Carmen Consoli, la maternità e il nuovo disco: «Lasciamo tempo al cuore» - VanityFair.it

La cantautrice presenta il suo nono album in studio, «Volevo fare la rockstar», ricco di immagini oniriche per raccontare (e raccontarsi)

25/09/2021 23.00.00

La cantautrice presenta il suo nono album in studio, «Volevo fare la rockstar», ricco di immagini oniriche per raccontare (e raccontarsi)

La cantautrice presenta il suo nono album in studio, «Volevo fare la rockstar», ricco di immagini oniriche per raccontare (e raccontarsi): «La società della performance mette a repentaglio i sogni, che sono fondamentali». Dalla prima cassetta di Elvis Presley fino all’amore per il figlio Carlo, nato con la fecondazione assistita: «Gli ho proposto di conoscere il papà, mi ha detto che non gli interessa. Ha la sua serenità»

Su quel banco già sognava le chitarre elettriche?«Tutto comincia proprio dalla scuola, grazie al potere dell’immaginazione: guardavo la lavagna, magari c’erano disegnati gli insiemi, e sognavo ad occhi aperti. Una chitarra vera, certo, ma anche un palco, le luci colorate e la gomma da masticare, quella rosa. Perché ero convinta che una rockstar dovesse saper fare le bolle».

Una cameretta piena di poster?«Persi la testa quando mi regalarono una cassetta di Elvis Presley, la consumai dentro il mangianastri. Tra l’altro in Sicilia erano gli anni delle faide, mi capitava spesso di vedere un uomo disteso sotto al telo bianco, che spuntavano soltanto le scarpe, sempre di pregevole fattura perché al Sud ci tengono: ecco, quando la realtà non mi metteva a mio agio, sognavo. Mi aggrappavo alla musica, e sognavo».

A post shared by Carmen Consoli (@carmenconsolimusic)Grande merito va a suo papà, scomparso anni fa. Si sente però che è ancora molto presente nella sua vita (e nel nuovo disco).«Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di sognatori: mamma veneta e papà siciliano, un matrimonio di culture che trovava la sua massima espressione nel cibo. Quella tavola con polenta e caponata, diventava il mio palco: giocavamo, i miei genitori mi distraevano dalle cose brutte che succedevano intorno a noi. Mi dicevano di pensare alla musica, soprattutto mi hanno insegnato a prendermi il tempo per sognare». headtopics.com

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Il tempo, appunto. Nel disco esce una critica, non proprio velata, ai ritmi di questa società.«Parlo di anime in carriera, perché ho la sensazione che oggi si insegua la performance a tutti i costi, il successo come imperativo categorico. Credo si debba tornare a dare più importanza al cuore, a valori extra sociali come la felicità, che certo non dipende dal PIL».

Critica pure gli imbonitori contemporanei e usa il personaggio di Mago Magone, una delle tante figure fiabesche dell’album. È preoccupata?«Purtroppo oggi puoi leggere tutto e il contrario di tutto nel giro di pochi minuti. Così, se sei bravo a toccare i tasti giusti, riesci con qualche slogan a farti seguire. Ma si torna al discorso dell’importanza del tempo: è necessario per informarsi bene, per riflettere, per pensare. Anche per elaborare un lutto e per godersi una gioia: le emozioni hanno bisogno di tempo».

Durante il lockdown, il tempo si è come fermato. Questo suo album, e queste sue riflessioni, nascono anche lì?«In realtà l’album era già quasi pronto prima dell’esplosione del Covid. In pandemia ho scritto

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