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Bukele, il 'ragazzo' che controlla il Salvador con il suo cellulare

Alle elezioni di fine febbraio il partito Nuevas Ideas del presidente salvadoregno ha ottenuto un numero record di deputati che gli consentirà di govern…

10/03/2021 17.11.00

Bukele, il 'ragazzo' che controlla il Salvador con il suo cellulare: Alle elezioni di fine febbraio il partito Nuevas Ideas del presidente salvadoregno ha ottenuto un numero record di deputati che gli consentirà di governare praticamente da solo. La…

Alle elezioni di fine febbraio il partito Nuevas Ideas del presidente salvadoregno ha ottenuto un numero record di deputati che gli consentirà di govern…

9 minuti di letturaA Nayib Bukele, il presidente più giovane dell’intero continente americano, non piace girare per strada, non gli piacciono gli indigeni e nemmeno frequentare i mercati locali o farsi fotografare mentre tiene in braccio bambini altrui. Al trentanovenne capo dello Stato de El Salvador piace il proprio smartphone, gradisce i sondaggi sulla sua immagine pubblica e vuole «attuare, attuare, attuare». Gli è bastato questo per porre fine a trent’anni di bipartitismo e trasformare radicalmente la scena politica di un paese segnato dall’eredità di una sanguinosa guerra civile (1980-1992) conclusasi quando Bukele aveva soltanto 10 anni.

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 Secondo il suo consigliere e biografo Geovani Galeas, il neopresidente è un leader multitasking in grado di gestire il destino del popolo dagli schermi del suo ufficio, e possiede una personalità politica paragonabile a quella di Fidel Castro o di Mao. Secondo la sua ex avvocata, invece, e attuale avversaria politica, Bertha Deleón, Bukele è «un adolescente con il potere in mano, incapace di mantenere una conversazione –nemmeno sui temi più importanti- senza staccare gli occhi dal cellulare». Tra un’immagine e l’altra si collocano le mascherine e le magliette con la sua faccia stampata sopra, in vendita a 12 dollari l’una nel centro della capitale; lo ritraggono come un messia che inaugura ospedali e sfida oscuri poteri nel Parlamento. 

 A Bukele sono bastati due anni nel potere per trasformarsi da giovane politico a leader di una specie di "telecrazia" moderna, un fenomeno sociale applaudito dentro i confini nazionali e criticato dall’esterno, dall’Organizzazione degli Stati Americani (Oea) o da Human Rights Watch, che ritengono che El Salvador stia per scivolare in «una dittatura». Il nuovo governo di Joe Biden ha preso le distanze da Bukele, che tuttavia nel proprio feudo non ha rivali e gode di un indice di popolarità tra i più alti del continente – raccoglie consensi superiori al 71%-. Le cifre rivelano un’abilità che va oltre la buona padronanza di Twitter e perfino i suoi avversari gli riconoscono dei successi, nel mandato in corso, tra cui aver ridotto la violenza a livelli quasi mai visti prima, nel paese, e una gestione della pandemia che ha abbinato un confinamento rigoroso a un aiuto economico diretto, di 300 dollari, alla popolazione.  headtopics.com

Figlio di padre musulmano - originario di Betlemme, in Palestina - che spinse per la costruzione di alcune delle prime moschee in America latina, Bukele sente sia la politica che la pubblicità in modo quasi epidermico.Abbandonò alla fine del primo anno l'università, dove era iscritto a Legge, e iniziò a lavorare nell’agenzia del padre, che curava l’immagine del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln), lo storico partito di sinistra, ma rappresentava anche il marchio Yamaha nel Salvador.

Fece il suo ingresso in politica con il Fmln, nella cui lista venne eletto sindaco di San Salvador (2015-2018). In quegli anni si fece conoscere come gestore efficace della cosa pubblica, capace di riabilitare il pericoloso centro città. Durante il suo mandato erano frequenti le frasi e gli slogan del tipo «dobbiamo cambiare la storia» o «un’azione al giorno», fino a quando nel 2016 ebbe il primo scontro con la democrazia. Bukele garantì al procuratore generale che il popolo sarebbe andato a «scacciarlo dal suo ufficio» per aver chiamato il sindaco a dichiarare in un processo istruito contro di lui: Bukele era sotto indagine perché ritenuto presuntamente a capo di un gruppo di informatici che hackerarono il quotidiano La Prensa Gráfica. Si presentò all’appuntamento con la giustizia accompagnato da un migliaio di fans.

