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Come (non) cambia la violenza contro le donne per una madre e per una figlia artiste

Due artiste attiviste, Silvia Levenson e Natalia Saurin, e tre domande per capire come la violenza di genere stia attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni.

25/11/2020 14.38.00

Due artiste attiviste, Silvia Levenson e Natalia Saurin , e tre domande per capire come la violenza di genere stia attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni. NoAllaViolenzaSulleDonne nonunadimeno nonseisola 25novembre

Due artiste attiviste, Silvia Levenson e Natalia Saurin , e tre domande per capire come la violenza di genere stia attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni.

Something Wrong, il video che le artisteSilvia Levenson, classe 1957, e sua figliaNatalia Saurin, nata nel 1976, hanno girato insieme affrontando il tema della violenza domestica quando ancora si sentiva nominare poco, e male.This content is imported from YouTube. You may be able to find the same content in another format, or you may be able to find more information, at their web site.

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Adesso c’è un’altra aria, in giro. Diviolenza di genereefemminicidiosi parla molto di più, spesso anche con efficacia, ma è l’unico passo avanti rispetto a un problema che continua a produrre numeri impressionanti (secondo l’Istat il 13,6% delle donne, circa 2milioni e 800mila italiane, ha subito violenze fisiche o sessuali da parte del partner o dell’ex partner) e che la pandemia ha esacerbato, se si pensa che solo durante il primo

lockdownle richieste d’aiuto alnumero 1522sono aumentate del 119% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.La denuncia di Silvia e Natalia, nate argentine e cresciute artisticamente e non in Italia, avrebbe dovuto continuare tra l’altro nel cortile di Palazzo Reale a Milano il 25 novembre, in occasione della headtopics.com

Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne,con l’installazioneIl luogo più pericoloso, curata da Antonella Mazza e inserita nel palinsesto I talenti delle donne 2020.Ma a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria alcuni dei circa cento

piatti di ceramicacon sopra scritte le frasi a doppio taglio del nostro quotidiano, pericolosissime ma travestite da luoghi comuni, hanno potuto solo essere impugnati dalle due artiste e da altre donne che hanno collaborato, e fotografati in piazza Duomo nell’ultimo giorno “libero” prima del lockdown.

Silvia Levenson (qui con Natalia Saurin e altre donne) ha progettato la mascherina con il suo simbolo dell’amore pericoloso per #sinergie: per dar voce alle donne ‘imbavagliate’ dell’Associazione ‘Non sei sola. Uscire dal silenzio. Contro la violenza’ di Biella.

Courtesy le artiste“Sei mia per sempre”. “Senza di me non sei niente”. “Non lo farò più” devono essere risuonate infinite volte tra le mura delle case del mondo, in questo periodo. Proprio a tavola magari, perché le pietanze servite calde e le stoviglie sono da sempre le prime testimoni dei buchi neri di cui sono intessute le headtopics.com

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relazioni familiari. Solo che gli spaghetti si mangiano e spariscono, i piatti no, al massimo si rompono in mille pezzi sul pavimento di casa.In ogni caso chiedere a madre e figlia, due artiste didue generazionidiverse impegnate sullo stesso fronte, il loro rapporto con questi temi era un’occasione troppo ghiotta per non coglierla. Abbiamo scelto tre domande, le stesse, per Silvia Levenson e Natalia Saurin.

SILVIA LEVENSONQual è stato per te il primo contatto con la violenza in generale?Il 1976 è l’anno delcolpo di statoin Argentina (avevo 19 anni) e della nascita di Natalia. Io facevo attività politica in un partito trotskista, l’idea era cambiare il mondo. Vivevamo nella

clandestinità. Sapevamo che i nostri amici scomparivano ma pensavamo, come era accaduto in altre dittature argentine, che sarebbero stati un po’ in prigione e poi liberati. Finché un giorno ho aperto il giornale e ho visto la foto di un mio cugino che era stato ammazzato. Ricordo la sensazione di morte e di sterminio che mi ha invaso. Poi è arrivata anche la presa di coscienza della situazione, quando hanno ucciso una mia zia e tanti altri compagni. Se vieni da un paese martoriato, è facile capire la

violenza: c’erano i militari da una parte e c’eravamo noi dall'altra. Era tutto molto netto, nella sua drammaticità. Quando Natalia aveva 4 anni, poi, siamo venuti in Italia.Qual è stato il tuo primo contatto con la violenza di genere?Sono una persona ottimista e ho la resilienza dei sopravvissuti, ma certo quando parlo della mia vita, mi accorgo che non mi sono fatta mancare niente. Mia mamma e mio papà si erano separati quando avevo sette anni e mia madre ci ha portati a vivere col suo compagno, che per noi è stato una sciagura. headtopics.com

