Adama Traoré, il George Floyd francese. La sorella: “Rinviate a giudizio i poliziotti”

Adama Traoré, il George Floyd francese. La sorella: “Rinviate a giudizio i poliziotti”

09/06/2020 18.21.00

Adama Traoré, il George Floyd francese. La sorella: “Rinviate a giudizio i poliziotti”

L’uomo è morto per asfissia il 19 luglio 2016 in un commissariato di Parigi. Un murale lo ricorda

Leonardo MartinelliPubblicato il09 Giugno 2020PARIGI. Adama Traoré è morto in condizioni sospette il 19 luglio 2016, in un commissariato della periferia di Parigi. Per asfissia, recita il referto medico. Era il giorno del suo compleanno, compiva 24 anni. Da allora Assa, la sorella, folti capelli crespi e occhi duri, si batte per ottenere la verità: lei e il resto della famiglia sono convinti che i poliziotti che placcarono Adama in piena strada, a Beaumont-sur-Oise, dove i Traoré hanno sempre vissuto, siano la causa del decesso. La battaglia di Assa è nota da anni. Ma con la morte di George Floyd negli Stati Uniti la vicenda sta prendendo un nuovo risalto. «George e Adama sono morti esattamente nello stesso modo», afferma la donna, 35 anni, davanti a un gruppo di giornalisti.

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Li ha convocati al 49 bis della rue Louis Blanc, nel Nord di Parigi, un quartiere popolare. Ma in realtà la conferenza stampa avviene per strada. Accanto alla Traoré c’è Ladj Ly, regista diI Miserabili, che racconta proprio le violenze della polizia nella banlieue, film di grande successo, non solo in Francia. Proprio qui gli studenti della sua scuola di cinema e JR, streetartist famoso in tutto il mondo, hanno lavorato un giorno intero per realizzare sull’ampio muro di un edificio un affresco, in ricordo di Adama: il volto di un nero e una fessura che lo taglia fra i due occhi.

Oggi Assa vuole inaugurare quell’opera ma soprattutto parlare. Il caso sta salendo, lo scorso 2 giugno una manifestazione inaspettatamente molto seguita si è svolta a Parigi e un’altra è convocata per sabato. Macron, al quale i giovani della periferia rinfacciano tante cose, vuole limitare i danni. Lunedì ha chiesto a Nicole Belloubet, ministra della Giustizia di occuparsi direttamente dell’affaire Adama Traoré. E d’incontrare la famiglia. «La richiesta è già arrivata al nostro avvocato – racconta Assa -, ma noi abbiamo rifiutato. La nostra vicenda non si risolve a bere il tè insieme nella sala di un ministero o dell’Eliseo. Vogliamo semplicemente che la ministra incontri il procuratore responsabile del caso, chieda che si faccia chiarezza e che i poliziotti sospettati siano rinviati a giudizio». headtopics.com

Quel maledetto 19 luglio 2016 loro, in realtà, erano alla ricerca di un altro fratello di Assa, Bangui, accusato di estorsione violenta di fondi. Adama, che non aveva con sé i propri documenti d’identità, si trovava con lui e si era messo a correre e nascosto nell’appartamento di un edificio, per poi essere catturato. In realtà non aveva fatto nulla, aveva solo avuto paura. L’intervento avvenne in maniera brutale. In tre («250 kg di peso» ricorda Assa) si piazzarono sopra di lui, che non respirava più.

Venne portato comunque al commissariato. «Noi non vogliamo più discutere – continua Assa -, non vogliamo parole ma solo dei fatti. E vogliamo sapere perché non sia stato trasferito subito all’ospedale (e con l’auto della polizia ci sono passati davanti), perché non sia stato soccorso nel commissariato, perché i pompieri, quando finalmente sono arrivati per soccorrerlo, l’abbiano trovato morente, abbandonato in un angolo e ancora con le manette al polso. Vogliamo risposte, niente di più». Per anni la polizia ha negato le accuse, sottolineando che Adama aveva delle malformazioni cardiache che hanno provocato la sua morte, contestate dalla famiglia, mediante perizie mediche di esperti indipendenti. Intanto, nella serata di martedì un’altra manifestazione si terrà a Parigi contro le violenze perpetrate bdalle forze dell’ordine, ma organizzata da Sos Racisme, associazione antirazzista che ha sempre avuto legami con la sinistra e il Partito socialista. I Traoré non vi aderiranno, «perché noi non vogliamo farci recuperare da nessuno».

Assa ci tiene a ricordare il giovane uomo che fu Adama «non tanto quello che morì il 19 luglio 2016, ma quello che nacque il 19 luglio 1992». «Era il figlio di Makan, nostro padre, venuto a lavorare dal Mali in Francia, come muratore. E i cui nonni avevano combattuto per la Francia durante la Seconda guerra mondiale, uno ci perse la vita». Makan ebbe quattro mogli e 17 figli, che vivevano tutti vicini. Morì di un cancro ai polmoni, a 56 anni, nel 1999 e Assa, che ne aveva appena quattordici, divenne la capofamiglia dei suoi fratelli, anche del piccolo Adama. Assa ha oggi tre figli e lavora come educatrice per i bambini problematici messi sotto la tutela dei tribunali. «Ad Adama piaceva lo sport, era un atleta. Adorava il calcio. È andato anche a Torino e in Italia a seguire le sue squadre del cuore. Gli hanno rubato i suoi sogni».

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