Boss Doms: «Mi metto a nudo per combattere l'omologazione» - VanityFair.it

In occasione dell'uscita di «Pretty Face», il suo ultimo singolo, Boss Doms sceglie di posare nudo per dire agli ascoltatori di ribellarsi alla dittatura degli stereotipi imposti dalla società

20/02/2021 12.00.00

In occasione dell'uscita di «Pretty Face», il suo ultimo singolo, Boss Doms sceglie di posare nudo per dire agli ascoltatori di ribellarsi alla dittatura degli stereotipi imposti dalla società

In occasione dell'uscita di «Pretty Face», il suo ultimo singolo, Boss Doms sceglie di posare nudo per dire agli ascoltatori di ribellarsi alla dittatura degli stereotipi imposti dalla società. Dai tormenti esistenziali al rapporto con Achille Lauro (che forse lo riporterà a Sanremo), ecco cosa ci ha raccontato

Pechino Expressnel 2017) che vedremo presto su Amazon Prime Video.Posare nudo come è stato?«Terribilmente imbarazzante, ma questo mi ha dato una motivazione in più: se fosse stato facile, non avrei fatto nessun tipo di sforzo, invece adoro mettermi alla prova, scoprirmi per quello che sono, nei pregi e nei difetti».

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Il corpo avvolto dall’oscurità è anche uno dei temi portanti diPretty Face: qual è il buio da cui dobbiamo scappare?«È legato allo svelarsi, perché quando ti sveli metti sempre in luce una parte di te. È per questo che, quando ho annunciato il singolo, ho messo in luce il corpo ma non il volto, che era l’unica cosa che non si vedeva. La copertina, infatti, è senza volto, indica che non voglio mettere me stesso al centro dell’attenzione, ma l’ascoltatore, non la mia faccia, ma la faccia di tutti. Il mio messaggio è rivolto a tutti, anche a chi odia la mia musica».

Il messaggio è che siamo tutti schiavi di qualcosa.«Viviamo in uno stato di ipnosi. Ci mancava la mascherina: non facevamo tanto caso ai volti prima, figuriamoci adesso. Viviamo in un mondo in cui è molto difficile vedersi in faccia veramente, ed è per questo che andiamo sui social per far vedere agli altri una caricatura di noi stessi. La coincidenza delle mascherine è qualcosa che fa paura: vorrei davvero che provassimo ad aprire gli occhi. In fin dei conti, quando moriamo i conti li facciamo solo con noi stessi». headtopics.com

L’omologazione lei la combatte da tempo. Qual è la chiave per uscirne?«Andare alla ricerca di qualcosa che scandalizzi gli altri fa peggio. La cosa migliore è essere sé stessi, anche esagerandosi. Per comunicare un messaggio in maniera efficace secondo me lo devi urlare, non puoi dirlo sottovoce».

Accettare sé stessi può richiedere tutta la vita. Lei a che punto è?«Non mi sono ancora accettato del tutto, penso che ci lavorerò finché morirò. Bisogna essere molto sinceri con sé stessi ed essere autocritici, perché siamo noi i soli responsabili a cui dobbiamo rispondere. Un’altra cosa che ho capito della mia vita è che tutto quello che mi sta sul cazzo mi assomiglia».

Cioè?«Se una persona ha un atteggiamento che mi sta sul cazzo è perché probabilmente quell’atteggiamento ce l’ho anch’io, solo che non riesco a rendermene conto. Quando siamo fidanzati facciamo delle stronzate, ma se viene l’amico a chiederci un consiglio allora diventiamo degli psicologi. Quando non vivi in prima persona una cosa è molto più semplice vederla in maniera oggettiva».

