«Ciao mammona, stai tranquilla»: le vittime del Covid raccontate dai loro oggetti

Le fedi, il biglietto, la foto: le storie dei morti di Covid negli oggetti rimasti in ospedale (500 sacchi)

21/10/2021 14.30.00

Le fedi, il biglietto, la foto: le storie dei morti di Covid negli oggetti rimasti in ospedale (500 sacchi)

Piacenza, in 500 sacchi l’Ausl ha raccolto gli effetti personali dei deceduti. Ma 60 restano anonimi tra cui due fedi: «Giovanni e Pasqualina». Pochette, camice da notte e biglietti: si cercano familiari

Due fedi di matrimoniovalgono più dell’oro che pesano,una camicia da notteappartenuta alla propria madre ha un significato sconfinato, difficile da spiegare razionalmente, eun biglietto con scritto «ciao mammona»custodisce la testimonianza senza prezzo di un ultimo saluto a un genitore.

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L’opera di restituzione degli oggetti lasciati nelle strutture dell’Ausl di Piacenza in piena emergenza Covid è stato un viaggio nel comparto soggettivo del valore. Una restituzione di storie, più che di beni. Vite di oltre 500 famiglie che hanno dovuto abbandonare la mano dei propri cari e che ora, aggrappati a un ricordo tangibile, possono ricostruire un pezzo di cammino che non hanno vissuto al loro fianco.

Ma restano anche frammenti senza nome, più di 60 sacchi di oggetti di anonimi e mai reclamati.La restituzione degli oggettiDal 20 febbraio al 30 giugno, a Piacenza, si sono registrati 938 decessi per Covid.«Ci siamo ritrovati con l’ospedale colmo di sacche con gli effetti personali dei pazienti ricoverati e vittime del virus. Solo alla fine dell’emergenza abbiamo iniziato ad occuparci della gestione dei beni rimasti nelle strutture», racconta headtopics.com

Gabriella Di Girolamo, dirigente delle professioni sanitarie dell’Ausl piacentina, coordinatrice del processo di identificazione e restituzione. Ma restituire ai legittimi proprietari o ai familiari i sacchi è stato un rompicapo complesso, a cui la dirigente si è dedicata col supporto delle avvocate

Elisabetta Tinelli (Uo affari generali e lagali) e Manola Gruppi (ufficio legale), per garantire sicurezza al percorso. «È stata un’operazione lunga e impegnativa — spiega Di Girolamo — Abbiamo fatto una scelta etica, anche se forse più difficile da gestire:

non abbiamo eliminato nulla, perché ci siamo resi conto che per i familiari era importante ricevere indietro anche solo la camicia da notte della mamma o le scarpe del papà».Cinquecento sacchiCirca 500 sacchi abbandonati in reparto, con indumenti, fotografie, cellulari, dentiere, borsellini, pochette per il trucco

. «Di tutto — prosegue la dirigente — Oggetti spesso di poco conto, soprattutto, ma di grande valore affettivo. Il 70% è stato restituito ai parenti delle vittime.Rimangono senza nome una sessantina di sacchetti». Beni entrati in struttura senza che qualcuno riuscisse a identificare il proprietario, o senza che il malato fosse in grado di presentarsi. headtopics.com

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Oggetti mai reclamati, etichettati come «sconosciuto uomo», «anonima donna» e messi in un angolo nei container della protezione civile. «Continuiamo a custodirli nell’attesa che qualcuno si faccia avanti, descrivendoci l’oggetto», aggiunge la coordinatrice. Tra gli oggetti senza nome ci sono vite scomparse nel vortice della pandemia, memorie che non riescono a raggiungere i parenti e raccontar loro la fine di un percorso all’interno delle pareti dell’ospedale.

Le fedi, il ciondolo, il biglietto della mammaLe fedi di Giovanni e PasqualinaStorie diverse l’una dall’altra, per quanto molto simili.In un sacchetto, erano custodite due fedi identiche, con la stessa data e due nomi all’interno. Su una è inciso «Giovanni a Pasqualina», sull’altra «Pasqualina a Giovanni»

. Sono state trovate nello stesso reparto. «Abbiamo provato a rintracciare tutte le persone con questi nomi che, nel periodo del terremoto sanitario, erano state ricoverate. Macontattando alcuni parenti non abbiamo avuto riscontro di due persone che si chiamassero così

e si fossero sposate nell’anno indicato dalle fedi», racconta l’avvocata Tinelli. Potrebbe essersi trattato di un figlio che aveva portato con sé le fedi dei genitori, o di entrambi i coniugi ricoverati nelle strutture dell’Ausl.Rimane un mistero, perché nessuno si è fatto avanti per avere indietro quel simbolo di unione senza tempo headtopics.com

