Aborto, Legge 194

Aborto spontaneo e quel doloroso vagare tra gli ospedali - VanityFair.it

Il racconto di chi c'è passato #aborto #legge194

03/07/2019 22.00.00
Aborto, Legge 194

Il racconto di chi c'è passato aborto legge194

Ogni centro decide la sua linea di trattamento, e non è detto che alle pazienti vengano spiegate tutte le opzioni possibili. Comunque il supporto psicologico è spesso scarso, insufficiente. Ecco il racconto di chi c'è passato

CiaoLapo Onlus, che aiuta le mamme che hanno subito il trauma di perdere i loro bambini prima del parto. «Ogni giorno riceviamo email di donne che denunciano situazioni terribili», dice, «so di ragazze costrette a tornare in ospedale per quindici giorni di fila perché non c’era posto per il raschiamento. Di altre costrette a girare tra i diversi ospedali della loro città nella speranza di essere ricoverate. Ma la cosa peggiore è che manca un supporto psicologico».

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«Si sottovaluta il dolore che prova una donna, specie quando l’aborto è precoce», aggiungeMicaela Darsena, specialista in psicologia clinica perinatale. «Otto gravidanze su dieci non superano il primo trimestre. Quando succede, si dà per scontato che le donne siano preparate a questa evenienza. Il trauma è aggravato dal fatto che non se ne parla. Se per dodici settimane hai tenuto la bella notizia solo per te, perché sapevi che il rischio di un aborto era elevato, poi fai fatica a raccontare che è andata male. Ti tieni tutto dentro, ma è peggio. Specie se quel figlio lo stavi cercando».

Me lo confermaDesirée Baldi, 24 anni, di Prato: «Sto malissimo, ma evito di parlarne. Ho cercato il mio bambino per mesi e, quando ho scoperto di essere incinta, ero felicissima. Poi l’ho perso. Mi ha ferito l’insensibilità di chi avrebbe dovuto occuparsi di questa situazione. A cominciare dalla mia ginecologa, che mi ha liquidata dicendo: “Sono cose che capitano. Alla tua età puoi avere altri figli”. Mi ha mandata in ospedale senza spiegarmi i trattamenti ai quali avrei potuto sottopormi. Per giorni, fino al ricovero, ho vissuto nel panico». headtopics.com

«Succede alla maggior parte delle donne», diceClaudia Ravaldi, «nessuno spiega loro come gestire le cose. Spesso, dopo la somministrazione dei farmaci, non vengono informate su quello che accadrà al loro corpo. Non sanno che avranno le contrazioni e espelleranno il materiale embrionale. Quando accade, restano traumatizzate».

«È quello che è successo a me», mi raccontaRoberta Zucca, 23 anni, di Cagliari, «mi avevano spiegato che, dopo i farmaci, avrei perso molto sangue. Ma nessuno mi aveva detto che alla decima settimana un feto ha gia le sembianze di un bambino. Quando l’ho visto di notte, sull’assorbente, nel bagno di casa mia, ho iniziato a urlare. Per fortuna c’era il mio compagno».

Marta Lorenzon, 29 anni, di Treviso, per poco non è morta. «Ho abortito alla dodicesima settimana. In ospedale mi hanno dato le pastiglie e mi hanno rimandata a casa, dicendomi di tornare in caso di emorragia. Non mi hanno spiegato quanto intense dovessero essere le perdite. Siccome ho sempre avuto un ciclo abbondante, non mi sono resa conto subito di quello che mi stava succedendo. Per quattro giorni sono rimasta a casa a sanguinare. Poi, un’amica mi ha portata al pronto soccorso. Mi hanno detto: “Nelle tue condizioni dovevi fare il raschiamento, chi ti ha consigliato i farmaci?”. Sono salva per miracolo».

Il giorno dell’intervento arrivo al pronto soccorso da sola, alle 9 del mattino, convinta che il mio ricovero sia già fissato. La ginecologa non vuol ricevermi: non sa nulla di me. Il dottore con il quale avevo parlato non c’è. Insisto per essere visitata. Mi fanno aspettare fino alle 11 e, finalmente, mi somministrano quattro ovuli. Un’infermiera fissa un ago nel mio braccio: «Potrebbe servire in caso di emorragia». Resto sola per ore su una branda. Sto male, vomito, ho mal di pancia. Alle 15 mi mettono altri quattro ovuli: c’è stato un cambio turno e chi è arrivato non ha letto sulla mia cartella che il farmaco mi era già stato somministrato. Ma io questo non lo so. headtopics.com

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Due ore dopo sto peggio. Vengo convocata dal nuovo medico. «Si rivesta, la mando a casa», mi dice. Protesto, dico che sto male. Mi risponde: «Torni in caso di emorragia o se i dolori dovessero diventare troppo forti». Mi dà appuntamento dopo 48 ore per una visita di controllo.

Mi trascino fino alla mia auto. Entro e chiamo un’amica. Decidiamo che non posso stare da sola a casa: meglio andare da lei. Ma abita dall’altra parte della città e resto imbottigliata nel traffico. Arrivo dopo un’ora e scappo in bagno. Qui mi accorgo che

ho espulso quel bambino che non sapevo nemmeno di aspettare. Vomito.I dolori diventano lancinanti.Resisto, spero che passino. Ma poi non ne posso più e chiamiamo un’ambulanza. Mi portano in un altro ospedale, dove i medici restano senza parole: «Otto ovuli? Sta scherzando?». Porgo il referto, c’è scritto nero su bianco. Mi danno un antidolorifico, bloccano il sangue. Alle dimissioni mi consigliano di tornare tra due giorni nell’ospedale dove mi è stato fatto il trattamento farmacologico per controllare che abbia espulso tutto.

Lo faccio. Ma, ancora una volta, non vogliono ricevermi. Di nuovo insisto, voglio sapere se è tutto a posto. Una ginecologa molto giovane e molto scocciata mi visita velocemente: «È pulita, ma la prossima volta non torni», mi dice. Per punirmi, mi dimette in «codice bianco». headtopics.com

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