard. Ma questo qui mi dà qualche delusione: i dati NON ci sono. Non è stato seguito alcun disegno di campionamento rappresentativo nei test. E non è ancora nemmeno in programma, dopo più di un mese. Così non si impara niente. Non vi servirà ad una minchia per rigirare le carte in tavola.

Ottimo articolo Perché sono americani

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