Cosa le sta sul cazzo di sé stesso?«Certi modi di fare e di comportarsi in determinate situazioni. Visto che nella mia famiglia ci sono diverse persone con problemi psichiatrici, ho capito anche che l’isolamento è la cosa peggiore perché ti porta a creare un tuo mondo ed alimentarlo con le tue problematiche. Vivere nella società aiuta perché ti fa vedere per quello che sei e aiuta a farti capire che tipo di persona vuoi diventare». headtopics.com

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Cos’è l’isolamento per lei?«Certe volte ho bisogno di stare da solo perché nella solitudine performo meglio in campo musicale. Ci sono, però, anche dei momenti in cui ho bisogno di stare nella società per mettermi a confronto. Finché vivi su te stesso la cosa riguarderà solo te, ma quando decidi di tirarla fuori diventa di tutti. Quella è un’altra storia».

Prima parlava dell’importanza dell’urlo. Quando era adolescente urlava?«Ero un ragazzino mega timido che si incazzava a bestia per le cose più futili e si bloccava quando doveva incazzarsi per qualcosa di grave. In questo l’urlo è servito perché mi ha aiutato a superare i miei blocchi. Dire le cose urlando ti dà una spinta importante e permette di evitare che si accumulino tutte le urla soffocate prima. È una cosa che sono riuscito a risolvere».

La musica ha aiutato?«Sì, perché la musica è un dialogo senza parole, un dialogo di sentimenti. La musica arriva, tocca delle cose che le parole non dicono. Con la musica ho potuto parlare senza dover parlare».La scintilla verso questo mondo quando nasce, invece?

«Credo di averla sempre avuta, con il tempo ho imparato a tirarla fuori. All’inizio la nascondevo per via della timidezza, ma poi ha avuto la meglio. Se la timidezza è un salto di un metro, io ne ho fatto uno di cinque per lasciarmela alle spalle. Sarà per questo che risulto arrogante, sbruffone ed eccentrico: quando la gente mi incontra, mi dice sempre che non si aspettava che fossi così perché la mia immagine era completamente diversa. Succede perché, per superare l’ostacolo, ho fatto un salto più lungo di quello che dovevo fare, ma il fine giustifica sempre i mezzi, L’importante è trovare una chiave per arrivarci. Tutti i più grandi avevano delle turbe e ognuno di loro ha trovato il proprio salto per superarla. Quando la gente ti vede, magari capisce che c’è una via, che si può fare». headtopics.com

Quindi lei può essere considerato un esempio?«Più un mezzo per imparare. Racconto una storia, ti può fare schifo, ma magari ti fa anche capire che esiste un’altra realtà».Torniamo ai salti: lei da poco meno di un anno ha saltato da solo, come lo ha affrontato?

«Io e Lauro ci conosciamo da quando abbiamo 7 anni, ma abbiamo sempre fatto musica indipendentemente l’uno dall’altro. Essendo molto amici e frequentando lo stesso quartiere, abbiamo iniziato a lavorare insieme perRagazzi Madreed è nata la coppia. Al tempo, è però, ho fatto una promessa a lui e al progetto: dare il 100% perché funzionasse. Non potevo dare il 50% a Lauro e il 50% a Boss Doms, così ho deciso di mettere da parte Boss Doms per dedicarmi a Lauro, dicendomi che quando sarebbe stato abbastanza robusto da camminare sulle sue gambe sarei potuto tornare su di me».

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La svolta, in questo senso, è stata il Festival di Sanremo 2020.«Prima di Sanremo ci credevamo in due, dopo ci hanno creduto tutti. Adesso qualsiasi beatmaker o produttore farebbe volentieri una base con Lauro e questo mi rende tranquillo: non l’ho lasciato per strada con una ruota bucata».

I quadri che Lauro proporrà a Sanremo quest’anno avranno il suo zampino?«Non posso dirlo».Sfoglia galleryLei ci tornerebbe come solista?«Forse come ospite, ma non come concorrente. Un po’ perché non canto, e un po’ perché Sanremo non è il mio mondo: se non fosse stato per Lauro non ci sarei mai andato ed è per questo gli sono grato. Sognavo Tomorrowland, il Coachella, l’Ultra di Miami. Fossi stato coerente con quella linea avrei intrapreso quella strada, invece ho fatto Sanremo,

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