All’epoca era soltanto un sindaco di 34 anni che se la tirava molto, la futura star della politica salvadoregna che si ergeva sulle ceneri del bipartitismo, ma alcuni dei tratti caratteristici del suo modo di esercitare il potere erano già evidenti: ripudiare gli altri poteri dello Stato, se viene contraddetto; operazioni poco limpide per promuovere la propria immagine e pieno scontro con la stampa.

di EDUARDO GALEANO04 Agosto 2020In questi due anni alla guida del governo i suoi attacchi al giornalismo si sono rivolti sia contro le testate locali, come El Faro, Gatoencerrado e Factum, sia ai giornalisti oltre frontiera, come l’agenzia di comunicazione statunitense Associated Press. Non si è limitato alle critiche, nei riguardi dei mezzi di comunicazione indipendenti: ha addirittura promosso un’indagine per riciclaggio di denaro sporco contro El Faro, per le sovvenzioni ricevute da benefattori internazionali. headtopics.com

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 Alla fine del mandato di sindaco di San Salvador si scontrò anche con il suo partito, che non aveva in mente lui come candidato per le presidenziali. Ma non si fece problemi ad abbandonare lo schieramento e, pur di vedere materializzarsi le proprie ambizioni, ad agganciarsi all’ultimo istante a un altro partito, la Grande Alleanza per l’Unità Nazionale (l’acronimo, Gana, significa anche «vinci», in spagnolo, N.d.T.), che vanta una sfilza di casi di corruzione, ma che fornì a Bukele il registro elettorale di cui aveva bisogno fino a quando non fu in grado di dare forma legale a un partito tutto suo, Nuevas Ideas (Ni). Fu proprio nel corso di quella battaglia contro il suo vecchio partito, contro la destra e contro la stampa che poco a poco forgiò l’immagine di ribelle idealista che tanto seduce i giovani.    

Per poter spiegare una crescita così veloce bisogna comprendere il putridume da cui sorge, e cioè gli scandali di corruzione dilagati negli ultimi decenni nella politica salvadoregna e finiti con due presidenti in carcere e uno in fuga dal paese: l’evidenza dell’agonia del sistema partitico prodotto dalla guerra. Il Bukele pubblicitario lanciò frasi come "Restituiteci il malloppo", diventate poi slogan efficaci in campagna elettorale e ripetute come un mantra dai suoi seguaci in ogni comizio. 

In questi anni i social sono stati il suo grande alleato: attraverso i social Bukele ha silurato ministri, supervisionato lavori pubblici, criticato la stampa, annunciato il proprio matrimonio o mostrato l’ecografia di sua figlia. Se ha bisogno di uno spazio più ampio per spiegarsi, allora usa le dirette su Facebook. Si è autodefinito "il presidente più cool del mondo" in un paese dove soltanto il 10,7% della popolazione maggiore di 18 anni usa Twitter, ma dove quasi il 40% segue attraverso i social la vita politica del paese, secondo i dati di un sondaggio realizzato da Lpg Datos per conto dell’Università Centroamericana (Uca). All’"effetto Bukele" bisogna aggiungere l’avvicendamento generazionale – situato intorno ai 29 anni di età - e il fatto che, in base al censo, quasi la metà dei salvadoregni che ha votato alle ultime elezioni (il 48%, più concretamente) ha un’età media di 38,9 anni: la stessa del presidente. 

di DANIELE MASTROGIACOMO10 Febbraio 2020Bertha Deleón è stata avvocata di Bukele tra il 2016 e il 2019 in due processi. Per molti anni è stata la sua persona di fiducia nei tribunali, fino a quando, il 9 febbraio del 2020, ruppe via WhatsApp ogni rapporto con lui: "Hai fatto una gran cagata" gli scrisse in un messaggio inviato al telefono personale del presidente quando Bukele entrò in Parlamento scortato dai militari per obbligare i deputati ad approvare un prestito per la sicurezza. «Ha dato la spunta al messaggio e non ci siamo mai più sentiti», dice Deleón, che ha preso le distanze da Bukele. Quella domenica di febbraio ha segnato una svolta nella carriera politica di Bukele e ha inviato un segnale d’allarme alla comunità internazionale, che da allora tiene scrupolosamente d’occhio il suo operato. «Sopravvaluta la mia capacità di pianificazione; io faccio quello che credo di dover fare», disse Bukele a El País quella notte, lasciando intendere che fosse stato "il popolo" a condurlo fino a quel punto. headtopics.com

  «Il discorso di Bukele è intriso d’odio in un paese violento. È un uomo brillante nel campo della pubblicità; non dobbiamo infatti dimenticare che viene da quel mondo», sottolinea Deleón. L’avvocata descrive Nayib Bukele come «un drogato dei sondaggi sulla propria immagine e su quel che pensa di lui il popolo; incapace di mantenere una conversazione perché guarda lo schermo del telefono di continuo». Una delle critiche più dure della sua ex collaboratrice riguarda il disprezzo del presidente per gli accordi di pace – li definisce «una farsa»-, che vennero firmati quando lui aveva dieci anni e posero fine a una guerra civile che aveva causato 100.000 morti. «È vissuto tra la bambagia, ha trascorso l’infanzia al sicuro e non ha dovuto patire per la guerra», afferma. 