La picchiava. Io e mia sorella… Ci sentivamo noi le vittime, non capivamo perché nostra madre si fosse messa in quella situazione. E nello stesso tempo sembrava quasi un menage normale. Una parte della mia famiglia discende da emigranti russi molto impegnati nel sociale, la parte di mia mamma era di campagna, e quando andavamo a trovarli eravamo abituate a vedere i miei zii che bevevano e diventavano aggressivi o addirittura picchiavano le donne di casa. Non c’era solo l’Argentina cosmopolita e aperta di Buenos Aires. Mi sono sposata a 16 anni per scappare di casa, e dopo sono restata sposata 30 anni con un uomo di 10 anni più grande di me, che è stato il mio compagno e anche un po’ il mio papà, uno che mi ha protetto.

Non ho replicato il modello. Non mi sono scelta un uomo violento. Ho interrotto la catena. L’unico strascico un po’ fobico che mi è rimasto è stato l’ossessione perl’autonomia. Da bambina mi ero fatta l’idea che mia madre fosse rimasta in quella situazione perché non poteva andarsene.

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Per te cos’ha a che fare l’arte con la violenza di genere?Quando ero in Argentina vedevo il femminismo come un movimento molto borghese, un po’ da salotto. Nella mia ingenuità pensavo che prima avremmo dovuto fare la rivoluzione, mettere a posto i nostri problemi economici e poi, solo alla fine, occuparci di quelli sociali. Ma venendo in Italia negli anni 80 sono riuscita a vedere le

manifestazioni femministe: mi hanno cambiata. Ho capito che il movimento era riuscito a modificare veramente la vita delle persone attraverso le leggi sull’aborto e sul divorzio e l’abolizione del delitto d’onore.Però ancora credevo che la violenza sulle donne fosse legata al sottosviluppo, alla campagna, ad ambienti culturalmente poco evoluti. Finché nel 2004, tornata da un viaggio in Argentina, ho trovato una mia carissima amica, un’artista molto forte e in gamba, all’ospedale per le botte ricevute dal suo compagno. L’ho accompagnata a fare la denuncia ed è stato difficilissimo. In un commissariato ci hanno fatto aspettare una vita in sala d’attesa per poi venirci a dire che il commissario non c’era e non si poteva fare la denuncia. In un altro abbiamo aspettato e poi ci hanno detto che stavano imbiancando una stanza… Non siamo riuscite. Ci siamo districate meglio grazie all’appoggio di un’

associazione femministache sosteneva le donne in difficoltà. Lì ho visto di tutto, mi si è aperto un mondotrasversaledi violenza. È stato allora che ho iniziato a fare lavori artistici con le bombe a mano rosa: questa è una guerra. Senza tute mimetiche perché e le donne credono di avere il controllo delle loro vite sempre, e invece no.

Fare arte su questo per me significa spostare l’asse dell’attenzione verso il problema: che invece che individuale, personale, intimo deve essere percepito comecollettivo, la manifestazione di un aspetto della società, una parte malata che ci riguarda tutti. Con l’arte difficilmente puoi cambiare il mondo, ma lo sguardo sulle cose sì.

Il movimento femministaNi Una Menosnato in Argentina nel 2015, e che poi si è diffuso in tutta l’America latina e oltre, si dà da fare per questo in modo molto inclusivo. Anche ora, con la pandemia, gruppi di donne artiste vanno nei quartieri e fanno performance adatte a tutte le età e strati sociali. Il mio ideale di arte è quella che non ti dà la sensazione di dover sapere la

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