. Nei periodi più bui dell’emergenza, i malati non potevano ricevere visite e gli ospedali erano off limits. Quando gli abbracci erano negati, un biglietto scritto era l’unico modo per trasmettere la vicinanza al letto di ospedale. «Abbiamo rinvenuto una fotografia che ritrae tre persone, accompagnata da un biglietto: “Ciao mammona, stai tranquilla, ci vediamo presto. Un bacione”

— riporta il team legale dell’Ausl — Non possiamo sapere se questa persona sia tornata a casa, ma sarebbe importante riuscire a rintracciare un parente per riconsegnargli la foto, sicuramente simbolo di un momento molto significativo». Un dono rassicurante, che voleva essere un arrivederci ma potrebbe essersi trasformato in un addio al genitore.

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E chissà che la scatola di gioielleria emersa dagli oggetti anonimi, con un ciondolo al suo interno, non simboleggiasse una promessa. «È una confezione bianca, larga 8 centimetri. Non certo una scatola con cui si esce di casa. Inoltre, la collana al suo interno indica senza dubbio un sentimento forte. Pensiamo che qualcuno l’abbia portata alla persona ricoverata per fargliela avere e farsi sentire vicino», proseguono le avvocati. Ipotesi che aspettano una conferma da mesi.

Il 28enne adottato che ha perso i genitoriUn portagioielliPacchi anonimi, telefoni di parenti squillati a vuoto, beni reclamati ma mai trovati, familiari che hanno rinunciato a riavere indietro gli oggetti. Eppure, la maggior parte delle storie sono state ricostruite, e i beni restituiti. In pochi casi sono andate di persona, a recuperare i propri sacchetti, i

pazienti sopravvissuti al virus. «Sono una percentuale bassissima, neanche significativa— riportano le avvocate — Ricordiamo un uomo sulla cinquantina, guarito dal Covid e venuto a ritirare i valori. Ha condiviso con noi il suo viaggio nella malattia: quando ha chiuso gli occhi si trovava a Piacenza, una volta riaperti era a Ravenna in terapia intensiva». La maggior parte dei beni è stata consegnata ai parenti delle vittime. «Nel percorso di restituzione abbiamo notato come intere famiglie siano state annientate dal Covid — spiega Elisabetta Tinelli —

Un giorno, un ragazzo giovane, di circa 28 anni, adottato da un paese extraeuropeo, è venuto qui a riprendere i vestiti e i valori indossati dai due genitori, ricoverati in momenti diversi durante la pandemia. Ha perso entrambi, ed è rimasto solo

. Uno dei casi più toccanti che ricordi». Una processione silenziosa, vissuta da ciascuno con i tempi dettati dalla riapertura del dolore. «Nostro malgrado, abbiamo partecipato a tutti i lutti. Da quello di un signore che è venuto a prendere gli indumenti della madre, e

la cosa che più cercava era la camicia da notte— racconta Tinelli —alla moglie di un cittadino degli Stati Uniti, arrivata direttamente dall’America per recuperare i valori del marito, che si trovava a Piacenza per lavoro ed è morto di Covid nel nostro ospedale».

Il tetrisNon è stato semplice. Il primo ostacolo è stato ricostruire i percorsi dei pazienti. Nei mesi più concitati dell’emergenza, le persone venivano trasferite nelle unità in cui si trovava un letto libero.A volte, significava spostare un malato in altre Ausl della regione

. «La maggior parte delle persone non sono né state dimesse né decedute nella stessa unità operativa in cui sono entrate», nota Di Girolamo. Con la collaborazione della divisione sanitarie e del coordinatore della camera mortuaria,

è stato così messo insieme un grosso database. Un collettore di nominativi e numeri di telefono, di chi ce l’ha fatta e chi è rimasto vittima della pandemia. Di questi, sono stati chiamati i parenti. «Ci siamo impegnati per tracciare e rendere trasparente tutto il lavoro di ricerca, affinché si possa dire che nulla è stato lasciato al caso», conclude la dirigente delle professioni sanitarie dell’Ausl piacentina. E fa un appello: «

Se qualcuno riconoscesse come suoi o dei propri cari gli oggetti anonimi, può scrivere una mail a urp@ausl.pc.it inserendo una descrizione dettagliata per l’identificazione del bene in questione o chiamare allo 0523-303123».La newsletter del Corriere di Bologna

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