GOVERNARE UN PAESE VIA SMARTPHONEL’àmbito familiare privilegiato da cui proviene, il suo discorso belligerante e il definirsi cool non provocano un cortocircuito della sua immagine pubblica; sono sfaccettature diverse, che ha saputo sfruttare a tornaconto proprio. Bukele ha dato forma a un modello di "telecrazia moderna", priva di ideologia e il cui discorso si basa sull’efficacia. Pensa che con un cellulare si possa governare un paese, dicono i suoi consiglieri, e sa che il miglior capo ufficio stampa è lui stesso. Bukele preferisce conversare su Instagram - col berretto indossato al rovescio, la visiera sulla nuca - con il rapper René Residente, anziché concedere un’intervista alla CNN. L’account Twitter gli serve sia per postare un selfie dall’Assemblea dell’ONU poco prima di pronunciare un discorso alla presenza dei mandatari mondiali, sia per far girare foto dell’interno delle carceri, con centinaia di ragazzi delle gang  seminudi, ammanettati e stipati nelle celle, per dare l’immagine di mano dura contro le bande criminali che poi gli risulta così redditizia in termini di consenso popolare. 

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Secondo il presidente, la diminuzione della violenza - passata dai 50 omicidi ogni 100.000 abitanti di quando lui è arrivato al potere ai 19 di ora - è dovuta agli effetti del Piano di Controllo Territoriale che l’Esercito ha messo in atto in ogni angolo del paese e alla mano dura applicata sia nelle strade che nelle prigioni, autorizzando i militari a sparare e a uccidere, in caso di necessità. In base alle rivelazioni del quotidiano El Faro questa pacificazione è dovuto in realtà a un patto con le gang che il presidente ha negato di aver stipulato. 

È sposato con Gabriela Rodríguez, una psicologa infantile con la quale iniziò a uscire una decina di anni fa, ma quasi tutte le fonti consultate sono d’accordo nel dire che i suoi fratelli sono le uniche persone di cui Bukele davvero si fida. Karim, Ibrajim e Yusef Bukele Ortez formano il cerchio magico del potere che circonda il presidente salvadoregno: sono i suoi fratelli, cioè i quattro figli nati dalla coppia formata da Olga Ortez e Armando Bukele Kattán, che di figli ne ha in tutto dieci. Pur non ricoprendo alcuna carica pubblica ufficiale, numerose fonti confermano che i fratelli del presidente sono i suoi principali strateghi e gli uomini di cui ascolta le voci. 

«Non c’è ideologia; l’ideologia è un approccio da XX secolo e Bukele è un presidente del XXI secolo», sostiene Geovani Galeas, uno dei suoi consiglieri, durante un’intervista svoltasi nella capitale. «L’asse ideologico di Bukele ha smesso di essere sinistra/destra per diventare "loro", quel 2% della popolazione che detiene la ricchezza, e "noi", il restante 98% di persone danneggiate da 200 anni di corruzione», risponde. 

Galeas, autore di due libri su Nayib Bukele, dichiara che al presidente basta il telefono per governare, senza necessità di perdere ore e ore negli spostamenti. Secondo Galeas - che descrive l’ufficio di Bukele come un tavolo collocato davanti a vari schermi -, la dote principale del presidente è di essere multitasking, - di essere cioè in grado di fare diverse cose contemporaneamente - e il problema principale «sarà trovare nel futuro qualcun altro come lui», dice. L’autore paragona il giovane presidente a Fidel Castro o a Mao, in linea con la teoria della spiccata personalità, che i vecchi manuali comunisti raccoglievano.

Il suo discorso ha fatto presa sulla popolazione salvadoregna, che nel corso della storia ha alimentato il flusso migratorio verso gli Stati Uniti con un esodo di cittadini in fuga dalla violenza, la povertà e l’assenza di opportunità nel loro paese. Nell’ultimo anno la percentuale di salvadoregni nelle carovane è calata per effetto – tra gli altri fattori - della nuova aria che tira nel paese e delle misure adottate da Bukele per impedire l’uscita dei migranti, come la creazione di pattuglie di frontiera, l’arresto dei presunti organizzatori di carovane o le 16.000 persone finite nei centri di internamento per aver infranto il soggiorno obbligato. 

Quando nel giugno del 2019 Nayib Bukele formò il suo nuovo governo cambiò tutti i ministri eccetto uno, quello delle Finanze, Nelson Fuentes. Fuentes descrive  Bukele come un uomo impegnato ad «attuare, attuare, attuare: la base del suo desiderio di mantenere le promesse – nel tempo più breve e il meglio possibile - fatte ai cittadini». Un anno dopo essere entrato nel governo, nel giugno del 2020, Fuentes si dimise per presunte pressioni del presidente, che voleva utilizzare la finanza pubblica contro i suoi nemici politici. «Un ministro è sempre oggetto di pressioni», dice. «Verso la metà dell’anno ho iniziato a pensare che avevamo visioni diverse su come raggiungere la stabilità nel paese e ho ritenuto che fosse meglio andarmene», spiega a proposito della sua uscita dal governo e della complicata situazione in cui versano i conti pubblici come conseguenza del grande aumento della spesa pubblica nel bel mezzo di una caduta dell’8% del Pil a causa della pandemia. «Le mie preoccupazioni sono diverse da quelle del presidente. Sono stati momenti difficili», sottolinea nell’unica intervista concessa da allora a un mezzo di comunicazione.  

Due anni fa il telegenico Bukele ottenne una vittoria clamorosa, non ci fu bisogno di una seconda tornata elettorale, e sconfisse lo storico partito dell’Fmln, erede della guerriglia, che aveva governato il paese negli otto anni precedenti. Da allora Bukele ha governato in perenne scontro con il Parlamento, che prima delle ultime elezioni era in mano all’opposizione, ma ora questo stato di cose si è capovolto visto che Nueva Ideas ha vinto con un gran distacco, come del resto avevano previsto i sondaggi. Ha il controllo del Parlamento e quindi la possibilità di cambiare la Costituzione, la Procura o la giustizia... poteri che prima non erano nelle sue mani.

Bukele non fa nulla per nascondere le proprie ambizioni di potere, e non si sforza nemmeno di sembrare simpatico. Le poche volte che ci ha provato ha trasmesso una strana sensazione di frivolezza, più confacente a un millennial che a un capo di Stato, come il giorno in cui ha girato un video mentre scorrazzava a gran velocità a bordo di una Ferrari per uno dei paesi più poveri del pianeta; o il giorno che ha spedito decine di ordini ai propri subordinati, per concludere la giornata ordinando all’intera popolazione di andare a dormire. O, più di recente, quando ha sostituito la foto personale di un suo social con quella di un uccello, per contrastare i meme che ridevano di lui per le sue gambe secche. Quando prende confidenza e si sente comodo gli piace dimostrare che, prima di essere presidente, ha avuto una discoteca.

E così, quando vuole ossequiare l’interlocutore, afferra la bottiglia e versa il rum dando dei colpetti al raso bocca della bottiglia e calcolando così la quantità che dovrà servire agli ospiti, proprio come un vecchio barman. È uno dei pochi gesti affabili che gli ha visto compiere chi gli sta intorno. 

Appassionato dei videogiochi, amante del lusso e delle auto costose, Bukele è riuscito a sgattaiolare attraverso la propria vita pubblica senza bisogno si chiarire se sia cattolico, musulmano o evangelico: ha detto soltanto che «crede in Dio». Dio è stato proprio lo strumento usato per risolvere il momento più critico della sua vita politica, quando quel 9 febbraio del 2020 migliaia di seguaci lo incitavano, nel Parlamento, a impadronirsi con la forza della casa della legge. Bukele aveva ricevuto poco prima una telefonata dall’Ambasciata Usa che gli chiedeva prudenza ma, alla presenza dei suoi sostenitori, non disse nulla. Non fece altro che osservare qualche secondo di silenzio, sollevare il dito e segnalare il cielo come il luogo da cui gli giungeva l’ordine di ritirarsi. Nel giro di pochi minuti la folla, esaltata, si calmò, per poi ritirarsi pacificamente dal Parlamento. Il pubblicitario aveva vinto di nuovo, giurando però vendetta. Arrivata con le ultime elezioni.

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Questo articolo è pieno di menzogne, si questo uomo è stato scelto democraticamente per un popolo stanco di tantissimi saccheggi alle risorse dello stato, fino adesso il popolo salvadoregno aveva avuto al mandò gente corrotta,ladri che hanno impoverito el paese! Un monito, ci stava provando anche trump, per fortuna fermato. I popoli rincoglioniti, rischiano di brutto di trovarsi gente del genere che li riduce a sudditi, in un click!

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